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Lavatrici per coscienze sporche

Ieri mentre contemplavo quest’installazione artistica, cercando di dare un senso alla presenza di una lavatrice sul Parodi (toh, almeno so dove appoggiare la bici mentre mi metto il giacchetto), mi si è avvicinato un tizio a piedi, che dalla faccia sdegnata per un attimo ho pensato che credesse ce l’avessi portata io, lì, quella lavatrice. In bici, comodamente, caricandomela in groppa.
Se solitamente sono restia alle interazioni con gli altri esseri umani, ci sono circostanze in cui mi vengono stranamente naturali, come quando sono da sola in cima a un monte. Vai a sapere, sarà una specie di sentimento di solidarietà fra amanti dell’aria aperta. Chissà con quanti ho scambiato amabili chiacchiere in mezzo al nulla, per poi magari insultarci nel traffico cittadino da dentro le nostre auto, resi irriconoscibili dal cambio di scenografia, di outfit e di umore.
Mentre il tizio mi parlava, sprovvisto come me di mascherina, misuravo a occhio la distanza fra la sua faccia e la mia, e un allarme mi suonava nella testa: attenzione, attenzione, 99 centimetri, pericolo, indietreggiare. Ma quanto è scortese indietreggiare mentre uno ti parla? Tanto quanto non fare neanche una carezza alla sua cana buffa, vaporosa e sorridente, che mi annusava la mano, perché oddio, sei pazza? Non potrai lavarti le mani mai più, poi ti tocchi la faccia e muori!
Oh, mi sono sentita una persona orrenda. Mentre quelli che smollano gli elettrodomestici per strada me li immagino: contano i tornanti, individuano il punto esatto, tirano il freno a mano, si guardano intorno, scaricano affannosamente il rifiuto ingombrante e ripartono sgasando nel silenzio della notte. Soddisfatti e leggeri come dopo aver fatto una cacata epica.
E il pensiero di essere persone orrende non li sfiora, manco per un minuto, manco per il cazzo.

Risposte

“Ahi ahi ahi ahi, un giorno ti innamorerai”.
Il canto si propaga sguaiato ed esasperato nel cavedio, mentre io affetto le cipolle in attesa della diretta di Conte.
Il cavedio, se non fosse per le beghe condominiali, non l’avrei mai saputo che si chiamasse così. Sarebbe stato il buco inutile all’interno del palazzo, da cui provengono odori bizzarri e vociari multietnici a cui non sono mai riuscita a dare dei volti; che affacciandosi, inspiegabilmente, non si vede mai nessuno. Tanto che non escludo che in realtà ci siano delle persone che vivono dentro al calorifero della cucina: persone piccolissime ma sorprendentemente chiassose, dall’attitudine crepuscolare, come i gatti.
“Magari!” rispondo altrettanto sguaiata ed esasperata, con l’intenzione di farmi sentire. Magari? Ma perché l’ho detto? Non vuol dire niente. Magari chi? Io? Lui? Quella là? Chissà.
Però lo fa ridere, forse semplicemente per il fatto inaspettato di ricevere risposta, come se quel canto l’avesse urlato dentro un pozzo.
Poi, non so bene perché, mi torna in mente una bambina che il giorno prima ho sentito chiedere al padre se fosse nato prima l’uovo o la balena, instillandomi il dubbio che forse, se ancora a ‘sto mondo non c’ho un verso, è che mi sono sempre fatta le domande sbagliate.

Resistenza

Stamattina sono andata a correre.
Rimanendo in quei duecento metri di merda da casa, creando un solco nella pavimentazione tale da accelerarne sensibilmente l’erosione, sotto gli occhi vigili dei Vigili, mi sento ogni volta come Piper Chapman nel cortile di Litchfield.
Sì, lo so che non siamo davvero in galera e che so un cazzo dell’inferno che è la galera (come del resto le tizie di Orange Is The New Black). E già che ci sono: sì, lo so che non siamo in guerra, e so un cazzo dell’inferno che è la guerra. Del resto pure chi sta in guerra e in galera sa un cazzo dell’Inferno.
Stamattina sono andata a correre e per la prima volta non ho incontrato nessun delatore, non ho incrociato nessuno sguardo di disapprovazione. Non che mi sia dispiaciuto, ma ho avuto la sensazione che fossimo tutti diventati pratici, abituati. E l’abitudine non è adattamento, come va tanto sbandierare di ‘sti tempi, come se fosse un superpotere dell’essere umano. L’abitudine è rassegnazione. Ci stiamo rassegnando.

