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Mare

Non capisco quelli che al mare ombrellone, lettino, cappello sulla faccia, spruzzino per star freschi, al bar ogni mezz’ora, doccia dopo il bagno, oimeo che caldo, oimeo si muore, oimeo si stava meglio a ca’.
Io al mare sono un tomino alla griglia, sono grasso che cola.
Mi piace sentire la pelle bruciare, il leggero solletico provocato dalle gocce di sudore mentre scendono lungo il corpo, tuffare il dito nella pozza che si crea nell’ombelico.
Il segno dei sassi sulla pancia, la ricerca dello scoglio perfetto, modellare la sabbia perché si adatti alle mie forme.
Mi piace immergere in acqua le punte delle dita e poi piano piano tutta la mano e sentirla sgonfiarsi lentamente.
Raggiungere una temperatura corporea tale che quando entro in mare immagino alzarsi una nube di fumo come quando lavi una padella appena tolta dal fuoco; cambiare colore da rosso a blu come nei cartoni animati.
Mi piace il sale sulla pelle, sotto ai vestiti,
mi piacciono i capelli sconvolti ma definiti.
Mi piace perdere quantitativi considerevoli di liquidi e reintegrarli a fine giornata con l’equivalente in birra. O in vino bianco. O in bruschette al pomodoro.

La mattina

La mattina sa di zucchero a velo
su soffritti digeriti male

Sa di chiuso
di lenzuola umide
del vomito del gatto
sul tappeto della cucina.

La mattina sa di grasso di catena
su polpacci depilati in fretta

Sa di rabbia
di vento negli occhi
di colpi di grancassa
sotto la maglia sudata.

La mattina sa di fiori morti
nei bidoni dei cimiteri

Sa di incertezza
di lacrime secche
dei baci appena sveglie
che non ci diamo più.

Prosegui dritto in direzione stocazzo

Ve lo ricordate Out Run? Dai, quel gioco fighissimo degli anni ottanta in cui guidavi una Ferrari rossa scapottata su stradoni infiniti costeggiati da palme, deserti e piantagioni di pixel, e dovevi stare attento a non schiantarti contro le altre auto da poveri mentre sfrecciavi senza meta insieme alla tua ragazza bionda coi capelli al vento, e intanto l’autoradio ti sparava dei midi pazzeschi. E chi stava meglio di te.
Scendendo da Via XX Settembre all’alba verso il molo, coi profili neri delle palme, il cielo rosa, il mare rosa, i riflessi rosa sulle auto ferme al semaforo, sembra di stare in un livello di Out Run.

Sedici chilometri dopo, inizio la salita. La strada è così sgombra e silenziosa che mi ricorda le prime uscite post quarantena.
Il giro ce l’ho in mente da tempo: salire ai Casoni e percorrere l’Alta Via Dei Monti Liguri fino al Passo del Rastello, che in alcuni cartelli chiamano Rastrello, ma tanto io c’ho l’erre moscia e non mi cambia niente. Da lì, raggiungere il mare, farmi un bagno, bermi ‘na birra e tornare a casa in treno.
La salita per i Casoni l’avevo fatta solo una volta, qualche anno fa, e me la ricordavo mortale. Ricordavo bene.
Quello che non ricordavo erano i tafani. Combattere coi tafani mentre cerchi di tenere la ruota anteriore a terra su una pendenza del venti per cento non è una roba comoda. Tafani sulle gambe, sulla faccia, sul sedere attraverso i vestiti. Ho sempre pensato di attrarli per via del sudore, mi sono anche chiesta se emanassi odori equini o bovini, poi Google mi ha detto che a sti stronzi piacciono i colori scuri, perciò vestirmi da becchino quando vado in bici a quanto pare non aiuta.
Quando arrivo su, mi fermo alla trattoria/bar per prendere da bere. Chiedo un Estatè al limone e due bottigliette d’acqua naturale e ottengo Estatè alla pesca e acqua frizzante, come in quella puntata dei Simpson in cui Marge ordina un caffè in un bar australiano e le danno della birra, e ogni volta che prova a scandire “caffè”, il tizio ripete “birra”.
Riparto con l’Estatè alla pesca in tasca e le borracce piene di acqua frizzante, che fanno quel rumore delle lumache quando le butti a bollire, che è tipo un “ghiiii” straziantissimo, che lo so che non è che fanno ghiiii perché strillano, ma è comunque uno strazio che dico come cazzo vi viene in mente di mangiarvi le lumache?
Sull’Alta Via non incontro nessuno, solo cavalli e mucche.
Cavalli sexy, con dei culi della madonna che mi fanno dire cosa ci vado a fare in bici per averci sto culaccio mollo qua. Il cavallo, dovevo fare.
E tantissime mucche libere che un po’ mi fanno soggezione, così tante e così vicine, ma tanto a loro frega solo di mangiarsi l’erbino buono. Mi fanno una gola che me lo mangerei pure io, quel cazzo di erbino.
Che bravone, le mucche. Se un gatto fosse grosso quanto una mucca, ti farebbe un culo così. Le mucche no, le mucche son dei bravi fanti.

