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Gravel

Esco senza fantasia e senza una meta, affidandomi al caso e all’improvvisazione.
Non sono mai stata quel tipo di sportiva invasata con la dieta sana ed equilibrata, gli allenamenti mirati, le ripetute, i lunghi e i corti programmati, le schede, le tabelle. Mi piace improvvisare e mi piace divertirmi, facendo esattamente quello che ho voglia di fare in quel momento, alla velocità di cui mi sento capace in quel momento, senza le ansie da record. La verità è che sono una comodona, tendenzialmente pigra e carente in forza di volontà.
Non sono mai stata una sportiva, in effetti, anche se ho sempre amato giocare agli sport. Calcio, pallavolo, basket, ping-pong… Da bambina giocavo a tutto ciò che prevedesse l’uso di una palla, e in alcune cose ero anche piuttosto brava; ad esempio ero campionessa mondiale assoluta di palleggio coi piedi. Fui anche notata da un talent scout che mi propose di andare a giocare in una squadra di calcio femminile, ma rifiutai perché era troppa sbatta. Successe lo stesso con la pallavolo, qualche anno dopo: mi indispose da subito il fatto che il tizio avesse cercato di correggere la postura dei miei bagher, e non mi capacitavo di cosa gliene fregasse di quanto le mie gambe stessero più o meno divaricate e le mie ginocchia piegate, se la palla comunque andava dove doveva andare.

L’improvvisazione è uno dei motivi per cui ho scelto di abbandonare la bici da corsa per le gravel: la possibilità di lasciarmi incuriosire da un sentiero o da una strada sterrata, con un approccio più rilassato, più esplorativo, quasi turistico; di uscire dal traffico anche solo per pochi chilometri, anche solo per trovare un posto tranquillo dove riposarmi o dove pisciare, cosa che solo una donna ciclista in salopette può capire quanto sia complicata. Ma del resto, come ho sentito dire fin troppo spesso, “la bici è roba da uomini”. Certo, come le auto, la birra, i rutti e i peli sotto le ascelle.

La domenica, d’estate, è una lotta per la sopravvivenza. Per guadagnarsi un angolo di spiaggia, un posto sotto le frasche o una pozzanghera dove poter inzuppare un po’ i pe’, si è disposti a tutto: a svegliarsi prestissimo con la faccia da coglioni che la sera han fatto i leoni, a infrattarsi in luoghi improbabili dall’atmosfera giunglesca, a scarpinare o guidare per ore sotto al sole. Tutto per arrivare prima degli altri e guadagnare la coccardina con su scritto 1, apparecchiarsi il proprio lembetto di terra, sedersi, guardarsi un po’ intorno soddisfatti, rompersi il belino dopo un’ora, venirsene via e tornare a casa stressati e spossati.
La domenica, in estate, la solitudine è un lusso.

I sentieri che costeggiano il fiume, dove di solito, al massimo, incontro qualcuno che porta il cane a cacare e a rotolarsi sulle carogne, sono murati di auto e moto parcheggiate nei modi più fantasiosi.
Le vie lungomare sono un delirio di traffico che toglie la voglia di respirare.
L’unica soluzione per avere un po’ di pace è imbriccarsi su per qualche colle. Le gambe mi portano, non senza proteste, a Montedivalli: un paese il cui nome suona come un ossimoro. Un paese che non è nemmeno un paese, ma un insieme di piccolissimi agglomerati di case, situati lungo una salita di circa 8 chilometri.
Alla fine della salita la strada incrocia l’Alta Via dei Monti Liguri, che non ho ancora mai battuto perché ad andare per boschi da sola c’ho sempre mille paranoie: e se incontro i cinghiali? O i lupi? Se cado e m’amazo e mi ritrovano mai più? Se vado a finire affanculo e non so più tornare indietro? Oppure trovo un cadavere e mi tocca chiamare gli sbirri, star lì ad aspettare con in testa tutte le peggio scene di tutti i film di paura visti in tutta la vita; e poi dover testimoniare, rischiare di essere accusata di omicidio perché le divise mi fanno sentire colpevole anche quando non ho fatto niente, e sentirmi colpevole mi fa convincere di esserlo, e toh, eccolo lì: volevo fare un giro in bici e sono finita a invecchiare in gattabuia.
L’ultima volta che per un attimo lo spirito di avventura ha prevalso sulla cagasottaggine e mi sono lasciata ingolosire da quello sterratone largo, pedalabile, in mezzo al bosco, sono tornata indietro alla velocità della stramaledetta luce dopo aver chiesto informazioni ad un tizio in trattore, che una volta avvicinatosi si è rivelato essere il sosia di Michele Misseri.
Dunque arrivo alla vetta, se 600 metri si possono definire così, con l’idea di proseguire lungo la strada asfaltata che mi avrebbe riportata a valle in sicurezza: niente lupi, niente galera, “niente allarmi e niente sorprese”. Ma quando vedo un’auto sbucare da una nube di polvere alla mia destra mi dico che va bé, belin, se ci vanno le auto ci posso andare anch’io. Quindi mi avventuro, il Garmin dice che sto andando in direzione Bolano: è l’ultimo (o il primo, a ritroso) tratto dell’Alta Via, sulla carta il meno bello di tutti.
La strada in realtà scorre abbastanza divertente e senza troppo impegno; il panorama è quasi sempre nascosto dalla vegetazione, ma quando si apre e mi mostra il Golfo, Portovenere e l’isola Palmaria, sono in pace. La Palmaria è la mia stella polare: uno sguardo a quell’isoletta mi dà la misura del percorso che ho fatto e la direzione da prendere per tornare a casa.
Certo, devo sforzarmi di non pensare a Michele Misseri, alla fauna, al fatto che qualcuno mi avesse parlato di un losco traffico di droga proprio qui, lungo questo sentiero. “Ciclista di mezza età trovata in stato confusionale nei boschi di Bolano: dei balordi le avevano sciolto la droga nella borraccia”.