A pranzo mi sono bevuta due spritz e durante il giorno ho fatto secca una bottiglia di vino rosso, ho ascoltato quelle quindici volte Bella Ciao e ho ballato i Modena City Ramblers come manco nel duemila.
Cioè, veramente manco nel duemila. Chi cazzo ha mai ballato in pubblico.
In effetti non ho mai ballato tanto quanto in questa quarantena.

Dopo cena sono andata a buttare la spazzatura e c’era una temperatura perfetta, un’aria fantastica, un profumo di fiori che mi chiedo perché non mi abbia fatto starnutire.
In giro nessuno, tranne i rider delle pizzerie e i padroni dei cani brutti, perché quelli che c’hanno i cani belli a quanto pare preferiscono sfoggiarli di giorno.
Sono andata a vedere se c’era ancora la macchina: c’era.
Sono andata a vedere se c’era ancora lo scooter: c’era.
Sono tornata alla macchina per vedere se la pioggia aveva lavato la merda di piccione: no.
Sono andata in Piazza Saint Bon a sentire se il profumo di fiori veniva da lì: sì.
Insomma, ho ripercorso gli stessi solchi tracciati al mattino correndo, per venti o forse trenta minuti, sentendomi sia benissimo che una fuorilegge, col terrore che ogni auto fosse quella degli sbirri manco stessi spacciando eroina fuori dalle scuole, respirando forte, guardando nelle finestre dei palazzi, notando le travi di legno nei soffitti, le diverse tonalità di luce, di vernice, i diversi accenti, le diverse lingue provenienti da ogni appartamento.
È rassicurante quando le strade sono vuote ma le case sono vive. Mi sembra che tutti veglino su di me. Che idiozia.
Poi ho pianto. Di fronte al confine invisibile dei duecento metri, invisibile e impalpabile, ma comunque invalicabile, come un muro magnetico o elettrificato, ho pianto.
Ho camminato per un altro po’ piangendo.
Ho incrociato un altro paio di padroni di cani brutti.
Incredibile ‘sta cosa che ci sia un orario per i cani brutti.
Dio quanto li amo, i cani brutti.

Quando chiudersi in casa a fare gli sciattoni era una scelta

Ho comprato un paio di bragoni alla Coop, di quelli che trovi buttati malamente in quei cestoni che ti costringono a ravanare per ore per pescare una taglia che non sia la SMEFL (super mega extra fucking large); i classici pantaloni da casa, via.
I pantaloni da casa devono rispondere a tre semplici esigenze: costare poco, essere comodi e caldi, non farti vergognare troppo se ti strozzi con le patatine guardando Netflix rincagnato nella poltrona e sei costretto ad andare al Pronto Soccorso così come sei, senza passare dal via; o se la postina che ti porta le stronzate che compri su Amazon è almeno un po’ figa; oppure se devi scendere a comprare la birra al minimarket o a far pisciare il cane.
Un’altra caratteristica apprezzabile sarebbe l’assenza di scritte, che invece campeggiano sempre a caratteri cubitali e sono spesso slogan sportivi, aggressivi, da fanatici dello sforzo fisico; in questo caso un bel “RUN HARD” sulla coscia destra.
A parte che se mi metto il tutone di felpa per andare a correre, ma pure a prendere l’autobus un po’ di fretta, ci sudo le madonne dentro e mi trasformo in una gigantesca spugna da bagno. Mi chiedo quand’è che i produttori di tutoni e felponi si arrenderanno al fatto che il loro target non sono gli sportivoni, ma gli sciattoni, gli stanconi e i ciabattoni.

Quando si potevano varcare i confini regionali

Quando un ligure varca i confini regionali e cerca una focaccia decente per placare la fame e la nostalgia, trova solo delle gran delusioni e gli gira il belino perché dai, cos’è stammerda, piuttosto mi mangiavo un pacchetto di Rodeo. Però allo stesso tempo gli scatta l’orgoglio campanilistico e si gasa, perché deh, aloa, la fugassa, me chì, me là… anche se lui non sa manco accendere il forno.
Quindi va bene se sei a Fidenza o a Casalpusterlengo e al posto della focaccia ti rifilano un panaccio alto, asciutto e intriso di strutto. Ma non a Spezia. A Cadimare. A San Terenzo. A Monterosso. Al Canaletto. No, è inaccettabile. Perché la focaccia, se sei spezzino, se sei ligure, è una roba importante, almeno quanto il mare. E nella focaccia, razza di criminali, ci va lo stramaledetto olio.