A Sesta Godano il navigatore mi porta in una strada cieca che prometteva un castello e invece mi fa finire in un cimitero. Ma almeno c’è una fontana, dove mi rifornisco mentre “prosegui dritto in direzione…” Stocazzo. In direzione stocazzo. Riparto.
Sono già abbastanza demolita e comincia a fare caldo, ma mi dico che il peggio è passato e che da qui è quasi tutta discesa.
L’ultima salita è quella che da Mattarana porta al Bracco: un’ascesa dolce, con pendenze modeste, ma che ora mi sembra eterna.
So che devo raggiungere 580 metri di altitudine e comincio a fare un conto alla rovescia con gli occhi fissi sul Garmin. A voce alta: centoventuno… centoventi… centodician… centoventi… centodiciannove… centodiciotto!
Il bivio per Framura è una visione. Il mare, è una visione. Mi scoppia il cuore e non so se sto morendo o se sono felice o se sto morendo di felicità.
A Bonassola la spiaggia è semivuota e l’acqua calda, calma e trasparente.
È il nove di settembre. Ho quarantuno anni e un giorno.
Avere quarant’anni è come stare a cavalcioni su un muro e guardare un po’ da una parte e un po’ dall’altra; a quarantuno ti sparano una sassata e caschi giù dal muro. E così a ogni decade, perché siamo scemi, e ci facciamo condizionare dal tempo, dai numeri, dalle ricorrenze, dalle aspettative, dalla smania di significare qualcosa, di servire a qualcosa, di lasciare qualcosa.
Però che roba, settembre.
Che roba, essere al mondo.

Mare mosso

Quelli che il mare mosso l’affrontano a testa alta, camminandogli incontro con passo marziale, senza indugio e senza paura, fieri come si va verso una morte da eroi.
Quelli che aspettano l’onda più alta per tuffarcisi dentro come squali, riemergere mezzo chilometro più avanti e nuotare verso la riva con la foga di un labrador che insegue un legnetto.
Quelli che ci si immergono fino alla vita, inamovibili e saldi come querce, appigli per bambini rotanti, inetti incespicanti, belinoni a gattoni.
Quelli che tergiversano sul bagnasciuga, mani sui reni, sguardo contratto, incapaci di trovare un minimo di stabilità: un passetto avanti e due indietro.
Quelli che entrano di schiena, sperando che qualche dio gliela mandi buona.
Quelli che entrano di lato, illudendosi di fendere le onde e uscirne asciutti e illesi.
Quelli come me, che lo affrontano col disagio e la rassegnazione di chi si trova a dover fronteggiare un brutto ceffo che lo vuole strattonare, soffocare e prendere a schiaffoni.

Gravel

Esco senza fantasia e senza una meta, affidandomi al caso e all’improvvisazione.
Non sono mai stata quel tipo di sportiva invasata con la dieta sana ed equilibrata, gli allenamenti mirati, le ripetute, i lunghi e i corti programmati, le schede, le tabelle. Mi piace improvvisare e mi piace divertirmi, facendo esattamente quello che ho voglia di fare in quel momento, alla velocità di cui mi sento capace in quel momento, senza le ansie da record. La verità è che sono una comodona, tendenzialmente pigra e carente in forza di volontà.
Non sono mai stata una sportiva, in effetti, anche se ho sempre amato giocare agli sport. Calcio, pallavolo, basket, ping-pong… Da bambina giocavo a tutto ciò che prevedesse l’uso di una palla, e in alcune cose ero anche piuttosto brava; ad esempio ero campionessa mondiale assoluta di palleggio coi piedi. Fui anche notata da un talent scout che mi propose di andare a giocare in una squadra di calcio femminile, ma rifiutai perché era troppa sbatta. Successe lo stesso con la pallavolo, qualche anno dopo: mi indispose da subito il fatto che il tizio avesse cercato di correggere la postura dei miei bagher, e non mi capacitavo di cosa gliene fregasse di quanto le mie gambe stessero più o meno divaricate e le mie ginocchia piegate, se la palla comunque andava dove doveva andare.