Invasori

Ci rubano il posto in spiaggia, il parcheggio, l’ultimo pezzo di focaccia, il tavolo alla sagra del muscolo.
Ci rubano il mare, i panorami, i tramonti, gli hashtag su Instagram.
Ci rubano settembre nei giorni feriali.

Niccolò ha 5 anni ed è di Modena, ma passa tutte le estati a Bonassola.
Sua mamma è incinta di un bimbo che nascerà quando lui avrà 18 anni e la Ferrari che gli ha promesso papà.
Niccolò è un invasore.

Al bar di Montaretto ci sono solo vecchi. Smettono di parlare quando mi vedono arrivare, non so se straniti, incuriositi o indispettiti dalla presenza di qualcuno che non conoscono.
Sono un invasore.
Poso la bici, ordino un succo orrendo, mi siedo due tavoli più in là e finalmente riprendono a chiacchierare.
A Montaretto, frazione di Bonassola, provincia della Spezia, parlano più genovese che spezzino.
Il genovese suona un po’ come il portoghese, ma con meno saudade e più cinismo.
Se non ho capito male, la signora coi capelli color 5 centesimi deve assolutamente andare dalla parrucchiera, ma sarà un’impresa perché bisogna prendere l’autobus, son tutte curve e l’ultima volta si è sentita malissimo.

C’ho sonno

Spengo tutto alle 22:36.
I ristoranti sotto casa sono pieni e chiassosi. Mi addormento comunque, ma mi risveglia il camioncino della spazzatura. Non guardo l’ora, sarà mezzanotte, mezzanotte e mezzo.
I camerieri riordinano i locali, impilano tavoli e sedie, si battibeccano sui turni e su chi deve fare cosa, si fanno battute, ridacchiano, gridacchiano. Sento solo voci maschili.
Una comitiva di ragazzi, o di uomini – a orecchio ne conto una decina – si ferma a parlare sotto la mia finestra di chissà cosa, in una lingua e un tono che non riconosco. Si danno delle pacche, non capisco se ridono o litigano, o entrambe le cose. Credo sia l’una passata.
Il transito di persone è intermittente ma costante. Tutti maschi, a gruppi. Le loro voci sguaiate e disordinate si fanno più vicine per poi dissolversi in lontananza. Parlano dello Spezia, di quanto era sbronzo Coso, di cos’ha detto la Cosa a uno di loro. Vorrei saperne di più. Chissà poi dove l’hanno trovata, una signorina, in questa serata che ne sembra priva.
Ogni tanto una bici, un monopattino.
Poi una voce femminile, la prima. Saranno le tre. È con uno. Gli sta dicendo quanto sia difficile trovare uomini con le palle, come lui. “Palle molto grosse”, sottolinea fiero e malizioso il ganzo. Poi credo azzardi una mossa verso la tipa, perché la sento respingerlo. Ma anche questa storia si dissolve in lontananza, senza che ne possa conoscere il finale.
Forse mi addormento alle quattro.
Alle sette la pulizia delle strade. Poi le saracinesche, i trolley, i buongiorno, i “deh, alóa, com’è?”, i trapani, i bambini, la musica dominicana, karaoke guantanamera, i tavoli disimpilati, le liti dei vicini.
C’ho sonno.

