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Pere

Siamo a tavola, io seduta di fronte a mia madre, come da formazione tipo. Alle sue spalle il piatto della frutta, sul quale sono rimaste soltanto due pere: due belle pere sode una a fianco all’altra, della stessa dimensione, quasi simmetriche.
L’argomento del momento potrebbe riguardare la storia dell’arte, la vita di qualche santo, come la nuova fidanzata del figlio di quel tizio che una volta abitava nel palazzo a fianco a quel fondo dove fino al 1997 c’era il giornalaio; ma a me non importa, sono rapita da quelle due pere.
“Certo che quelle pere sembrano proprio due pere” sento il bisogno di dire a voce alta, interrompendo bruscamente la conversazione in corso.
Madre, padre e fratello si zittiscono, mi guardano, si voltano verso il piatto della frutta.
“Eh, sono due pere…” Dice mia madre.
“Sì, ma sembrano proprio due belle pere”.
“Sono delle pere normali…”
Cinque minuti così.
Come il famoso aneddoto di me bambina con l’erre moscia che mi lamentavo perché le albicocche che mia mamma mi aveva dato erano “due”. E lei continuava a dirmi intanto di mangiare quelle, che se ne avessi voluta un’altra me l’avrebbe data.
“Sì, ma sono due!” E avanti così all’infinito.
La mia vita è una storia fatta di frutta e malintesi.
Che poi sapete che ci faccio io con la frutta? La compro, la metto lì, la lascio marcire e poi la butto via.

A te e famiglia

– Tanti auguri!
– Di che.
– …Di buon Natale!
– Manco fosse il mio, di compleanno.
– Ti ricordi cosa mi hai detto quando ti ho fatto gli auguri di buon compleanno?
– Ti ho chiesto come cazzo facevi a sapere che era il mio compleanno?
– Anche.
– E come facevi?
– Oh cretino, siamo fratelli.
– E quindi?
– Gemelli, oltretutto.
– Mah, io a sta storia che siamo gemelli non ci ho mai creduto.
– Eh sì, dev’essere un complotto.
– Ma ci hai visti?
– E chi se la ricorda la tua faccia.
– Per la barba, dici?
– Perché non ci vediamo mai.
– Eh oh.
– Eh oh, che?
– No no, niente.
– Neanche hai mai visto mia figlia, lo sai che ha fatto un anno?
– Glieli hai fatti gli auguri?
– …
– Mi pare sia una cosa a cui tieni, questa di fare gli auguri alla gente.
– Ma che hai che non va?
– Dovresti saperlo, siamo gemelli.
– Comincio a crederci poco anch’io.
– Vabbè, allora auguri.
– Vaffanculo.
– A te e famiglia.
– Vorrei poter dire lo stesso.
*click*

I maschi che sfilano vestiti da poveri stronzi

Allora l’altra notte non dormivo e mi sono messa a smanacchiare il telefono, come consigliato dall’OMS in caso di insonnia: un po’ di shopping compulsivo di cui al risveglio non avrei avuto memoria, qualche appunto per cose che non scriverò mai, cazzi di gente che manco conosco, video di bici, di gatti, di volpi, di polpi, di cani sciancanati, un video di un tizio che sfila vestito da povero stronzo, che vai a sapere come ci sono arrivata, fatto sta che mi stava così sul belino che ne ho dovuti guardare cento. E adesso sono giorni che quel minchia di algoritmo di Instagram ha deciso che sono una super fan dei maschi che sfilano vestiti da poveri stronzi e niente, sono murata di sta roba che non riesco a smettere di guardare. Non riesco, oh, non ce la faccio. Li devo vedere tutti.
Così ho imparato il mestiere del maschio che sfila vestito come un povero stronzo. Come prima cosa bisogna vestirsi come un povero stronzo: braghe attillate sopra la caviglia, meglio se a brandelli; magliette attillatissime o sbragonatissime, meglio se a brandelli; scarpe fuori contesto e fuori stagione; sciarpa, berretto di lana e maniche corte a brandelli sulla neve, super mega parka pelosissimo ai Caraibi; accessori random tipo mazze da baseball, cani feroci, palle da basket, auto di lusso.
Le mosse del maschio che sfila vestito da povero stronzo sono poche ma efficaci. Quella che insegnano al primo giorno di corso è la mossa delle mani giunte. La ritroviamo anche nelle foto pubblicitarie di profumi o abiti, come nei book fotografici di attori e modelli: consiste nell’unire i palmi delle mani e dirigere uno sguardo profondo verso l’obiettivo. Nella versione video le mani bisogna sfregarsele ben bene, come se facesse molto freddo o si stesse escogitando un piano diabolico.
La seconda mossa è quella di guardarsi intorno con aria circospetta, che dà quel senso di “come gaso, sono un cazzo di ricercato delinquente troppo sexy” e “belin come son furbo, non mi sgamerete mai”.
La terza mossa consiste nel togliersi gli occhiali da sole, mettersi gli occhiali da sole, ritogliersi gli occhiali da sole. Alcuni osano estrarli da un marsupio a tracolla, altri se li mettono in testa, poi in tasca, poi addosso, poi di nuovo in tasca mentre si guardano attorno, con le mani giunte, che non sai mai che tempo fa e che aria tira nel mondo dei maschi che sfilano vestiti come poveri stronzi.
E poi c’è la mossa da pro, che è quella di camminare a gambe molto larghe e molto rigide, perché si sappia che bel popò di carnazzone c’è lì in mezzo, anche se in realtà è che le braghe son troppo strette, sti poveri fanti son scomodissimi ma deh, quanto sesso che fanno, quanta voglia di comprare quei vestiti di merda ed essere come loro, di avvicinare al naso le mani giunte e scoprire che sanno di pecorino, di brandire mazze da baseball, di guardarsi intorno sperando di non essere visti mentre si brandisce una mazza da baseball fingendo di essere dei fustacchioni della madonna mentre vorremmo solo toglierci sta roba e metterci un pigiamino di flanella, una copertina, e vaffanculo la neve, i Caraibi, il pecorino, le auto di lusso e i vestiti da poveri stronzi.

