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Mosca senza testa

Alla Coop sono allo sbando, una mosca senza testa. Com’è poi sta storia delle mosche senza testa? Che anche con la testa non mi sembrano eccellere in senso dell’orientamento. Mi rendo conto ora che la mosca potrebbe essere il mio animale guida.
Mi aggiro fra le corsie senza sapere cosa volere, di cosa avere bisogno, cosa può sopravvivere alla mia voglia di non essere mai a casa e di mangiare di merda. Sulla lista della spesa una sola voce: “parmigiano”.
Sbatto contro finestre invisibili che mi rimbalzano altrove, in un’altra corsia, dove mi chiedo cosa voglio, di cosa ho bisogno, ma soprattutto perché e come cazzo ci sono arrivata.
Voi non ce l’avete un deja-vu? Io sì.
Una coppia litiga su come spendere non so quali buoni, se in casse d’acqua, magliette dello Spezia o pappette per un bimbo che, ad occhio e croce, dovrebbe nascere fra circa seimila mesi.
Una signora informa la sua amica signora che la sera prima “lo sai cosa mi sono fatta, che Franco voleva il pollo e allora ci ho fatto il pollo ma a me non mi andava il pollo e allora lo sai cosa mi sono fatta?”
“Eh”
“La pasta e fagioli. Ma sai come l’ho fatta?”
“Eh”
“I fagioli li ho mezi sfrulà”
Ahh, eh, belin che finale di stagione bomba, signora. Sa invece io come me la son fatta? L’ho cattà in vaschetta bèla pronta.
Poi l’ho fatta scadere e l’ho buttata nel cesso.
Voi non ce l’avete un deja-vu? Io sì.

Letargo

Ci siamo già così abituati a sta menata delle mascherine che ormai ci scordiamo di togliercele anche in casa, o quando ci sediamo al ristorante e ci dobbiamo ficcare il cibo in bocca. È diventata l’ennesima roba scomoda che però ci tocca usare, come il casco, la cintura, il reggiseno, le scarpe fighe ma dure come il masso.
Dicono le signore in centro, dagli spalti, che a spaventare non è tanto il covid, quanto il fatto di essere presi per razzisti, che ormai non si può più dire niente, che è quello che fa davvero paura alla gente. Non capisco il punto e la logica, ma sono contenta di tirare dritto verso casa.
Fa freddo, mi viene voglia di bestemmiare dal freddo che fa. Beati voi che vi piace sta merda, io me ne andrei in letargo fino ad aprile come una tartaruga. Ho detto letargo, non coma, stai calmo Dio eh. Che qua, non si sa come, quando ti provi a desiderare un qualcosa di bello, col cazzone, ma se ti scappa una roba tipo “vorrei morire”, tac che ci resti secco.
Che cosa incredibile e geniale, il letargo. Mi risolverebbe un sacco di problemi: disordini alimentari, meteoropatia, tendenze autodistruttive di vario tipo. Cioè, cazzo, è come un rehab. Un mega detox. Ma ve lo immaginate se la razza umana andasse in letargo quanti vantaggi ne avremmo noi e l’intero pianeta? Altro che quarantena: zero ripercussioni economiche perché deh, checcazzo ce ne frega, stiamo a dormire fino a primavera, poi ci si ripensa.
Letargo, Dio. Pensaci, frè.

