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Corri, Forrest, corri

Mi vesto per andare a correre: calzamaglia contenitiva che mia nonna ne aveva di più sexy, calzoncino stile calcetto, maglietta celeste.
Fidanzata: “brava, ti manca solo un bel 10 sulla schiena”.
La ignoro, sono carica, mi sento fighissima, oltretutto piove e belin come gaso ad andare a correre sotto la pioggia.
Completo l’outfit con giacca impermeabile gialla e cappellino da ciclista antifascista, che è pur sempre la vigilia del 25 aprile.
Nipote settenne della fidanzata: “sembri un nonno!”
Mi dirigo dunque grondante autostima alla conquista della ciclabile di Pegazzano, conquista fin troppo facile dal momento che, con mio stupore, non incrocio altri podisti. Neanche quel tizio strambo che da anni cammina come una lippa per chilometri e chilometri tutti i Cristo di giorni in tutte le Cristo di stagioni, da sempre con addosso le stesse Cristo di braghette rosa sbiadite.
Le uniche persone che incontro stanno smadonnando o cercando di convincere il cane a cagare, o entrambe le cose. Che poi mi pare logico che il cane sentendosi dare del Dio abbandoni ogni forma di sottomissione e dica “deh, bèlo, ma cagaci te a comando sotto la pioggia”.
Pioggia che si fa sempre più fitta mentre io continuo a correre.
Chissà se qualcuno mi fotograferà e farà di me un meme; o chiamerà il 112 preoccupato per i familiari di quel povero vecchio scappato di casa, che chissà quant’è che lo cercano; oppure si limiterà a sborbottarmi dietro un sempreverde “corri, Forrest, corri”.
O se invece, com’è più probabile, a me non farà caso nessuno.