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43

– September came…
– My ribcage bent. Sì, la so. La canti ogni anno.
– Che palle.
– Dimmelo a me…
– Settembre andiamo è tempo di migrare?
– E dove te vè?
– So un belino, non c’ho manco il passaporto.
– E alora.
– Sto diventando grande anche se non mi va?
– Eh, bòna.
– Ma lo sai che i fratelli Righeira son nati quasi quando me?
– E belin, quanti anni c’hai?
– E dai, il giorno.
– Ma tutti e due?
– No, uno, ma l’altro a ottobre.
– E quindi?
– E quindi per quello che diventavan grandi alla fine dell’estate.
– E non gli andava…
– Eh!
– Come a te.
– Eh!!
– Quindi una vita a fare l’indie snob, e poi la tua canzone-guida è L’Estate Sta Finendo.
– Guarda che è un pezzaccio, eh!
– Sì, sì…
– Ma sai che m’è successo oggi?
– Cosa.
– M’han dato del lui!
– Di nuovo…
– Delle suore!
– E quindi?
– E quindi c’ho le tette e la cellulite, suore di merda!
– Sì, ma ti succede ogni giorno da quando sei al mondo.
– Da meno, dai.
– Perché da bambina c’avevi i capelli lunghi e ti mettevano quelle gonnacce scozzesi e i sandaletti con gli occhietti.
– Quanta conformità tra le bimbe degli anni ottanta.
– Però non ti davano del lui.
– Forse avrei voluto.
– Ah sì?
– Sì, perché i maschi li vestivano meglio.
– Ma insomma…
– Tipo il grembiule nero a giubbottino l’avrei troppo voluto. E invece no.
– Grembiulino lungo a quadrettini rosa e caminare.
– Chemmerda.
– Per quello che ora ti vesti da H&M bimbo?
– Forse. Come quando vai a vivere da solo e campi a merendine e schifezze perché i tuoi non te le facevano mangiare.
– Ci sta.
– Belin.
– Biretta?
– Belin!
– Ma quant’è che ne fai?
– 43.
– Belin.
– Lo so.

Maturità

Al primo esame di maturità fui bocciata. Alle private, che non è da tutti.
Al secondo mi sedetti, lessi il titolo del tema, mi alzai e chiesi se potevo andarmene.
Mi dissero di sì, ma che avrebbe significato mandare a puttane tutto l’esame. Con altre parole, probabilmente, ma io ricordo solo il senso, e il senso era quello.
Forse provarono a convincermi a restare, forse no, fatto sta che me ne andai.
Uscita dall’edificio mi misi a piangere e camminai veloce verso la stazione di Brignole. Veloce per allontanarmi da lì, da quel posto, da quella scelta del cazzo. Veloce come la luce sperando che ciò mi rendesse invisibile.
Ero a Genova perché la scuola privata che frequentavo non era abilitata agli esami di maturità. E andava pure bene, perché l’anno precedente li feci a Cortina D’Ampezzo e quindi, insomma, sì: costrinsi i miei a un’evitabilissima vacanza a Cortina D’Ampezzo per oltretutto farmi bocciare.
Di Cortina D’Ampezzo ricordo il peso delle nubi, l’assenza del mare, gli sciatori con gli sci a rotelle.
Alla stazione di Brignole stringevo il telefonino che mi avevano dato i miei genitori perché potessi chiamarli: un Sony CMD Z1 con microfono estraibile. Stupendo. Erano ancora gli anni novanta, eh.
Stringevo questo telefono e piangevo, ed ero a Brignole su non so quale binario ad aspettare un treno che non volevo prendere, cercando il coraggio di fare una chiamata che non volevo fare.
Ma che alla fine feci.
“Mamma, sto venendo a casa”
“Così presto?”
“Già”.
Probabilmente non fu questo il dialogo esatto, ma ricordo solo il senso, e il senso era quello.