Mezz’ora

Ho perso di nuovo l’auto e non ho la minima idea di dove potrei averla parcheggiata.
Ho un’app apposta sul cellulare per ricordarmelo, ma dimentico sempre di utilizzarla, oppure mi dico “va bé, ma è qui, non posso scordarlo”. E invece posso, oh sì che posso. Ogni stramaledetta volta.
Setaccio una ad una tutte le vie della zona: Viale Garibaldi, Via Roma, Via Napoli, di nuovo Garibaldi, Torino, Bixio. Niente.
Mezz’ora, ci ho perso. Roba che se avessi dovuto andare da qualche parte di serio, ci sarei arrivata mai più.
In mezz’ora fai a tempo a scordartelo, dove dovevi andare. Come quando ti alzi dal divano e fili dritto verso la camera da letto e poi ti inchiodi in mezzo alla stanza come un coglione, senza avere idea del perché ti trovi lì e ricordando a malapena come ci sei arrivato. Ma lì la questione non è il tempo che è passato da quando ti sei alzato, ma quello trascorso da quando sei nato.
In mezz’ora mi bevo due birre medie, se è una di quelle giornate che lo richiedono.
Mezz’ora mi ci vuole per pulire una stanza all’affittacamere della vecchia, per cinque euro neri come sto cielo gonfio di rabbia.
In mezz’ora ci vai da Spezia a Lerici in bicicletta.
Cammini tre chilometri a passo svelto, in mezz’ora.
In mezz’ora ti prendi un caffè con la tipa che ti piace e decidi che quel caffè vorresti diventasse un aperitivo, una cena, una notte.
In mezz’ora te la scordi, quella notte, se non è stata un granché.
Se invece lo è stata, son cazzi, altroché.

Chiusa una porta si apre un portone rotto

Chiusa una porta, si apre un portone. Rotto il portone, ce ne mettono uno posticcio di compensato, più basso di quello originale, che lascia entrare la luce sulle scale di quell’androne solitamente buio come l’inferno. E allora dici minchia, nel portone nuovo ci voglio un bel finestrone nella parte superiore che illumini a giorno sta caverna di ingresso, che non costringa gli ospiti degli affittacamere ad imparare qual è l’interruttore della luce e quale quello per uscire dal palazzo, che non ci faccia inciampare nelle cartacce e nei mozziconi di sigaro che gettiamo a terra perché deh, la pulizia delle scale due volte a settimana cosa la paghiamo a fare.
E invece no, frè, ci dovevi pensare prima, ormai ti puppi sto portonone spesso e cupo uguale a quello di prima, ma che tranqui, vedrai, ti farà sentire a casa.
E questo, fanti, è tutto quello che so sui serramenti, sulla vita e sull’amore.

Ho perso, ma ho dominato

Le interviste e i commenti post-elezioni c’hanno sempre quei toni buffi da dopo partita. Ma non le partite di serie A, le partite diobono a Subbuteo di quando eravamo fanti: dal “ma vieniii!” stile Giovanni quando fa i salti mortali davanti ai bambini in Tre Uomini E Una Gamba, al “ho perso, ma ho dominato” del mio compagno delle elementari che perdeva quasi sempre, ma a se mae puntualmente la raccontava così. E lei ci diceva bravo, tutta fiera, perché belin, certo che aveva dominato, il suo piccolo bomber. Tra l’altro non avevano per niente un rapporto simbiotico, quei due. Quando lui restava a casa da scuola perché stava male, la giustifica della mamma era “abbiamo vomitato”. Che mi immagino una scena tipo quella puntata dei Griffin in cui attaccano a sboccare tutti quanti in salotto perché non mi ricordo cosa cazzo s’erano trangugiati.
Però un po’ la invidio quella roba lì del “ho perso, ma ho dominato”. Quel raccontarsela travestito da ottimismo, da autostima, da convinzione.
Ho perso ma ho dominato. Che mantra.
Mi han bocciato a scuola guida, ma nei parcheggi a pettine ho spaccato.
Son stato licenziato, ma oh, mai un giorno di malattia.
Mi ha lasciato, ma come ha amato me nessuno mai.
Che ne so… C’ho il covid, ma sono asintomatico.
Ho perso ma ho dominato. Ora me lo tatuo.

