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I miei ospiti neozelandesi

I miei ospiti neozelandesi sono dei fottutissimi fighi: altissimi, biondissimi, pettinatissimi, freschissimi; dentature da competizione, arti perfettamente proporzionati, la giusta percentuale di massa grassa e massa magra; sguardi luminosi, sorrisi convincenti, movenze da atleti.
I miei ospiti neozelandesi gradiscono l’uso condiviso della cucina, ma confondono la condivisione con l’usucapione, la cucina con l’intero immobile e me con loro madre: non puliscono, non riordinano, gli gira il cazzo se mi vedono in casa e non si fanno domande su chi abbia levato la frittata dallo scarico del lavandino.
I miei ospiti neozelandesi seguono una dieta ferrea che comprende esclusivamente uova, latte, Snickers e CocaCola.
I miei ospiti neozelandesi mi inoltrano le loro richieste via Whatsapp e non rispondono mai, né con un grazie né con un vaffanculo.
I miei ospiti neozelandesi saranno i miei coinquilini di merda per i prossimi quattro giorni e mi hanno già rotto i coglioni.
Però belin che fighi.

Le mie ospiti cinesi

Le mie ospiti cinesi arrivano prima dell’orario di check-in e la camera è ancora occupata dai miei ospiti costaricani. Posano le valigie, si accomodano in soggiorno e con una rapida scansione dell’ambiente circostante individuano tutte le prese elettriche disponibili; quindi estraggono pc, tablet, macchine fotografiche, GoPro, smartphone, smartwatch, smartband, una Smart e mettono tutto in carica. Poi chiedono di fare una doccia ma dico loro che nel mio bagno giusto una pisciata veloce e, se proprio devono, possono lavarsi una mano a testa.
Nel frattempo la stanza si è liberata e posso iniziare a pulire, mentre le ragazze avviano le pratiche per ottenere la residenza nel mio salotto.
Facendo avanti e indietro per prendere ciò che mi serve, le sento ridere fra loro ma il mio cinese è un po’ arrugginito.
Quando finalmente, stravolta marcia come se avessi pulito l’intero condominio, annuncio che è tutto pronto: “oh my God, you take cleaning so seriously!”, e giù a ridere come i pazzi mentre girano video verticali col cellulare, nei quali dichiarano che “it’s so clean I have to take a video”.
Mi aspetto una recensione del tipo: “posizione comoda, camera spaziosa ma un po’ troppo pulita”.

I miei ospiti vietnamiti

Alcuni giorni parlo un inglese decente, altri non so manco l’italiano.
Stasera i miei ospiti vietnamiti mi hanno telefonato perché non trovavano il portone e io ho fornito loro indicazioni dettagliatissime, ma purtroppo pare non conoscano la lingua dei macachi.
Quindi sono scesa in piazza e ho iniziato a sbracciarmi come il pupazzo gonfiabile che saluta come uno scemo, rivolta verso nessuno, perché non avevo manco capito se fossero qui, alla stazione o nel fottuto Vietnam.
Devono aver fatto il giro del palazzo quattro o cinque volte, poi han fatto una giravolta, l’han fatta un’altra volta e infine, un attimo prima di perdere ogni speranza, mi hanno trovata.
A quel punto erano stremati, perciò dopo avergli mostrato la camera accarezzando la mobilia come le signorine che vendono i materassi in tv, li ho salutati con un “bòna, night”.

Pranzo al sacco

Dopo aver scandagliato tutti i giardini pubblici in cerca di un posto all’ombra, finisco per accontentarmi di una panchina mezza al sole e mezza no e con lo schienale così reclinato che devo scegliere se stare appollaiata come uno psittacide, approfittarne per fare un po’ di addominali, oppure rinforzare i muscoli del collo in previsione del prossimo appuntamento con il lavatesta della parrucchiera.
Quando finalmente trovo una posizione che mi consente di non vomitare quello che sto mangiando e di mantenere un’apparente disinvoltura, vedo due tizi poco più in là sollevare una panchina di peso e spostarla nel punto più ombreggiato e fresco di tutti i giardini, per poi sedersi soddisfatti ed estrarre da un sacchettone di carta due bei Morettoni da 66.
Ahi, quanto brucia la sconfitta, assai più di questo sol.