Stupida ottusa legalista

Arrivo in stazione non proprio di corsa, trentacinque minuti al mio treno.
Fuori fa meno due, dentro saran duecento.
In sala d’attesa, divieto di sedersi giustamente ignorato da tutti, tranne che da me. Stupida ottusa legalista.
Passeggio nel sottopassaggio: sottopasseggio.
Controllo sull’orologio i passi accumulati da quando sono sveglia: 401, compresi quelli dal letto al cesso.
Salgo le scale, scendo le scale, risalgo le scale; mi dico che con questo zaino pesantissimo dev’essere un buon allenamento. Mi ripropongo di informarmi sulla pratica degli squat con zaino in spalla, consapevole che una tale idiozia mi procurerebbe soltanto delle gran culate in terra e un tris di ernie.
La Freccia di Stocazzo è in ritardo di soli cinque minuti, quindi in orario. Cinque minuti seduta sulla panchina senza schienale del binario 2, malgrado l’adesivo rosso sbiadito di divieto. L’ottusa legalista si sente così colpevole che quando le si avvicinano gli sbirri si vede già in galera.
“Green Pass e documento, prego”
“Signorsì, signori”
“Grazie e buon viaggio signora”
“Ma prego, grazie a voi, volete vedere anche la patente? Tessera sanitaria? C’ho pure quella della rumenta, sono una cittadina modello, io. Sono stata brava? Ditemi che sono brava, nessuno mi dice mai che sono brava”.
Ma niente, sono già passati oltre.
Arriva il treno, controllo per la quindicesima volta carrozza e numero di posto sul biglietto.
“Carrozza 3” mi ripeto mentre il treno rallenta.
“Carrozza 3”.
Si ferma: carrozza 4. Mi dirigo verso la porta successiva, la capotreno fischia, mi volto, accelero il passo, inciampo sui miei stessi piedi, lo zaino enorme, mi vedo pancia a terra, gambe annodate, spianata sotto al mio bagaglio, la tizia che fischia, il treno che parte, un’alba rosa sulle vette innevate, gli sbirri al bar a bere caffè, meno uno gradi, lasciatemi qui.
Carrozza 5. Cogliona.
Torno indietro, imbarazzata nel seguire contromano il percorso indicato sul pavimento. Stupida ottusa legalista.
Carrozza 3. Ricontrollo il posto sul biglietto, scontro un passeggero, chiedo scusa, mi manda a cagare con accento lombardo, trovo il mio posto, ripeto due volte il numero a voce alta, poso lo zaino, saluto le due donne con cui condividerò la prossima ora di viaggio, nessuna risposta.
La madre – sono madre e figlia – ha le gambe accavallate per lungo sotto al tavolino e non accenna a spostarle per far posto alle mie, che rannicchio in un angolo.
Sta leggendo un libro sul Kindle; il carattere è impostato a una dimensione tale che conto otto righe per pagina e tre parole per riga. Cerco di immaginare il volume di un libro cartaceo per adulti con ventiquattro parole a pagina.
Fra una pagina e l’altra, impartisce lezioni alla figlia – giovane, vai a sapere quanto – su come trovare lavoro tramite i social.
“Scrivigli su Messenger”
“Non puoi scrivergli te?”
“Eh no, devi farlo tu. Ma prima cambia foto profilo. Mica puoi cercare lavoro in costume da bagno”.
Finalmente scendono e posso avviare i lavori di ripristino della circolazione negli arti inferiori.
La prossima tocca a me.
Sono pronta e insacchettata dieci minuti prima del tempo. Mi dirigo verso l’uscita, stavolta seguendo diligentemente il percorso suggerito, ma mi fermo davanti alla porta adibita alla salita. Ci penso un attimo, poi mi dico che ma sì, scenderò da lì, tanto ormai sono una delinquente.