Vespe

Quando una vespa mi gira intorno, vado nel panico e faccio tutto ciò che non si dovrebbe fare: balzo in piedi, mi sbraccio, mi dimeno, mi schiaffeggio cercando di scacciarla, ma rischiando di fatto di farla incazzare e farmi pungere davvero.
Lo so che dovrei soltanto stare ferma, rimanere calma, non fare assolutamente nulla, ma l’immobilità di fronte a un pericolo mi fa sentire esposta, in balia della volontà altrui, mentre l’azione mi dà l’illusione di avere il controllo della situazione.
Se di norma è così, cioè è preferibile agire anziché lasciarsi trascinare passivamente dagli eventi senza cercare in alcun modo di modificarli, in casi come questo è una strategia fallimentare: una volta sono stata punta in testa e sono rimasta rintronata fino al mattino seguente. Un’altra volta su un avambraccio e sembravo Popeye.
È buffo – e quando dico buffo intendo più ridicolo che ironico – quanto l’immobilismo, in generale, mi caratterizzi, e quanto mi sia difficile metterlo in pratica nelle sole situazioni in cui sarebbe opportuno farlo.
Così come il silenzio. Per quanto penso mi si possa definire una persona silenziosa, caratteristica di cui porto il peso fin da quando sono bambina (“non parli? ti ha mangiato la lingua il gatto?”), quando sono sopraffatta dalla paura, dall’ansia, dal panico di sbagliare, di non essere all’altezza di una situazione, di perdere qualcosa o qualcuno, rimanere in sacrosanto silenzio mi sembra la cosa più difficile e faticosa del mondo: finisco quasi sempre per mandare tutto in merda dicendo cose sbagliate, a cui cerco di rimediare dicendo cose ancora più sbagliate, quasi come se il mio vero scopo fosse provare quanto avessi ragione ad avere paura, ad averci l’ansia. Che non sono una pazza che fa di tutto per autosabotarsi perché sia mai di meritarsi una gioia nella vita, ma una saggia e lungimirante premonitrice di catastrofi a cui, cara mia, non la si fa.

Volevo solo farmi ‘na pasta

Cosa mi aspetto di trovare quando cerco una ricetta sull’internette:

  • lista degli ingredienti;
  • procedimento dettagliato ma sintetico;
  • foto del piatto.

Cosa trovo in realtà:

  • racconti di vita dell’autore con aneddoti riguardanti la sua infanzia e il rapporto con la nonna defunta, dettagli emotivi dal sapore nostalgico, foto della nonna, foto della casa della nonna e del parcheggio a due piani con cui è stata recentemente sostituita;
  • excursus sulle stagioni e le loro relative peculiarità, spiegazione del perché chi scrive ne ami particolarmente una più delle altre, episodi riguardanti le attività abituali della nonna defunta durante la suddetta stagione, foto di paesaggi con neve/foglie secche/prati in fiore;
  • cenni storici sugli ingredienti impiegati, eventuali proprietà benefiche, diffusione e utilizzo nei vari paesi del mondo dai secoli più remoti fino ai giorni d’oggi, malinconica comparativa con gli ortaggi che la nonna era solita coltivare con amore e perizia impareggiabili;
  • lista degli ingredienti con marchi/negozi/packaging preferiti e polemiche random sulla scarsa qualità di un marchio/negozio/packaging rispetto ad un altro;
  • procedimento spiegato in maniera prolissa e dispersiva, ma arricchito dal racconto dei piccoli inconvenienti avvenuti durante la preparazione (un taglietto, una piccola ustione, una bottiglia di pomodoro frantumata al suolo);
  • galleria fotografica dei momenti clou della cena durante la quale il piatto è stato servito: quando il bambino si è sbrodolato, le risate per la barzelletta sporca dello zio Roberto, il bacio con il/la fidanzato/a, la Marisa che non sa stappare il vino, i piatti da lavare.

Prosegui dritto in direzione stocazzo

Ve lo ricordate Out Run? Dai, quel gioco fighissimo degli anni ottanta in cui guidavi una Ferrari rossa scapottata su stradoni infiniti costeggiati da palme, deserti e piantagioni di pixel, e dovevi stare attento a non schiantarti contro le altre auto da poveri mentre sfrecciavi senza meta insieme alla tua ragazza bionda coi capelli al vento, e intanto l’autoradio ti sparava dei midi pazzeschi. E chi stava meglio di te.
Scendendo da Via XX Settembre all’alba verso il molo, coi profili neri delle palme, il cielo rosa, il mare rosa, i riflessi rosa sulle auto ferme al semaforo, sembra di stare in un livello di Out Run.

