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Che stronzata

Tra le cose che ricordo
ce n’è una che ho scordato:
quella volta in cui mi hai vista
vestita da soldato.

Che stronzata.

Ho comprato i crauti, un vasetto di vetro: si è rotto prima di arrivare a casa e ora tutta la spesa sa di crauti, la cucina sa di crauti, tutto il mondo sa di crauti, la camicia che indossavo – H&M bimbo, taglia 13/14 anni – sa di crauti.

A 13/14 anni mi piaceva solo fare i salti in bicicletta e prendere i muri a pallonate. E le patatine fritte. E le cingommone rosa che dopo un minuto diventavano cemento al gusto niente.
Non sapevo dove stare, a 13/14 anni, ma me ne fregava il giusto.

Ho fatto un sogno: ero a letto, non dormivo, guardavo fuori attraverso le fessure delle persiane.
Le luci dei bar chiusi, i lampeggianti blu delle ambulanze ferme, le sirene spente dei vigili degli alberi di Natale in fiamme, e mio padre che mi teneva la mano e mi diceva “lo so, siamo uguali, me e te”.

Che stronzata.

Vorrei ucciderti nel sonno

Vorrei ucciderti nel sonno

Tagliarti la gola
le arterie
la strada

Soffocarti con un calzino
con la maglietta dei CCCP
con le lenzuola stropicciate da un’altra

Ucciderti

Farti paura da morire
farti a pezzi tutti uguali
farti cadere male

Nel mio sonno
che non arriva
che non mi sveglia

Che mi lascia sola

Dignità

A Senato c’è un signore, avrà ottant’anni, pigiama celeste, fantasia di ancore.
Fa ginnastica a bordo strada, poco distante da casa, incalzato dalla moglie che in piedi davanti alla porta gli grida qualcosa che non riesco a sentire: forse che è pronto il caffè, o che lo vogliono al telefono, o forse soltanto che è un cretino.
Respira forte mentre alza ed abbassa le braccia assorto, e i polmoni gli si riempiono di smog.

Sul Canale Lunense c’è un ragazzetto, avrà quindici anni, tuta sgargiante, bici da montagna.
Si molleggia sui pedali, fa salti sul posto e quando ci incrociamo impenna: sono invidiosissima, che io a impennare non ho mai imparato.
Mi scappa un “bomber!”, mi manda a cagare, ma poi sento che ride.

Viale XXV aprile, c’è una puttana, avrà cinquant’anni, mascherina chirurgica, piumino viola.
Raggiunge la sua postazione di lavoro attraverso la sterrata che costeggia la strada: testa alta, passo stanco ma sicuro, una grossa borsa in una mano e una sedia pieghevole nell’altra.
“Che dignità”, penso.
“Che pensiero di merda”, mi dico poi.

Te sei te, e noi non siamo un cazzo

Cerchi di vino rosso sul tavolo
e su una multa da pagare.
Poca luce dalle persiane chiuse
mi ricorda dove sono.
“Sei sveglia”, mi dice.
“Lo sono?”, le dico.
“Le nove”, mi dice.

Cerchi di vino rosso attorno agli occhi
e alla testa
che vorrei sbattere contro le persiane chiuse
mentre nella poca luce cerco te
che sei sempre te
mentre noi – me e te –
non siamo un cazzo.

Era davvero il caso?

Era davvero il caso di lasciarsi
andare
cadere
sbattere al muro
trasportare dalla corrente
battere dal tempo
sul tempo
fuori tempo?

Di lasciarsi stare
era davvero il caso?

Di misurarlo, sto tempo
che si misura in drammi
e non in grammi?

Il vecchio dei gatti

Sono qui da un po’, a riposare la schiena contro il muro assolato e scarabocchiato del casottino bianco che credo essere un osservatorio, quando lo sento parlare coi gatti. Mi affaccio da dietro il muro e lo saluto: mi pare scortese non fargli sapere che non è solo.
Parliamo sempre delle stesse cose: di come i gatti siano spaventati dalle persone che affollano il punto panoramico nei weekend, di cosa gli ha portato da mangiare, del suo rapporto speciale con Black, del mio rapporto speciale con questo posto, di quanto siano pericolose le strade in bicicletta e di quanto ci abbia rotto il belino la pandemia.
E soprattutto, anche se lo accenna soltanto, di come la morte della moglie lo faccia sentire solo. Non so da quanto tempo sia venuta a mancare, sta povera donna. Non so da quanto condividessero la loro quotidianità.
Non so perché lui abbia scelto proprio questo posto per lenire la tristezza e il vuoto che gli fanno abbassare lo sguardo e sorridere di tenerezza, come una tenerezza verso se stesso e la propria condizione di uomo solo disabituato alla solitudine.
“Sono andato dai cinesi a comprarmi delle presine, perché ogni volta che cucino mi brucio le mani”.
Di nuovo quello sguardo e quel sorriso.
“…Mi dureranno tre giorni. E un tappeto per il bagno, di quelli per non scivolare”.
Mi chiede perché vada già via, gli dico che ci rivediamo presto, mi risponde con un “grazie” pieno di malinconia e di incertezza.