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Mi han detto che ti piacciono i ragazzi

Mi han detto che ti piacciono i ragazzi
col ciuffo
liscio, pettinato di lato
baffetto stretto
sguardo un po’ incazzato

Mi han detto che ti piacciono i tipi
da spiaggia
costume a fiori
ciabatte infradito
abbronzatura discreta sotto peli sottili

Mi han detto che hai comprato una moto
per andare al mare col tuo ragazzo
col ciuffo
e il costume a fiori
che non sorride mai

Mi han detto che parlate poco
che non vi baciate spesso
che sulla sabbia bagnata
mi hai fatto un ritratto
col dito medio

Ho mangiato il tuo budino

– Ho mangiato il tuo budino.
– Il MIO budino?
– Sì, quello in frigo.
– Quale frigo?
– Il mio.
– Ma non ci vediamo da due anni, come fa ad esserci un MIO budino nel tuo frigo?
– Infatti era scaduto.
– Ah, ecco.
– Però era buono.
– Mh. E perché non l’hai mangiato prima?
– Non mi andava.
– Potevi buttarlo.
– Mi dispiaceva.
– Hai tenuto un budino scaduto in frigo per due anni perché ti dispiaceva buttarlo?
– Era tuo…
– E in due anni non ti è mai andato, ma stasera improvvisamente…
– Avevo voglia di dolce e non avevo nient’altro.
– Capito.
– E allora poi ti ho pensato.
– E mi hai scritto. Dopo due anni. Per dirmi del budino.
– Sì.
– Vuoi dirmi qualcos’altro?
– No.
– …
– Buonanotte.
– Ciao.

L’acqua magica

– Quest’acqua è magica – mi dice quando mi avvicino alla fontana per riempire la borraccia. Sta seduto a prendere ombra su una panchina lì a fianco: ciabatte di plastica, bragoni chiari poco sotto il ginocchio, camicia celeste aperta su una canotta bianca. Non molto diverso dal mio outfit estivo, se non fosse per le ciabatte, che non uso volentieri perché mi stanno malissimo e mi fanno sentire una signorottona che va in Piazza del Mercato a comprare il tonno. Se state pensando che anche sembrare un vecchio che boccheggia su una panchina non sia un’ambizione degna di una giovanotta di quasi quarantadue anni, lasciatemi dissentire.
– Addirittura? – gli dico.
– Eh sì eh! Podenzana c’ha quasi vinto due campionati del mondo.
“In che senso? Fanno i campionati del mondo dell’acqua?” vorrei rispondere, ma per fortuna non faccio in tempo perché, forse notando il mio sguardo confuso, sente il bisogno di accertarsi:
– Conosce Podenzana, vero?
– Sì, sì, certo! – rispondo, anche se in realtà per me Podenzana è un posto dove si mangiano i panigacci buoni.
– Eh, lui si allenava sempre qui e beveva da questa fontana. Acqua magica!
– Ah, ma per me mi sa che non basta l’acqua magica.
– Perché, non ce la fa?
“A fare cosa?”, vorrei dire. Ma di nuovo mi fermo in tempo.
– Lei è professionista? – insiste.
– See, io sono una cialtrona!
– Cos’è?
– Una cialtrona! – Ripeto, ostentando un sorrisone.
Gira le spalle quasi deluso, alza le braccia mimando un cavatappi e si allontana lentamente, sospirando:
– Non si può essere tutti campioni.
Eh no, non si può. C’è bisogno di perdenti, perché esistano i campioni.
L’acqua magica, comunque, sapeva di ferraglia, e a me è rimasta solo una gran voglia di panigacci.

Everybody!

Stamattina mi sono svegliata con in testa quella canzone che fa “Matilda, Matilda”, quella che parla di sta tizia che fotte cinquecento soldi al tizio e se ne scappa in Venezuela, e allora al lavoro mentre pulivo le camere la fischiettavo piano, e mentre lavavo i balconi la fischiettavo un po’ più forte e poi giù a strusciare i pavimenti cantando il ritornello, e nelle pause pure la capa senza neanche rendersi conto fischiettava Matilda, e io le andavo dietro, e allora di nuovo a cantare il ritornello mentre spolvero le porte, e quelli della stanza Manarola rientrano e io sono lì gasatissima che “everybody!” e allora loro “Matilda, Matilda”, e poi quelli di Vernazza escono per andare al mare e siamo già tutti in corridoio a fare il trenino e si uniscono pure le dominicane dell’appartamento di fronte e “Matilda, Matilda” e poi giù in strada, su via Fiume, fino in piazza Garibaldi, su per le scale del palazzo con tutti i condomini, la lavascale e il corriere GLS col mio pacco di marmellate Rigoni gusto fichi, e ora niente, siamo tutti qua nel mio salotto a cantare Matilda, vi prego qualcuno venga a spararci nella testa, mi raccomando mettete i tappi se no siete fottuti, l’umanità tutta sarà fottuta ma prima “once again now! Matilda, Matilda, Matilda, na na na na na na na Venezuelaaaaa”.

