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I bragoni coi tasconi

Sono da sempre una grande fan dei pantaloni cargo, meglio conosciuti come bragoni coi tasconi. Non sono sexy, non sono alla moda, sono informi e comodoni: proprio come me.
Da diversi anni conduco esperimenti sugli effetti collaterali dell’indossare bragoni coi tasconi nelle situazioni più disparate, e sono arrivata alla conclusione che questo tipo di pantalone sia in grado di conferire poteri e inaspettate competenze a chi lo porta, a seconda del contesto.
Indossandolo al supermercato, al Brico o in qualsiasi grande magazzino, ad esempio, si apprende automaticamente la collocazione di ogni prodotto, nonché le caratteristiche specifiche, i prezzi e le promozioni in corso.
Nelle stazioni ferroviarie si diventa inspiegabilmente una fonte autorevole di ogni sorta di informazioni riguardanti i treni, come orari, fermate di ogni convoglio o notizie su eventuali scioperi.
Nelle stazioni di rifornimento, ci si trasforma in abili cambiatori di olio e tergicristalli.
Per strada, di giorno, si ha il potere di far scappare i mariuoli e far sentire la gente honesta al sicuro. Per strada, la notte, quello di farsi inseguire dagli sbirri senza alcun motivo.
Come soggetto portatore abituale di bragoni coi tasconi posso affermare che, per quanto gli effetti collaterali sopra descritti possano talvolta essere fastidiosi, non lo sono abbastanza da farmi desistere nel portare avanti la mia personale crociata in favore di questo indumento. Perché se è vero che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, in fondo è bello sentirsi dei supereroi.

Coming out day

Il coming out coi miei genitori è stato pavido e paraculo come solo io so fare. Una di quelle robe tipo: “mamma, ti devo dire una cosa: mi drogo forte. No, scherzo, ho preso una nota perché m’è scappato un rutto in classe”.
Ma più così:
“mamma, non vengo a cena perché – sigh sob hic – la mia rag… – coff coff – mi ha lasciata, sto malissimo e penso che morirò”.
“La tua cosa??”
“La mia… buuuuuu uèèèèè oiméééé…”
“Ok bambina di mamma, stai tranquilla, arrivo subito”.
Ah, parliamo di sei anni fa.
A mio padre ho lasciato che lo dicesse lei, giusto per rimanere coerente e perché poi deh, io e lui siamo due zittoni, non mi sembrava il modo migliore per rompere questa tradizione.
I miei amici lo sapevano da quel dì, probabilmente da prima di me; credo a un certo punto di aver semplicemente smesso di negarlo.

Un paio di giorni fa mentre “correvo” (fra virgolette per rispetto nei confronti di chi corre davvero), ho deriso fra me e me un bimbo che frignava perché era caduto e si era fatto male a una mano: se la teneva e se la guardava preoccupatissimo mentre la madre, che camminava poco più avanti, gli insegnava la durezza della vita non cagandolo sebbene, disperato, le chiedesse di fermarsi, di aspettarlo, che gli “sembrava” di aver visto del sangue.
Oggi mentre pedalavo sulla ciclabile di Viale Italia ho fatto un frontale con un tizio in monopattino: ha preso una buca a bomba, non ci ha capito più un cazzo e mi si è schiantato contro. Poi uno dice le strade, le auto, le moto, i camion… No, diobono: un monopattino sulla pista ciclabile.
E vabbè, il punto qual è? Che mi sono fatta male a una mano e mi è venuta voglia di sedermi in terra e piangere fortissimo, ma ho avuto la decenza di non farlo perché la smeno sempre con ‘sta storia che c’ho una certa, e poi mi sono ricordata di quel bambino frignone e ho capito perché mi stan sul cazzo i bambini frignoni: perché dei bambini frignoni, io, sono il fottuto gran visir.

Le scritte sui muri

Mi disturbano certe scritte d’amore sui muri, tipo quelle di fronte alle finestre delle persone amate, con messaggi come “sei la mia vita”, “il mio amore per te non ha fine” o i “buongiorno principessa” che tra l’altro hanno sfracagnato i coglioni. Le trovo prepotenti in maniera inquietante. Per non parlare dei vari “mi manchi” e “torna con me”, dal tono quasi imperativo, se non ricattatorio.
Ce n’è una nella galleria per Lerici che dice “non prendere impegni per i prossimi anni”: praticamente una fiera minaccia di sequestro. Aiuto.

L’ospite inglese della vecchia, quel giovanottone di 92 anni, è partito oggi. Passerà una settimana a Torino e poi un altro paio a Parigi, sempre in solitaria. Promette di tornare l’anno prossimo.
La dirimpettaia della vecchia, un’altra giovanottona di almeno 90, è dispiaciuta di non averlo salutato; dice che lo vedeva tutti i giorni leggere in terrazzo. Sul comodino aveva un paio di libri in stile Rosamunde Pilcher.

Io continuo a pensare a tutti i posti che non ho visto, a tutte le persone che non ho conosciuto, a tutte le cose che non ho fatto, a tutto quello che non so e non saprò mai. Agli abbracci che ho rimandato, agli errori a cui non ho rimediato, alle parole che avrei dovuto dire, che avrei potuto dire. A quanto tempo ho perso e a quanto poco, in confronto, mi resta. Ci resta. A quelli della mia età che muoiono male. Ai genitori di quelli della mia età che muoiono perché così è la vita. E porca puttana ora esco e lo vado a scrivere su un muro, nel palazzo qui di fronte, per poterlo leggere ogni mattina.

L’ospite inglese della vecchia

All’affittacamere della vecchia soggiorna un signore di 92 anni. Viene dall’Inghilterra, viaggia da solo, è qui da una settimana e ripartirà alla fine della prossima.
Pensare al numero di cose che io, a quarant’anni, ho paura di fare da sola, mi fa sentire idiota.
L’ospite inglese della vecchia esce ogni mattina alle 10:30 in punto, con panciotto e bastone, impeccabile, inglese; ogni mattina la saluta con un sorriso, che lei ricambia sfoderando l’unica cosa che sappia dire in una lingua a lui comprensibile: “good journey”, che pensa significhi “buona giornata”.
La vecchia è molto in apprensione per quest’ospite, che teme possa restarci secco nel sonno o su per qualche salita delle Cinque Terre.
“La vecchia” è un appellativo di comodo, perché in realtà ha soltanto sessant’anni: in pratica ha l’età giusta per diventare una mia fidanzata più di certe giovanotte che sogno segretamente di conquistare. Che peccatone che sia già “felicemente sposata con un uomo italiano” (cit.) e dedita al culto del cuore immacolato di Maria.