Situazione tricologica

La mia situazione tricologica che lentamente e inesorabilmente degenera mi ricorda di quella volta che al Carnevale di Viareggio mi tirarono i capelli e mi fecero dei complimenti carichi di invidia e stupore per quanto la mia parrucca sembrasse vera.
Solo che non era una parrucca, bensì un putiferio di riccioli gonfissimi e rossissimi, perché ai tempi mi sentivo mezza punk, anche se il risultato era più quello di somigliare fortemente all’inquietante mascotte di una nota catena di fast-food.
Una ferita all’orgoglio che non si dimentica facilmente.
Come quell’altra volta in cui dei tizi per strada, additando me e le mie amichette borchiate, straccione e con le criniere variopinte, ci derisero sguaiatamente dandoci delle panchine.
Non faceva poi sto gran ridere, a ripensarci.
E a dire il vero forse ci eravamo anche un po’ gasate, sotto sotto, perché quando sei giovane e punk un po’ ti gasa sentirti incompreso.
Comunque, tornando all’attuale situazione tricologica, stamattina ero Wolverine.
Ora sono Fulvio Collovati.
Stasera chissà.
E domani, malgrado le apparenze, è un altro giorno.

Il covid è colpa mia

Il covid è colpa mia.
Non sono una persona espansiva, e tenere le distanze dal prossimo è una cosa a cui sono portata naturalmente.
Quella roba di doversi baciare quando ci si saluta a prescindere dal livello di confidenza, poi, non mi è mai piaciuta. Perché checcazzo, i baci sono importanti.
Ho provato negli anni le più svariate tecniche per sfuggire a questa usanza; quella che si è rivelata un minimo più efficace è salutare con la mano a paletta un po’ protesa in avanti, mentre si indietreggia e ci si volta lentamente in direzione opposta. Il messaggio che spero di comunicare è un “ciah, fermo lì, bòna eh”, che detto a parole rischierebbe di suonare un po’ maleducato.
Ora bacerei pure quell’uomo che alla Coop mi sgrida se non mi metto i guanti sopra ai guanti prima di palpare le arance.

Il covid è colpa mia.
I luoghi affollati non mi piacciono. Non mi sento a mio agio, non so cosa devo fare, con chi parlare, in che posizione stare per non sembrare una belinona. Non si sente niente, non ci vedo niente, mi perdo gli amici. Finisco sempre per sbronzarmi e andarmi a cercare un nascondiglio.
Stamattina mentre ascoltavo Amanda Palmer che fa le cover dei Radiohead all’ukulele, ho immaginato di essere alla Baracchetta a Lerici, verso il tramonto, con lei che suonava sotto al glicine, io seduta sulle scalette di fronte con in mano la terza Zadrapa, intorno a me un mare di gente in zavatte, e da qualche parte, anche se fuori dal mio raggio visivo, qualcuno dei miei amici.
“Magari”, ho pensato.

Il covid è colpa mia.
Non ce n’avevo manco per le balle, quest’anno, di aprire il b&b. Di tornare a condividere casa con perfetti sconosciuti, di dover interagire con loro, sforzarmi di essere simpatica, gentile e sorridente, fingere che mi piacciano sempre tutti per guadagnarmi recensioni tali che invoglino altre persone a prenotare un soggiorno da me. Altri perfetti sconosciuti con cui dividere casa e sforzarmi di essere simpatica, gentile e sorridente.
Ho ordinato una pizza, qualche sera fa: quand’è arrivato il fante a portarmela, ero così emozionata di parlare con qualcuno che la pizza gliela stavo lasciando a lui.

Il covid è colpa mia.
Da che ho memoria, il giorno di Pasqua l’ho sempre passato coi miei. Ma da ragazzina, il detto “Pasqua con chi vuoi”, se avesse avuto valenza di legge, mi avrebbe spesso portata altrove.
Oggi l’unica interazione umana non virtuale che ho avuto è stata col tizio che abita nel palazzo di fronte, con cui ci siamo scambiati dei sarcastici auguri, un paio di battute e qualche imprecazione a quel cielo blu che più blu non si può, che da qui scorgiamo appena e dal quale ci sentiamo unanimamente presi per il culo.
Se quel “Pasqua con chi vuoi” avesse valenza di legge, questa giornata, questa domenica infinita, la starei passando esattamente come ogni altra Pasqua di cui ho memoria, da quarant’anni a questa parte.