Certo che son belle le donne

– Certo che son belle le donne, eh.
– Eh sì.
– Anche quelle brutte, dico.
– E ma se son brutte…
– Ma sì, tipo hai presente la cassiera della Coop?
– Eh, ce n’è una, tanto…
– Dai, quella che c’è il sabato pomeriggio, vado sempre da lei anche quando c’è più coda che alle altre casse.
– Perché sei scemo.
– No, è che…
– Comunque no, non ce l’ho presente.
– Dai, quella con la faccia un po’ storta, pettinata come mia nonna.
– Non è morta tua nonna?
– Fai te.
– Mah.
– Non lo sai che i capelli crescono anche dopo che sei morto?
– Merda, bisognerà farsi trovare preparati allora.
– In che senso.
– No, dico, farsi uno di quei tagli per farli crescere in ordine.
– …
– Te lo chiedono sempre, i parrucchieri: che facciamo, li tagliamo o li facciamo crescere?
– Sì, e poi te li tagliano comunque e dopo un mese sei punto e a capo.
– Ma perché te vai dal barbiere di quando avevi sei anni. Ma poi c’hai due peli, che ne sai.
– Eh, appunto. Io li volevo far crescere.
– Per farti il riporto?
– Vai a cagare.
– Comunque ho capito qual è la cassiera.
– Ooh, sì?
– Sì, quella con quei capellacci lunghi rossicci senza un verso.
– E la faccia storta.
– Sì, non è proprio bellissima.
– Oh, che ti devo dire, io quando alza lo sguardo per salutarmi mentre mi mette lo scontrino nel sacchetto, che cazzo ne so, fa una faccia, c’ha un’espressione che io me la sposerei.
– Eeh, belin.
– Giuro. Ma pure quella lì…
– Quella alla fermata dell’autobus?
– Quale? Ah, sì, anche quella… Con quell’aria di una che c’ha avuto una giornata di merda. Non la trovi bella?
– Avrà il doppio dei tuoi anni.
– Ma che c’entra! Dico solo che è bella.
– Sì, va bene, io però preferisco le ventenni.
– Eh, ho capì.
– Sono fresche, piene di vita, di voglia di fare, di conoscere.
– Sì, sì…
– Le ventenni quella roba lì che ti deturpa il viso dopo una giornata di merda, mica ce l’hanno. Se la sciacquano via col Topexan.
– Dio, ma esiste ancora il Topexan?
– Ma che ne so. A me mi ci chiamavano da ragazzina, Topexan.
– Me lo ricordo.
– E certo, mi ci chiamavi pure te.
– E dai, eravamo fanti.
– Sarà per quello che adè vado dietro alle ventenni.
– Non ti seguo.
– Facevo cagare. Aggiungici tutta la sbatta di essere lesbica. Ora dai, c’ho il mio perché.
– …Ma resti umile.
– E dai, dico che ora è più facile. Quando cresci è più facile, ma ti resta come un buco nella cronologia degli eventi, se le cose non le vivi al momento giusto.
– No, aspetta, mi stai dicendo che ti piacciono le ventenni perché a sedici c’avevi i brufoli?
– Forse.
– Va già bene che non ti piacciono minorenni, allora.
– E vabbè, ma tutte le tempistiche si sfasano, capisci?
– Comunque guarda che mi piacciono anche a me le ventenni, eh.
– Eh, grazie, a te ti piace anche la cassiera coi capelli da morta.
– Dio, non farmici pensare.
– Te c’hai un problema.
– Oh, ma è sabato oggi?
– Sì, è sabato…
– Andiamo alla Coop?
– Ma c’abbiamo un aperitivo fra mezz’ora!
– Eh appunto, mica ci vorrai arrivare a mani vuote.
– …Al bar??
– Eh vabbè, metti che dopo rimediamo un invito a cena, c’abbiamo già il vino e non facciamo la figura dei cialtroni.
– Cinque minuti. Entri, prendi il vino e esci.
– Ok.
– Senza la cassiera.
– Dici che se pago col bancomat, la dà una sbirciata al nome sulla carta e se lo segna per cercarmi e contattarmi?
– Dico che se non è reato ci si avvicina.
– Solo per quello, dici.
– Essere così cretini, dovrebbe essere reato.