Sedici chilometri dopo, inizio la salita. La strada è così sgombra e silenziosa che mi ricorda le prime uscite post quarantena.
Il giro ce l’ho in mente da tempo: salire ai Casoni e percorrere l’Alta Via Dei Monti Liguri fino al Passo del Rastello, che in alcuni cartelli chiamano Rastrello, ma tanto io c’ho l’erre moscia e non mi cambia niente. Da lì, raggiungere il mare, farmi un bagno, bermi ‘na birra e tornare a casa in treno.
La salita per i Casoni l’avevo fatta solo una volta, qualche anno fa, e me la ricordavo mortale. Ricordavo bene.
Quello che non ricordavo erano i tafani. Combattere coi tafani mentre cerchi di tenere la ruota anteriore a terra su una pendenza del venti per cento non è una roba comoda. Tafani sulle gambe, sulla faccia, sul sedere attraverso i vestiti. Ho sempre pensato di attrarli per via del sudore, mi sono anche chiesta se emanassi odori equini o bovini, poi Google mi ha detto che a sti stronzi piacciono i colori scuri, perciò vestirmi da becchino quando vado in bici a quanto pare non aiuta.
Quando arrivo su, mi fermo alla trattoria/bar per prendere da bere. Chiedo un Estatè al limone e due bottigliette d’acqua naturale e ottengo Estatè alla pesca e acqua frizzante, come in quella puntata dei Simpson in cui Marge ordina un caffè in un bar australiano e le danno della birra, e ogni volta che prova a scandire “caffè”, il tizio ripete “birra”.
Riparto con l’Estatè alla pesca in tasca e le borracce piene di acqua frizzante, che fanno quel rumore delle lumache quando le butti a bollire, che è tipo un “ghiiii” straziantissimo, che lo so che non è che fanno ghiiii perché strillano, ma è comunque uno strazio che dico come cazzo vi viene in mente di mangiarvi le lumache?
Sull’Alta Via non incontro nessuno, solo cavalli e mucche.
Cavalli sexy, con dei culi della madonna che mi fanno dire cosa ci vado a fare in bici per averci sto culaccio mollo qua. Il cavallo, dovevo fare.
E tantissime mucche libere che un po’ mi fanno soggezione, così tante e così vicine, ma tanto a loro frega solo di mangiarsi l’erbino buono. Mi fanno una gola che me lo mangerei pure io, quel cazzo di erbino.
Che bravone, le mucche. Se un gatto fosse grosso quanto una mucca, ti farebbe un culo così. Le mucche no, le mucche son dei bravi fanti.

A Sesta Godano il navigatore mi porta in una strada cieca che prometteva un castello e invece mi fa finire in un cimitero. Ma almeno c’è una fontana, dove mi rifornisco mentre “prosegui dritto in direzione…” Stocazzo. In direzione stocazzo. Riparto.
Sono già abbastanza demolita e comincia a fare caldo, ma mi dico che il peggio è passato e che da qui è quasi tutta discesa.
L’ultima salita è quella che da Mattarana porta al Bracco: un’ascesa dolce, con pendenze modeste, ma che ora mi sembra eterna.
So che devo raggiungere 580 metri di altitudine e comincio a fare un conto alla rovescia con gli occhi fissi sul Garmin. A voce alta: centoventuno… centoventi… centodician… centoventi… centodiciannove… centodiciotto!
Il bivio per Framura è una visione. Il mare, è una visione. Mi scoppia il cuore e non so se sto morendo o se sono felice o se sto morendo di felicità.
A Bonassola la spiaggia è semivuota e l’acqua calda, calma e trasparente.
È il nove di settembre. Ho quarantuno anni e un giorno.
Avere quarant’anni è come stare a cavalcioni su un muro e guardare un po’ da una parte e un po’ dall’altra; a quarantuno ti sparano una sassata e caschi giù dal muro. E così a ogni decade, perché siamo scemi, e ci facciamo condizionare dal tempo, dai numeri, dalle ricorrenze, dalle aspettative, dalla smania di significare qualcosa, di servire a qualcosa, di lasciare qualcosa.
Però che roba, settembre.
Che roba, essere al mondo.

