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Marzo è pazzo

Ho sbagliato a vestirmi, faceva più caldo l’ultima volta che sono uscita. Ok che marzo è pazzerello, ma pensavo avesse già raggiunto un livello di follia sufficientemente elevato, a ‘sto giro.
Metto in moto, parte la radio a bomba, non trovo il volume e neanche la frizione. Mi hanno invertito i pedali, ne sono certa.
Apro i finestrini per respirare, per sentire di nuovo la brezza primaverile fra i capelli, che ormai hanno raggiunto una circonferenza pressoché impenetrabile: ma quale brezza, quale primavera, fa un freddo porco. Richiudo tutto e imposto la temperatura a centottanta gradi, ventilato, sopra e sotto, dieci minuti.

Al supermercato sono l’unica senza guanti, senza mascherina, senza un elmo di Scipio, uno scudo laser, niente. Non so come facciano ad averli tutti, dove li trovino, a chi li freghino o quanti mesi fa abbiano cominciato a farne scorta. Mi metto i guanti del reparto frutta e verdura, taglia Incredibile Hulk; per aprire i sacchetti mi deve aiutare un gendarme perché non c’ho grip.
Una voce dagli altoparlanti ricorda le misure anticontagio: stare ad almeno un metro gli uni dagli altri, niente strette di mano, niente limoni ma una strizzatina a una chiappa, purché a debita distanza, perché no.

A casa mi levo le scarpe, lascio le borse all’ingresso, mi lavo le mani quelle sei-sette volte.
Mentre sistemo i prodotti mi chiedo se sia il caso di pulirli tutti uno per uno, ma decido di limitarmi a quelli con cui prevedo di avere rapporti più intimi e frequenti, perciò le birre.
L’ultima volta che ho fatto la spesa settimanale, le birre me le sono finite tutte il giorno stesso, ma in compenso sono riuscita a non far marcire nulla; evento assolutamente inedito, nella mia onoratissima carriera di single.

“Fiato”

Non starò qui a raccontare del perché ho iniziato ad andare in bici, di come la fine di una relazione mi avesse ridotta ad un’adolescente appena abbandonata dal tipetto con cui limonava da due settimane, che passa le giornate a disperarsi in cameretta ascoltando canzoni tristone e rileggendo i messaggi su WhatsApp, incapace di credere a chiunque provi a dirle che ne uscirà viva.
Non lo racconterò perché sarebbe tedioso anche per il più sfegatato dei fan di Cioè o di Ambra Angiolini ai tempi di Non è la Rai, ma anche perché io di anni ne avevo 34, e a 34, raga, c’è gente che gli adolescenti ce li ha come figli.
Perciò dirò solo che, citando un pezzo dei Do Nascimiento, “in certi giorni è solo la bici a darmi tregua”.

Il bello di lasciarsi in primavera e vivere in una città di mare è che hai un sacco di opzioni in più per impiegare quel tempo che non passa mai, per tentare di gestire quella sensazione di casa che ti brucia sotto al culo, quella smania di fare di tutto pur di non rimanere da solo coi pensieri, le malinconie e quella gran rottura di minchia che sono i ricordi. Opzioni tipo andare al mare, andare a pranzo al mare, andare a bere al mare, andare a buttarsi in mare da una scogliera altissima, andare al mare in bici.
E così un giorno ho preso il mio biciclettone da nonno – che fino ad allora stazionava in camera da letto con la sola funzione di attaccapanni – mi sono vestita come se stessi uscendo a far pisciare il cane e ho pedalato fino a Lerici: da Spezia, una ventina di chilometri fra andare e tornare, praticamente piani, a parte un paio di strappetti di poche centinaia di metri che per me erano come scalare lo Stelvio.
Un’impresa a dir poco eroica.

Credo sia stato un po’ come quando i maschi di mezza età divorziano e si comprano l’auto da bomber o si iscrivono in palestra per poi passare l’estate in spiaggia a mostrare i petti alle giovanotte.
Intendo quel meccanismo per cui in determinati momenti della vita, anziché andarci a buttare dalla scogliera altissima di cui sopra, ci inventiamo qualcosa che ci restituisca quel po’ di amor proprio che ci faccia guardare nello specchio e dire: porca puttana, sai cosa? Sono un figo.
Non mi viene in mente uno stereotipo corrispondente per le donne di mezza età, categoria alla quale ho peraltro recentemente scoperto, con rassegnato disappunto, di appartenere: al telegiornale davano una notizia del tipo “donna di mezza età trovata morta male; aveva 40 anni”. Merda.

La primavera che ci fa il dito medio

La primavera che ci fa il dito medio attraverso le finestre delle nostre celle di isolamento è la prova che il fottutissimo albero che cade nella fottutissima foresta fa rumore anche se non c’è nessuno a sentirlo.

