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Il gelo di merda di questo merda di febbraio di merda

Ho sfidato il gelo di merda di questo merda di febbraio di merda uscendo in bici: quattro strati fra maglie e giacca, passamontagna, scaldacollo di pile, due paia di guanti e tre di calze a snellirmi i cavigliozzoni.
Dopo sei chilometri sono andata in paranoia per un po’ di vento sulla pancia perché avevo mangiato da tipo tre ore e mi hanno insegnato che se mangi e poi prendi freddo muori; quindi ho appallottato una giacca e me la sono ficcata fra una maglia e l’altra, per costruire una barriera antivento impenetrabile.
Ci ho guadagnato una sexy silhouette alla Romano Prodi, che ha azzerato la mia credibilità agli occhi degli altri ciclisti, tutti in calzoncini corti, con le cosce lustre e depilate come fotomodelle.
Penso che tornerò ad affrontare il gelo di merda di questo merda di febbraio di merda sfondandomi di pasta al ragù, vino rosso e cioccolata, come consiglia, se non erro, Studio Aperto.

Una serie di sfortunati eventi

Leggevo i sintomi del coronavirus: li ho tutti, compresa la morte. Però solo nell’ultima settimana ho avuto anche un cancro ai polmoni e uno al cervello, una grave insufficienza cardiaca, e sto ancora cercando di capire se il dolore che ho al collo sia effettivamente cervicale.

Mio padre mi ricorda di lavarmi le mani prima di mangiare e mi guarda scettico quando gli dico che vengo da casa, ho appena fatto la doccia, ho camminato seicento metri e non ho toccato nulla. Glielo dico anche un po’ risentita, visto che io la psicosi delle mani pulite ce l’ho da sempre: mi son fatta venire la dermatite cronica, a furia di lavarmi le mani.
Mi viene in mente che il giorno prima, dopo aver toccato le ruote della bici, un asino, un gatto, un topo e un elefante, mi sono pulita alla bella e meglio con un fazzolettino, per poi ficcare le mani nel sacchetto della focaccia. Però non glielo dico, a Gianni. Anche perché forse, sotto sotto, lo considero un traguardo importante.

Ieri avevo in programma un bel giro: l’idea era quella di raggiungere Lucca costeggiando il Serchio.
Siamo partiti all’orario stabilito, il tempo non era dei migliori ma almeno non avrebbe dovuto piovere; in saccoccia avevo tutto l’occorrente per sopravvivere a una randonnée di sei giorni.
Saremmo tornati in treno nel tardo pomeriggio e ci impensieriva l’idea di trovarlo pieno a causa del carnevale. Problema risolto: non siamo arrivati più in là di Carrara.
Una gara podistica sul lungomare ci ha costretti a perderci in un labirinto di sensi unici, sensi vietati e controsensi, in balia di vigili che ci davano informazioni discordanti e disorientanti. Finché gli stessi vigili non ci hanno suggerito di battercene il belino e passare dai marciapiedi.
Il vialone senza auto è una figata e si possono sentire distintamente i rantolii di alcuni corridori in evidente crisi mistica, con cui non posso fare a meno di solidarizzare, perché la corsa è un po’ così: l’idea è bella, ma poi ci sta che mentre sei lì ti venga da stramaledirti, da chiederti chi cazzo te l’ha fatto fare, ma rinunciare guai al mondo, piuttosto la morte nera.
Questo viaggio empatico non dura che qualche centinaio di metri, interrotto bruscamente da una bottiglia rotta che mi fa esplodere un copertone come un palloncino, come se fosse stato accoltellato o colpito da un proiettile; come nei film quando sparano alle gomme delle auto in corsa, durante quegli inseguimenti così lunghi e concitati da essere tediosi per il cazzo di niente che ci si capisce.
Dopo aver bestemmiato il bestemmiabile per cambiare la camera d’aria (fottutissimi copertoni di legno), decretiamo che lo squarcio sia troppo grosso per affrontare serenamente i chilometri di sterrato che ci aspettavano, quindi fine dei giochi: missione abortita.

Mentre pedaliamo su marciapiedi e ciclabili verso un piano B di consolazione, faccio caso alla gente: hanno tutti la tosse, hanno tutti il raffreddore, non ce n’è mezzo che si metta non dico il gomito, ma uno straccio di mano davanti alla faccia prima di starnutire o tossire.
Poi la sera, al sicuro della propria casetta, bagno nella candeggina, mi raccomando. Che là fuori è un brutto mondo infetto.

Si sta bene

Si sta bene senza cervello
come quando il tempo è bello
Come quando è l’imbrunire
e fra poco vai a dormire

Si sta bene senza sapere
del formaggio e delle pere
Senza neanche immaginare
quanto è profondo il mare

Si sta bene ad occhi chiusi
perché tanto non li usi

Si sta bene a fari spenti
e anche quando non ci senti

Si sta bene dentro un fosso
col vestito buono addosso

Si sta così tanto bene
che secondo me conviene

Memoria elettiva

Ricordiamo cose
che ci ricordano cose
che ci ricordano persone
che non ci ricordano

È una memoria elettiva
sensitiva
soggettiva

Due botte nel petto
secche
con le nocche (otto)
compatte

Montimarzei #3

Il vecchio dei gatti dice che oggi da qui si vede la Francia. “È colpa dell’oculista. Mi ha fatto gli occhiali giusti e ora ci vedo bene”.
Io mi fido, ma laggiù vedo solo nuvole, perché a quanto pare non abbiamo lo stesso oculista.
Controlla il cielo, l’orizzonte, la provenienza del vento, con un’aria soddisfatta come uno
che si sta compiacendo di aver svolto un ottimo lavoro. Forse è una divinità della natura, ma vuole restare umile.
A me i venti non mi riesce di impararli, ma tanto sono roba da marinai, da pirati e da surfisti. Certo, se l’avessi saputo che da lì a poco si sarebbe alzata una burrasca infame, col cazzettone che sarei andata in bici, oggi.
Prima di sedermi a mangiare il mio metro quadro di erbazzone, scambio ancora qualche battuta col mio amico, riguardo al fatto che i gatti siano esseri misteriosi e lunatici, “proprio come le donne”. Similitudine, quest’ultima, che non mi sento di contestare, perché temo che un pippone femminista potrebbe incrinare i nostri rapporti; e perché poi, se devo essere sincera, io stessa le donne non è che le abbia proprio capitissime, ancora.
Mentre mi godo il pranzo e il panorama, due ragazzotti, dopo aver vagato per dei minuti con un asciugamanetto in mano in cerca di una postazione di loro gradimento, decidono che l’unica opzione possibile sia sedersi davanti a me. Ok che è l’unico posto al sole, però cheppalle.
Sgranocchiano patatine, fumano erbazzone e parlano delle ragazze che gli piacciono e di esercizi per avere dei superfisici che piacciano alle ragazze che gli piacciono. Mi sembra di capire che una certa Camilla abbia fatto dei bei cornoni a uno dei due, e che ora tutta la famiglia del tipo la detesti.
Vorrei saperne di più, ma è come guardare una serie tv partendo dalla terza stagione.
Quindi bòna, saluto tutti e vado a vedere il mare un po’ più da vicino, che è uno di quei giorni che ce n’è bisogno, soprattutto se la psicologa t’ha dato il pacco.