Laggente

Più dell’isolamento, della solitudine, della costante ansia ipocondriaca, della claustrofobica mancanza d’aria, della nostalgia delle persone, dei luoghi e della libertà, dello sconforto, della sensazione che non se ne possa che uscire malissimo e mai più, della carrettata di sensi di colpa derivanti dal fatto di provare mio malgrado tutti questi sentimenti, anche quando cerco di considerare la situazione con un minimo di ottimismo e di relatività. Più di tutto questo, c’è una roba che mi è venuta veramente a nausea (e lungi da me pensare di esserne immune), ed è l’abuso di frasi che iniziano con “la gente”. La gente non ha capito, la gente se ne frega, la gente esce senza motivo, la gente fa questo, la gente non fa quello. La gente è un’entità a noi esterna ed estranea su cui riversare ogni colpa, mentre noi siamo gli unici ad essere dotati di buon senso, di empatia, di intelligenza. Gli unici ad essere onesti, a rispettare le regole, ad avere il dono della comprensione, della cortesia, della bontà. Gli unici a pagare le tasse, a saper guidare, a sapere dove mettere la X in cabina elettorale. Gli unici che sanno cos’è giusto e cos’è sbagliato. Genitori perfetti, amici leali, figli amorevoli, lavoratori encomiabili, valorosi membri di una società a cui prestiamo il nostro prezioso e incommensurabile senso civico, ma della quale non facciamo realmente parte, essendoci autoproclamati esseri superiori.
Sono la prima a caderci. Sono la prima a guardarvi tutti con diffidenza, a non sentirmi in buone mani quando le mani in cui mi trovo sono quelle di tutti voi, su cui l’unico potere che posso esercitare è la fiducia. Non mi piace, mi fa cagare e ne voglio uscire.
Detto ciò, a quelli che scraciano per terra, una calcagnata nella nuca gliela darei.

tivoglioalpiùprestosposar

Non so se avete presente la canzone Marina Marina (tivoglioalpiùprestosposar). A me, manco a dirlo, me la cantavano quelle venti-mille volte al giorno, quand’ero bambina, spesso in versione Maìna Maìna e poi ovviamente giù a ridere.
Io però la detestavo. Non so neanche dire perché, di preciso: magari la prendevo un po’ troppo sul personale e questo fatto che mi si volesse sposare mi metteva un attimo di ansia, o forse mi imbarazzava tutta la faccenda dell’amore; oppure, semplicemente, essere al centro dell’attenzione non era fra le mie cose preferite.
Oggi per motivi che non sto a dire mi è capitato di riascoltarla e, come mi succede spesso con certi pezzi di quegli anni lì, l’ho trovata piuttosto divertente.
La storia è questa: un tizio alquanto lagnosetto si piglia una sbandata atomica per ‘sta Marina, una ragazza mora MA carina, che già ha poco senso perché dai, si sa che le more fanno il culo a tutte, quanto a bellezza. E dunque sta lì ad alambiccarsi su come fare a conquistarla, quando poi la prima volta che la becca sola e le dice che la vuole amare, quella gli ciocca subito un limone e ciao che partono per la tangente. Cioè, non è che ci fosse poi tanto da alambiccarsi, alla fine. Fatto sta che il lagnosetto non ce la fa a star sereno, a godersi un attimo la faccenda, e quindi un secondo dopo è già lì che la implora di non lasciarlo, buttandola in tragedia prima ancora di sapere se pure lei lo voglia o meno al più presto sposar.
Ora, a parte tutto, io avrei bisogno di sapere com’è andata a finire. Perché al lagnosetto non è che non lo capisca, in fondo. Però secondo me se la Marinona alla fine l’ha mollato tipo all’altare come un belinone, non ha fatto proprio malissimo.

Se potessi uscire ora

Se potessi uscire ora, andrei dai miei genitori, ad assicurarmi che stessero davvero bene, perché sono quel tipo di persone che quando succede qualcosa te lo dicono sempre dopo, per non farti preoccupare. Ci diremmo le stesse cose che ci diciamo tutti i giorni al telefono, ma sentendoci più vicini, più sereni, più al sicuro.
Non siamo gente che si abbraccia moltissimo, di solito, ma credo che il copione lo preveda, in casi come questo; e nessuno, ne sono certa, avrebbe da obiettare.

Se potessi uscire ora, prenderei la bici con le ruote verdi, una birra chiara, e andrei a Montemarcello, al solito punto panoramico, a controllare che la Palmaria fosse ancora al suo posto.
Metterei il berretto che uso in estate, quello con l’anguria sotto la visiera.
Farei più fatica dell’ultima volta, ma mi peserebbe meno di ogni altra volta.
I polmoni e gli occhi si riempirebbero di primavera e la mia bocca di insetti, perché avrei un sorriso larghissimo e imbecille piantato in faccia senza rimedio.

Con lo stesso sorriso larghissimo e imbecille e pieno di insetti, se potessi uscire ora e per caso ti incontrassi, ti saluterei da lontano.
Poi mi siederei da qualche parte, vicino al mare, e aspetterei il tramonto.