L’improvvisazione è uno dei motivi per cui ho scelto di abbandonare la bici da corsa per le gravel: la possibilità di lasciarmi incuriosire da un sentiero o da una strada sterrata, con un approccio più rilassato, più esplorativo, quasi turistico; di uscire dal traffico anche solo per pochi chilometri, anche solo per trovare un posto tranquillo dove riposarmi o dove pisciare, cosa che solo una donna ciclista in salopette può capire quanto sia complicata. Ma del resto, come ho sentito dire fin troppo spesso, “la bici è roba da uomini”. Certo, come le auto, la birra, i rutti e i peli sotto le ascelle.

La domenica, d’estate, è una lotta per la sopravvivenza. Per guadagnarsi un angolo di spiaggia, un posto sotto le frasche o una pozzanghera dove poter inzuppare un po’ i pe’, si è disposti a tutto: a svegliarsi prestissimo con la faccia da coglioni che la sera han fatto i leoni, a infrattarsi in luoghi improbabili dall’atmosfera giunglesca, a scarpinare o guidare per ore sotto al sole. Tutto per arrivare prima degli altri e guadagnare la coccardina con su scritto 1, apparecchiarsi il proprio lembetto di terra, sedersi, guardarsi un po’ intorno soddisfatti, rompersi il belino dopo un’ora, venirsene via e tornare a casa stressati e spossati.
La domenica, in estate, la solitudine è un lusso.

I sentieri che costeggiano il fiume, dove di solito, al massimo, incontro qualcuno che porta il cane a cacare e a rotolarsi sulle carogne, sono murati di auto e moto parcheggiate nei modi più fantasiosi.
Le vie lungomare sono un delirio di traffico che toglie la voglia di respirare.
L’unica soluzione per avere un po’ di pace è imbriccarsi su per qualche colle. Le gambe mi portano, non senza proteste, a Montedivalli: un paese il cui nome suona come un ossimoro. Un paese che non è nemmeno un paese, ma un insieme di piccolissimi agglomerati di case, situati lungo una salita di circa 8 chilometri.
Alla fine della salita la strada incrocia l’Alta Via dei Monti Liguri, che non ho ancora mai battuto perché ad andare per boschi da sola c’ho sempre mille paranoie: e se incontro i cinghiali? O i lupi? Se cado e m’amazo e mi ritrovano mai più? Se vado a finire affanculo e non so più tornare indietro? Oppure trovo un cadavere e mi tocca chiamare gli sbirri, star lì ad aspettare con in testa tutte le peggio scene di tutti i film di paura visti in tutta la vita; e poi dover testimoniare, rischiare di essere accusata di omicidio perché le divise mi fanno sentire colpevole anche quando non ho fatto niente, e sentirmi colpevole mi fa convincere di esserlo, e toh, eccolo lì: volevo fare un giro in bici e sono finita a invecchiare in gattabuia.
L’ultima volta che per un attimo lo spirito di avventura ha prevalso sulla cagasottaggine e mi sono lasciata ingolosire da quello sterratone largo, pedalabile, in mezzo al bosco, sono tornata indietro alla velocità della stramaledetta luce dopo aver chiesto informazioni ad un tizio in trattore, che una volta avvicinatosi si è rivelato essere il sosia di Michele Misseri.
Dunque arrivo alla vetta, se 600 metri si possono definire così, con l’idea di proseguire lungo la strada asfaltata che mi avrebbe riportata a valle in sicurezza: niente lupi, niente galera, “niente allarmi e niente sorprese”. Ma quando vedo un’auto sbucare da una nube di polvere alla mia destra mi dico che va bé, belin, se ci vanno le auto ci posso andare anch’io. Quindi mi avventuro, il Garmin dice che sto andando in direzione Bolano: è l’ultimo (o il primo, a ritroso) tratto dell’Alta Via, sulla carta il meno bello di tutti.
La strada in realtà scorre abbastanza divertente e senza troppo impegno; il panorama è quasi sempre nascosto dalla vegetazione, ma quando si apre e mi mostra il Golfo, Portovenere e l’isola Palmaria, sono in pace. La Palmaria è la mia stella polare: uno sguardo a quell’isoletta mi dà la misura del percorso che ho fatto e la direzione da prendere per tornare a casa.
Certo, devo sforzarmi di non pensare a Michele Misseri, alla fauna, al fatto che qualcuno mi avesse parlato di un losco traffico di droga proprio qui, lungo questo sentiero. “Ciclista di mezza età trovata in stato confusionale nei boschi di Bolano: dei balordi le avevano sciolto la droga nella borraccia”.