L’acqua magica

– Quest’acqua è magica – mi dice quando mi avvicino alla fontana per riempire la borraccia. Sta seduto a prendere ombra su una panchina lì a fianco: ciabatte di plastica, bragoni chiari poco sotto il ginocchio, camicia celeste aperta su una canotta bianca. Non molto diverso dal mio outfit estivo, se non fosse per le ciabatte, che non uso volentieri perché mi stanno malissimo e mi fanno sentire una signorottona che va in Piazza del Mercato a comprare il tonno. Se state pensando che anche sembrare un vecchio che boccheggia su una panchina non sia un’ambizione degna di una giovanotta di quasi quarantadue anni, lasciatemi dissentire.
– Addirittura? – gli dico.
– Eh sì eh! Podenzana c’ha quasi vinto due campionati del mondo.
“In che senso? Fanno i campionati del mondo dell’acqua?” vorrei rispondere, ma per fortuna non faccio in tempo perché, forse notando il mio sguardo confuso, sente il bisogno di accertarsi:
– Conosce Podenzana, vero?
– Sì, sì, certo! – rispondo, anche se in realtà per me Podenzana è un posto dove si mangiano i panigacci buoni.
– Eh, lui si allenava sempre qui e beveva da questa fontana. Acqua magica!
– Ah, ma per me mi sa che non basta l’acqua magica.
– Perché, non ce la fa?
“A fare cosa?”, vorrei dire. Ma di nuovo mi fermo in tempo.
– Lei è professionista? – insiste.
– See, io sono una cialtrona!
– Cos’è?
– Una cialtrona! – Ripeto, ostentando un sorrisone.
Gira le spalle quasi deluso, alza le braccia mimando un cavatappi e si allontana lentamente, sospirando:
– Non si può essere tutti campioni.
Eh no, non si può. C’è bisogno di perdenti, perché esistano i campioni.
L’acqua magica, comunque, sapeva di ferraglia, e a me è rimasta solo una gran voglia di panigacci.

Speciale

In psicoterapia la prima cosa che m’è toccato imparare è che non sono speciale. Te lo sbattono in faccia come una roba innocua che anzi, dovrebbe farti sentire meglio, meno solo, e invece ti devasta, ti destabilizza; ti costringe a ridimensionarti, a riposizionarti, ad accollarti la responsabilità di ciò che sei e di come la tua vita sia andata fino a quel momento. È come se ti stessero dicendo che c’hai un cancro, e che non è che ce l’hai perché abiti a sei chilometri dall’Enel, o per colpa dei cellulari, dell’olio di palma o di quella volta che te mae t’ha cotto il sugo in una padella di teflon rigata, ma perché hai fumato, bevuto e mangiato di merda ogni stramaledetto giorno dei tuoi ultimi vent’anni.
E te che t’eri abituato a pensarti troppo sensibile, troppo buono, troppo empatico, troppo intelligente, brillante, sottile, destinato alla solitudine dell’incomprensione per colpa di una maledizione, una sventura congenita sulla quale non avevi nessun potere, ti ritrovi perso, disorientato, spersonalizzato. Una merda. Uno scemo. Un disastro.

Mezz’ora

Ho perso di nuovo l’auto e non ho la minima idea di dove potrei averla parcheggiata.
Ho un’app apposta sul cellulare per ricordarmelo, ma dimentico sempre di utilizzarla, oppure mi dico “va bé, ma è qui, non posso scordarlo”. E invece posso, oh sì che posso. Ogni stramaledetta volta.
Setaccio una ad una tutte le vie della zona: Viale Garibaldi, Via Roma, Via Napoli, di nuovo Garibaldi, Torino, Bixio. Niente.
Mezz’ora, ci ho perso. Roba che se avessi dovuto andare da qualche parte di serio, ci sarei arrivata mai più.
In mezz’ora fai a tempo a scordartelo, dove dovevi andare. Come quando ti alzi dal divano e fili dritto verso la camera da letto e poi ti inchiodi in mezzo alla stanza come un coglione, senza avere idea del perché ti trovi lì e ricordando a malapena come ci sei arrivato. Ma lì la questione non è il tempo che è passato da quando ti sei alzato, ma quello trascorso da quando sei nato.
In mezz’ora mi bevo due birre medie, se è una di quelle giornate che lo richiedono.
Mezz’ora mi ci vuole per pulire una stanza all’affittacamere della vecchia, per cinque euro neri come sto cielo gonfio di rabbia.
In mezz’ora ci vai da Spezia a Lerici in bicicletta.
Cammini tre chilometri a passo svelto, in mezz’ora.
In mezz’ora ti prendi un caffè con la tipa che ti piace e decidi che quel caffè vorresti diventasse un aperitivo, una cena, una notte.
In mezz’ora te la scordi, quella notte, se non è stata un granché.
Se invece lo è stata, son cazzi, altroché.