Ho sognato che avevo un gatto

– Ho sognato che avevo un cane.
– Un cane?
– No, scusa, forse era un gatto. Ho sognato che avevo un gatto.
– Un gatto.
– Sì, un gatto. Ma perché fai quella faccia lì? Mica ho detto rinoceronte… Alpaca… Che ne so… Cefalopode. Se ti dicessi “ho sognato che avevo un cefalopode”, tanto tanto. Ma un gatto…
– Mh. E quindi sto gatto?
– Non mi ricordo. Lo portavo al parco.
– Allora era un cane.
– Ma perché, scusa, non ce lo posso portare un gatto al parco? Non hai visto quelli su Instagram che portano i gatti nei posti e gli fanno le foto fighe e diventano influencer della movida felina?
– Va bé, allora c’avevi sto gatto e lo portavi al parco.
– Sì. Ma poi scusa, era un sogno, eh. Te che sogni ti fai? Che ti svegli, mangi un toast, bevi un caffè, fai la cacca e corri al lavoro?
– Io non faccio sogni.
– E belin, adè.
– Ma no, davvero.
– Ma dai, è che non te li ricordi. Prova a pensarci, all’ultimo sogno che hai fatto.
– Boh, non saprei.
– Ma non è possibile, dai.
– Eh oh.
– Ma dormi, almeno?
– Sì, non meno di otto ore a notte.
– Sai che questo per me sarebbe un sogno bellissimo?
– Dormire otto ore a notte?
– Sì. Come fai? Non ce li hai i pensieri, le ansie, la testa piena delle cose successe durante il giorno, di quelle che avresti voluto che fossero andate diversamente, delle cose dette male e di quelle che avresti potuto dire, di tutto quello che dovrai fare il giorno dopo e come farlo? Non ti conti i battiti, i respiri, gli organi e le ossa? Non ti scappa la pipì anche se l’ultima volta che hai bevuto erano le due del pomeriggio? Non hai paura dei ladri, delle catastrofi, di una telefonata nel cuore della notte che ti dice che i tuoi genitori e tutti i tuoi amici sono morti?
– No.
– E se stanotte muoio?
– Cosa.
– No, dico: ci pensi se stanotte muoio e ti chiamano per dirtelo?
– Ma chi mi dovrebbe fare una chiamata del genere?
– Perché, non vorresti saperlo??
– Cosa cambierebbe se lo sapessi il mattino dopo?
– No, niente…
– Poi io il telefono lo spengo di notte.
– E se ti cercano?
– Ma chi.
– Boh… Tua madre?
– Mia madre non mi chiamerebbe mai di notte.
– Neanche se tuo padre avesse un infarto?
– No, aspetterebbe che fosse mattino.
– Ah. E tu non vorresti saperlo subito?
– Per fare cosa? Operarlo?
– Tu non sei normale.
– Però io dormo.
– Mh.

Manco in una pubblicità del Montenegro

Nella camera Vernazza soggiornano due tizie. Arrivano prima dell’orario del check-in e il boss mi fa sapere che troverò i loro bagagli in stanza quando andrò a pulirla.
Al mio arrivo individuo le loro valigie e le isolo dai resti del soggiorno precedente: asciugamani in terra, lenzuola aggrovigliate sul fondo del letto, bagnoschiuma semipieno abbandonato nella doccia. Tutto come da copione.
Sulla scrivania, fra lattine vuote, tazze sporche e cartacce di merendine, una confezione di shampoo rotta avvolta in una busta di plastica forse perché non perdesse, ma che perde lo stesso e che quindi poggia su un bel chiazzone vischioso. Certa che si tratti di un omaggio dei precedenti ospiti, lo butto senza pensarci mezza volta.
Sulla terrazza, gettati disordinatamente su tavolino e sedie, dei vestiti, fra cui una mutanda con salvaslip annesso. Memore del biglietto di qualche giorno prima in cui una coppia ci comunicava di averci lasciato in regalo una Nutella ciucciacchiata, uno stick di deodorante spalmato del loro sudore e altre cortesie di questo genere, penso ancora una volta a un’altrettanto generosa donazione, insacchetto tutto e metto da parte. Poi però mi viene il dubbio che le due tizie, contestualmente al deposito dei bagagli, abbiano approfittato per cambiarsi al volo, e abbiano ritenuto che il terrazzo fosse il posto più idoneo in cui abbandonare le proprie vesti. Dunque ripesco tutto, butto giusto il salvaslip, e rimetto “a posto”.
La sera, verso mezzanotte, il boss mi inoltra una serie di messaggi ricevuti dalle tizie, nei quali si lamentano perché non trovano il loro shampoo, che avevano lasciato sulla scrivania. Una serie di molti, molti messaggi nei quali specificano marca e nome dello shampoo e sottolineano il loro disappunto per questa mancanza, tanto che ho pensato si trattasse di un shampoo da un milione di dollari e l’ho cercato su Google: un prodotto stupidissimo da due euro al supermercato.
Al mattino seguente altri messaggi in cui reclamano sto belin di shampoo, e quindi via di corsa all’affittacamere per rimestare nella rumenta, che grazie a Iddio non avevo ancora buttato. La sostanza vischiosa che avvolge la busta contenente il preziosissimo fluido ha fatto da colla per ogni altra sporcizia contenuta nel sacco, e solo dopo un accurato lavaggio posso finalmente porre fine a questo increscioso malinteso. Busso alla loro porta e quando la tizia mi apre mi trova lì che reggo alto sopra la testa il loro fottutissimo shampoo come se fosse una fottutissima Coppa del fottutissimo Mondo. Glielo porgo, pronta a partire con una tiritera di scuse, ma lei mi liquida con uno sbrigativissimo “thanks” e conseguente chiusura di porta in the face.
Ok.
Speriamo non rivogliano anche il salvaslip.