Al baretto dell’Acquasanta

Al baretto dell’Acquasanta hanno solo birre con il genitivo sassone come la Beck’s e la Tennent’s e se chiedi non dico una Brooklyn ma, che ne so, una Moretti, ti dicono NO con le braccia a X come Mara Maionchi. Però hanno il chinotto e la gazosa della Lurisia, che è roba da super pro.
Al baretto dell’Acquasanta, se ordini una pasta alla crema, dopo aver ravanato un po’ nella vetrina te ne porgono una sfinita dalla vita dicendo “g’ho ‘sta chì, ma l’è ‘n po’ spiacicà”, con una faccia fra il desolato e il fottesega.
Al baretto dell’Acquasanta che tu ci vada alle otto del mattino o alle quattro del pomeriggio, qualsiasi giorno della settimana sia, ci trovi sempre le stesse persone, sedute ai tre tavolini sotto il pergolato, in una terrazza dove ce ne starebbero almeno altri dieci, di tavoli. Alle sette di sera invece non ci trovi nessuno perché è già bello che chiuso da un’ora.
Al baretto dell’Acquasanta ti ci fai lasciare i pacchi di Amazon quando il corriere non c’ha voglia di cercare casa tua. O quando anzi che aspettarlo te ne vai al mare alla facciaccia sua.
Al baretto dell’Acquasanta tutto è esattamente come sembra, proprio come la scatola di Dissenten esposta con discrezione sul bancone, fra le caramelle e le bustine di zucchero.

Quattro

Gli asini, i cavalli, i cani
e le rane
sono quattro animali
che mi fanno pensare a te.

Lo zenzero, i pistacchi, il pesto
e il cous cous
sono quattro cibi
che mi fanno pensare a te.

Il caffè, il vino rosso, il rosé
e la birra di merda
sono quattro bevande
che mi fanno pensare a te.

Montemarcello, Levanto, Corniglia
e il Muzzerone
sono quattro posti
che mi fanno pensare a te.

La mia camera, la mia cucina, il mio salotto
e il mio bagno
sono quattro stanze
che mi fanno pensare a te.

Il mattino, il pomeriggio, la sera
e la notte
sono i quattro momenti
in cui ti penso di più.

Acqua

bevo troppo
non bevo abbastanza

acqua

sul terrazzo del vicino
sulle sue mutande stese

da un mese

bevo troppo
non bevo abbastanza

acqua

sulle persiane chiuse
sulle spalle delle persone

sole

sul terrazzo del vicino
sulle sue mutande stese

da un mese

bevo troppo
non bevo abbastanza

acqua

La maledizione del doppio

Quando faccio la spesa, finisco quasi sempre per buttarne la metà.
Non me ne vanto, ma oh, non c’è verso, non imparo mai.
“Prendo un bel po’ di verdura così mangio sano”. Peccato io sia una salutista part-time.
Di banane compro la vaschetta da quattro, ma poi non so mai quando mangiarle, ste belin di banane.
E diventan nere.
E ci vanno i moscerini.
E via nel bidone marrone con le zucchine, l’insalata e lo stracchino rimasto aperto per troppi giorni e diventato beige.
Dal fornaio sudo freddo quando mi chiedono “a posto così?” dopo aver ordinato un pezzo di focaccia che basterebbe a chiunque e anche a me, ma no, non è a posto niente se non ne prendo due, per poi mangiarne comunque uno solo.
Oggi a pranzo ho dovuto finire la pizza che mi ero portata al mare ieri, che dopo essere stata sei ore nello zaino sotto il sole e poi in frigo, vi lascio immaginare che buonona che era. Del resto il salutismo part-time prevede i weekend liberi.
È la maledizione del doppio, e non vale solo per il cibo.
Per uscire alle 8, mi alzo alle 6.
Per star fuori due giorni, quattro di tutto in valigia.
Devo sempre avere il doppio di ciò di cui ho bisogno.
Di ciò che mi basta.
Come se il doppio moltiplicasse per due una metà, e non un’unità.

Correre

Correre è una figata. Quando sei bravo, quando sei capace. Altrimenti è un martirio.
Quindi corri sperando di progredire quel minimo che lo renda divertente, ti puppi il martirio, ma prima di subito ti rompi il cazzo e non corri più.
Finché un giorno ti torna la voglia, magari perché hai rincorso l’autobus per duecento metri, ti sei affrettato sulle strisce pedonali, oppure sei scappato dagli zombie.
Ah, nei film son tutti dei pro, quando si tratta di scappare. A me mi farebbero secca subito: asma, infarto, magari una storta.
E dunque ti rimetti i vestiti da stronzo, le Nike tamarre giallo fluo, o verde fluo, o fucsia fluo, o d’oro fluo, o di mille colori sempre fluo; esci di casa ganzissimo, non prima di aver pubblicato una foto con le dita a V e una didascalia sfigata tipo “daje”.
Manco cinque minuti e ti ricordi perché avevi smesso.
Ti stramaledici, rantoli, sputi. Ti guardano male perché cosa cazzo sputi, che c’è il covid.
Respiri di merda, ti fa male tutto, ma ormai sei lì, t’han visto, hai scritto “daje”, almeno mezz’ora ti tocca farla.
Uno strazio lungo mezz’ora.
Però, alla fine, il solo fatto di sopravvivere ti fa sentire un eroe.