Prosegui dritto in direzione stocazzo

Ve lo ricordate Out Run? Dai, quel gioco fighissimo degli anni ottanta in cui guidavi una Ferrari rossa scapottata su stradoni infiniti costeggiati da palme, deserti e piantagioni di pixel, e dovevi stare attento a non schiantarti contro le altre auto da poveri mentre sfrecciavi senza meta insieme alla tua ragazza bionda coi capelli al vento, e intanto l’autoradio ti sparava dei midi pazzeschi. E chi stava meglio di te.
Scendendo da Via XX Settembre all’alba verso il molo, coi profili neri delle palme, il cielo rosa, il mare rosa, i riflessi rosa sulle auto ferme al semaforo, sembra di stare in un livello di Out Run.

Sedici chilometri dopo, inizio la salita. La strada è così sgombra e silenziosa che mi ricorda le prime uscite post quarantena.
Il giro ce l’ho in mente da tempo: salire ai Casoni e percorrere l’Alta Via Dei Monti Liguri fino al Passo del Rastello, che in alcuni cartelli chiamano Rastrello, ma tanto io c’ho l’erre moscia e non mi cambia niente. Da lì, raggiungere il mare, farmi un bagno, bermi ‘na birra e tornare a casa in treno.
La salita per i Casoni l’avevo fatta solo una volta, qualche anno fa, e me la ricordavo mortale. Ricordavo bene.
Quello che non ricordavo erano i tafani. Combattere coi tafani mentre cerchi di tenere la ruota anteriore a terra su una pendenza del venti per cento non è una roba comoda. Tafani sulle gambe, sulla faccia, sul sedere attraverso i vestiti. Ho sempre pensato di attrarli per via del sudore, mi sono anche chiesta se emanassi odori equini o bovini, poi Google mi ha detto che a sti stronzi piacciono i colori scuri, perciò vestirmi da becchino quando vado in bici a quanto pare non aiuta.
Quando arrivo su, mi fermo alla trattoria/bar per prendere da bere. Chiedo un Estatè al limone e due bottigliette d’acqua naturale e ottengo Estatè alla pesca e acqua frizzante, come in quella puntata dei Simpson in cui Marge ordina un caffè in un bar australiano e le danno della birra, e ogni volta che prova a scandire “caffè”, il tizio ripete “birra”.
Riparto con l’Estatè alla pesca in tasca e le borracce piene di acqua frizzante, che fanno quel rumore delle lumache quando le butti a bollire, che è tipo un “ghiiii” straziantissimo, che lo so che non è che fanno ghiiii perché strillano, ma è comunque uno strazio che dico come cazzo vi viene in mente di mangiarvi le lumache?
Sull’Alta Via non incontro nessuno, solo cavalli e mucche.
Cavalli sexy, con dei culi della madonna che mi fanno dire cosa ci vado a fare in bici per averci sto culaccio mollo qua. Il cavallo, dovevo fare.
E tantissime mucche libere che un po’ mi fanno soggezione, così tante e così vicine, ma tanto a loro frega solo di mangiarsi l’erbino buono. Mi fanno una gola che me lo mangerei pure io, quel cazzo di erbino.
Che bravone, le mucche. Se un gatto fosse grosso quanto una mucca, ti farebbe un culo così. Le mucche no, le mucche son dei bravi fanti.

A Sesta Godano il navigatore mi porta in una strada cieca che prometteva un castello e invece mi fa finire in un cimitero. Ma almeno c’è una fontana, dove mi rifornisco mentre “prosegui dritto in direzione…” Stocazzo. In direzione stocazzo. Riparto.
Sono già abbastanza demolita e comincia a fare caldo, ma mi dico che il peggio è passato e che da qui è quasi tutta discesa.
L’ultima salita è quella che da Mattarana porta al Bracco: un’ascesa dolce, con pendenze modeste, ma che ora mi sembra eterna.
So che devo raggiungere 580 metri di altitudine e comincio a fare un conto alla rovescia con gli occhi fissi sul Garmin. A voce alta: centoventuno… centoventi… centodician… centoventi… centodiciannove… centodiciotto!
Il bivio per Framura è una visione. Il mare, è una visione. Mi scoppia il cuore e non so se sto morendo o se sono felice o se sto morendo di felicità.
A Bonassola la spiaggia è semivuota e l’acqua calda, calma e trasparente.
È il nove di settembre. Ho quarantuno anni e un giorno.
Avere quarant’anni è come stare a cavalcioni su un muro e guardare un po’ da una parte e un po’ dall’altra; a quarantuno ti sparano una sassata e caschi giù dal muro. E così a ogni decade, perché siamo scemi, e ci facciamo condizionare dal tempo, dai numeri, dalle ricorrenze, dalle aspettative, dalla smania di significare qualcosa, di servire a qualcosa, di lasciare qualcosa.
Però che roba, settembre.
Che roba, essere al mondo.