Andrà tutto bene

Ho sbagliato a vestirmi, faceva più freddo l’ultima volta che sono uscita.
L’auto è una serra, oltre che il cacatoio preferito da ogni volatile del circondario.
Apro i finestrini, parte un disco dei Cake, mi prendo un attimo per ricordarmi come si mette la retro. L’avevo appena riscoperto, il piacere di guidare.
Il sole sulle braccia, la brezza quasi primaverile fra i capelli e nelle maniche della maglietta.
Per andare all’Ipercoop faccio il giro lungo.
Vado piano. Mi godo i semafori. Qualcuno sul molo cammina.
Mi viene voglia di scappare; mi sento come in quei film in cui il protagonista evade dalla galera, ruba una macchina e se ne va affanculo a caso, che l’importante è essere liberi.
Mi viene voglia di scappare, ma sarebbe come quando si fugge da qualche guaio, da un amore finito, da un cazzo di disagio interiore che per quanto lontano e veloce tu possa andare, non c’è verso che te ne liberi.
Sorrido.
Dentro al supermercato sembra di stare in uno stramaledettissimo videogioco. Siamo tutti nemici. Strategia, pericolo, contagio: c’è tutto.
Mi viene l’ansia. Compro la metà delle cose che mi servono e me ne vado.
Ripartono i Cake. Vorrei che il tragitto di ritorno fosse più lungo.
Mi viene da piangere.
Piango.
Mi fermo al semaforo e piango.
Mi guardano e piango.
Riparto. Parcheggio. Sono a casa. Piango.

Per essere la prima settimana sta andando alla grande, mi pare.

Siam pronti alla morte

Oggi dopo aver accuratamente studiato le direttive di quel patatone carinone di Conte sul sito del Governo, decido di andare a correre.
Mi vedono gli sbirri, non mi multano, non mi sparano, manco una pacca sul culo. Peccato.
Mi infratto su per i Colli, passando per la Cernaia. Due tizi su un terrazzo cantano quella canzone di Toto Cutugno, quella dell’italiano vero che se la canta e se la suona di essere un italiano vero. Anche se ho letto di quella storia della musica sui balconi e so che non è uno spettacolo improvvisato solo per me da perfetti sconosciuti, mi sembra come una serenata al contrario e mi fa sorridere. Gli ciocco un bel pollicione e penso che si potrebbe far tornare di moda le serenate, in questi tempi di contatti contati.
In Via XXVII Marzo vengo accolta dall’Inno d’Italia sparato a bomba dalle casse di un’auto in sosta, mentre dalle terrazze e dalle finestre un pubblico di quarantenizzati canta e batte le mani.
Per strada neanche una macchina, tanto da consentirmi di correre in mezzo alla carreggiata: una libertà inedita e irresistibile.
Mi sembra di stare alle Olimpiadi, sono gasatissima. E sto senza dubbio vincendo, perché non c’è nessun altro.
La situazione ha del surreale e, lo ammetto, mi commuove. Anche se al “siam pronti alla morte” mi parte un COLCAZZO.
Proseguo la mia corsa lenta, lasciandomi la musica, il tifo e la gloria alle spalle. Passo davanti alle case dei miei amici, dei miei genitori; non ho il telefono con me e non posso che sperare che si affaccino per caso, ma nessuno si affaccia. Potrei azzardare delle serenate, ma sono stonata come la merda.
Questa roba dell’isolamento, delle distanze, del non toccarsi mi fa venire in mente Pushing Daisies: una serie il cui protagonista, Ned, ha il dono di riportare in vita le persone toccandole, ma se le toccasse un’altra volta morirebbero. Un giorno [spoiler alert] Ned resuscita la ragazza che ama, e non potranno mai più toccarsi. Uno strazio che ciao.
L’isolamento da single è un po’ triste e alienante, e mi fa venire una voglia di abbracci che non ho mai avuto prima. Ma almeno non rischio di fare la fine di quelli che giocano a Monopoli.

Restare a casa

Misurarsi le cicatrici
il diametro dei nei
la circonferenza delle pupille
il raggio d’azione delle proprie ansie.
Contarsi le rughe
i battiti al minuto
l’angolo di inclinazione dei denti inferiori.
Farsi crescere la barba come Ridge Forrester
quando andava a sbollire le pene d’amore
a Big Bear.
I capelli come Groucho Marx
come Beppe Bergomi ai mondiali dell’82
come Satomi dei Beehive
o come Cocciante
quando sembrava mia madre con la permanente.

Superpoteri

Se avessi un superpotere, me ne toccherebbe di sicuro uno sfigatissimo, tipo quello di saper volare, ma come una gallina.
Oppure quello di sbroccare a caso, un po’ come Hulk, ma con le mestruazioni.
Oggi dopo aver fatto colazione senza versarmi il tè addosso mi sono sentita un supereroe, perciò ho deciso di andarmi a fare un giro in bici sotto la pioggia, perché dai, tanto è quella pioggerellina fine del belino.
No, non era quella pioggerellina fine del belino. Mi sono infradiciata come una merda, mi verrà una broncopolmonite così potrò sfoderare tutta la mia ipocondria, correre al pronto soccorso, seminare panico e disagio.
È dura scoprire di essere degli scemi e non dei supereroi.
È un po’ come quando ti prendi una sbandata atomica per una che non ti cagherà mai manco sotto tortura, e allora è meglio non dirle niente, perché finché non dici nulla puoi continuare a sognare.
In compenso uno scoppiatone sotto casa, mentre rientravo, mi ha detto che sono “una bèla dòna”, e il suo amico scoppiatone più di lui ha sottoscritto con un “belin, ginnica”.
Essendo un periodo particolarmente gramo dal punto di vista dei complimenti, avrei anche potuto dargli due limoni, ma purtroppo il Governo ha detto che non si può.