Chilometri

Parcheggio al Telegrafo al solito posto e mi incammino verso l’inizio del percorso che sono solita fare: 800 metri di sterrato, ritorno al punto di partenza, 1 km di saliscendi su strada in direzione Sant’Antonio, ritorno passando dal bosco, di nuovo lo sterrato di prima fino a tornare all’auto, per un totale di circa 5km di corsa.
Mi piace conoscere le distanze esatte, sapere in ogni momento quanta strada ho fatto e quanta me ne manca e poter regolare il passo di conseguenza. Avere costantemente la stima di quanto mi separi dalla salvezza, nel caso incontrassi un animale ferocissimo, o un pazzo col fucile carichissimo, o scoppiasse un temporale fortissimo, oppure il mio cuore.
Sapere quali tratti aggiungere nel caso volessi aumentare la distanza di un determinato numero di chilometri (difficilmente più di due).
Cinque chilometri sono la mia comfort zone: un dignitoso minimo sindacale.
Stavolta decido di fare il percorso al contrario, ma dopo il primo chilometro di asfalto mi piglia di andarmi ad infrattare sulla sterrata che porta a Campiglia, che di solito percorro in bici e di cui ho memorizzato una lunghezza di circa tre chilometri. Se la faccio tutta, finisce che mi ciocco un totale di otto chilometri, me deh, pffff, cosa vuoi che sia.
Mentre affronto il primo tratto in salita, che ricordavo molto meno duro, avverto già un vago desiderio di morte e penso che forse andrei più veloce se mi rassegnassi a camminare. Ma non desisto e proseguo, finché la salita non diventa discesa, a tratti piuttosto ripida.
Non ho né la tecnica né le scarpe adatte per correre in discesa sul ghiaino e devo sembrare abbastanza ridicola. Se non avessi lasciato il telefono in macchina mi farei un video.
Arrivo a Campiglia esaltata ma schioppata. Quattro chilometri, di cui metà in discesa, e bona, ciao, sono morta. E adè?
Mi fermo a guardare il panorama. No: fingo di fermarmi a guardare il panorama.
Faccio abbassare un po’ i battiti, poi mi faccio forza e riparto, ma quella che prima era una discesa piuttosto ripida ora è un cazzo di muro. Quindi mi arrendo e cammino, e camminando mi viene freddo, e penso eccolo lì, adè mi viene il raffreddore, e sono tempi di merda per averci il raffreddore, e io non mi ci voglio svegliare l’otto settembre col raffreddore, che ce n’ho già abbastanza di rogne quel giorno lì.
Quando la salita si addolcisce un po’, riaccenno una corsa, ma una fitta al fianco destro mi costringe ad abbandonare l’idea. Cosa m’è venuto in mente di mangiare la crostata mezz’ora prima di uscire? Ma soprattutto, ancora una volta, cosa m’è venuto in mente di correre?
Mancano due chilometri e c’ho la maglia ghiacciata.
Dai, due chilometri son come andare dai Pescatori al faro e tornare ‘ndré.
Starnutisco di nascosto a un gruppo di escursionisti. Manca un chilometro.
Ai miei ospiti che chiedevano dove parcheggiare l’auto dicevo che potevano farlo gratuitamente a solo un chilometro da casa: certi rinunciavano a prenotare, alcuni preferivano pagare 10€ al giorno, i più si accontentavano.
Io, intanto, sono salva.
È importante conoscere le distanze esatte.
Sono importanti, i chilometri.

Mare mosso

Quelli che il mare mosso l’affrontano a testa alta, camminandogli incontro con passo marziale, senza indugio e senza paura, fieri come si va verso una morte da eroi.
Quelli che aspettano l’onda più alta per tuffarcisi dentro come squali, riemergere mezzo chilometro più avanti e nuotare verso la riva con la foga di un labrador che insegue un legnetto.
Quelli che ci si immergono fino alla vita, inamovibili e saldi come querce, appigli per bambini rotanti, inetti incespicanti, belinoni a gattoni.
Quelli che tergiversano sul bagnasciuga, mani sui reni, sguardo contratto, incapaci di trovare un minimo di stabilità: un passetto avanti e due indietro.
Quelli che entrano di schiena, sperando che qualche dio gliela mandi buona.
Quelli che entrano di lato, illudendosi di fendere le onde e uscirne asciutti e illesi.
Quelli come me, che lo affrontano col disagio e la rassegnazione di chi si trova a dover fronteggiare un brutto ceffo che lo vuole strattonare, soffocare e prendere a schiaffoni.