Che ne sanno i normovedenti

Che ne sanno i normovedenti
delle ombre che paiono serpenti
Delle rocce che non sono massi
ma gatti a strisce e grassi

Dei “guarda, la luna piena!”
“E dai, di nuovo? È il Burger King”

Dei saluti negati
o dispensati a caso
a perfetti sconosciuti.

Buffalo Bill

Ho dato il mio primo bacio nel 93.
Nel 93 c’avevo i baffi e mi chiamavano Buffalo Bill.
Nel quartiere spopolavano due fantetti: uno fighissimo, irraggiungibile, che andava con le baby strappone straniere, cioè tipo della Chiappa o di Piazza Brin, e l’altro piccoletto ma spigliato, sicuro e con la faccia furbetta da marachelle e un caschetto di capelli morbidissimi e lustrissimi: eravamo tutte pazze di lui, tanto da litigarcelo, letteralmente. Ma roba di botte, eh.
Tutte eravamo io, la ragazzina col nome calabrese che ora si fa chiamare col secondo nome un po’ meno calabrese – ma tanto è inutile perché glielo leggi in faccia che si chiama con quell’altro nome là – e un’altra ragazzina che era la più piccola di tutte, ma c’aveva una malizia che noi scoregione ce la sognavamo. E poi era bionda. Senza labbra, ma pur sempre bionda.
Secondo me la bionda senza labbra gli ha cioccato anche un po’ di susina, poi, più avanti. Di sicuro è stata la prima a limonarselo, il piccoletto.
A me, lui, ricordo che disse: “io mi ci metto anche con te, però beciamo”. E allora avevamo beciato. Sapeva di sigarette e cingomme alla menta.
È invecchiato malissimo, quel ragazzetto: brutto, bolso, mal vestito e mezzo scemo.
La tizia col nome calabrese, invece, c’ha due figli che sogna di veder giocare in serie A.
Il fighissimo irraggiungibile è pelato e non più fighissimo e credo che di figli ne abbia una caterva.
La bionda chissà.
A me piacciono le signorine.
Nel 93 non lo sapevo mica, che mi piacevano le signorine.
Per un periodo era comparsa nel quartiere una ragazza più grande, che passava molto tempo con noi; poi cominciò a girare la voce che fosse lesbica e smise di farsi vedere. O almeno, io non ricordo che fine fece. So solo che quando ci penso, ora, mi sento una grandissima merda per aver dato retta a chi aveva visto in lei un pericolo o un qualcosa di schifoso.
Quando ci penso, ora, mi chiedo se forse, in fondo, non lo sapessi già che mi piacevano le signorine. Perché le fobie, alla fine, è un po’ così che funzionano.

Faccia

Non ho mai avuto un gran rapporto con questa faccia qua, ma ultimamente è quella che mi tocca vedere più spesso, quindi ho deciso di farci pace. O almeno provarci.
Fare pace con qualcuno o qualcosa significa anche accettarne i difetti, o quelli che percepiamo come tali.
In una faccia, ogni particolare è un indizio.
Ad esempio, le mie sopracciglia testimoniano che dagli anni novanta, come dagli ottanta, non si esce vivi.
La mia palpebra destra è la prova che le cicatrici fanno figo solo se lo sei già.
Dai miei occhi si capisce che non vedo oltre il mio naso, che comunque è una distanza considerevole.
Il mio naso attesta inequivocabilmente la mia appartenenza alla stirpe dei Biavaschi.
La mia pelle dice che a volte non mi voglio troppo bene.
Le mie rughe dimostrano che sono una frignona, ma che tutto sommato ho riso abbastanza spesso.
Dal diametro del neo, infine, si può ricavare la mia età, come dai tronchi degli alberi.