Invasori

Ci rubano il posto in spiaggia, il parcheggio, l’ultimo pezzo di focaccia, il tavolo alla sagra del muscolo.
Ci rubano il mare, i panorami, i tramonti, gli hashtag su Instagram.
Ci rubano settembre nei giorni feriali.

Niccolò ha 5 anni ed è di Modena, ma passa tutte le estati a Bonassola.
Sua mamma è incinta di un bimbo che nascerà quando lui avrà 18 anni e la Ferrari che gli ha promesso papà.
Niccolò è un invasore.

Al bar di Montaretto ci sono solo vecchi. Smettono di parlare quando mi vedono arrivare, non so se straniti, incuriositi o indispettiti dalla presenza di qualcuno che non conoscono.
Sono un invasore.
Poso la bici, ordino un succo orrendo, mi siedo due tavoli più in là e finalmente riprendono a chiacchierare.
A Montaretto, frazione di Bonassola, provincia della Spezia, parlano più genovese che spezzino.
Il genovese suona un po’ come il portoghese, ma con meno saudade e più cinismo.
Se non ho capito male, la signora coi capelli color 5 centesimi deve assolutamente andare dalla parrucchiera, ma sarà un’impresa perché bisogna prendere l’autobus, son tutte curve e l’ultima volta si è sentita malissimo.

C’ho sonno

Spengo tutto alle 22:36.
I ristoranti sotto casa sono pieni e chiassosi. Mi addormento comunque, ma mi risveglia il camioncino della spazzatura. Non guardo l’ora, sarà mezzanotte, mezzanotte e mezzo.
I camerieri riordinano i locali, impilano tavoli e sedie, si battibeccano sui turni e su chi deve fare cosa, si fanno battute, ridacchiano, gridacchiano. Sento solo voci maschili.
Una comitiva di ragazzi, o di uomini – a orecchio ne conto una decina – si ferma a parlare sotto la mia finestra di chissà cosa, in una lingua e un tono che non riconosco. Si danno delle pacche, non capisco se ridono o litigano, o entrambe le cose. Credo sia l’una passata.
Il transito di persone è intermittente ma costante. Tutti maschi, a gruppi. Le loro voci sguaiate e disordinate si fanno più vicine per poi dissolversi in lontananza. Parlano dello Spezia, di quanto era sbronzo Coso, di cos’ha detto la Cosa a uno di loro. Vorrei saperne di più. Chissà poi dove l’hanno trovata, una signorina, in questa serata che ne sembra priva.
Ogni tanto una bici, un monopattino.
Poi una voce femminile, la prima. Saranno le tre. È con uno. Gli sta dicendo quanto sia difficile trovare uomini con le palle, come lui. “Palle molto grosse”, sottolinea fiero e malizioso il ganzo. Poi credo azzardi una mossa verso la tipa, perché la sento respingerlo. Ma anche questa storia si dissolve in lontananza, senza che ne possa conoscere il finale.
Forse mi addormento alle quattro.
Alle sette la pulizia delle strade. Poi le saracinesche, i trolley, i buongiorno, i “deh, alóa, com’è?”, i trapani, i bambini, la musica dominicana, karaoke guantanamera, i tavoli disimpilati, le liti dei vicini.
C’ho sonno.

Dove sei

I talloni.
Le ciabatte.
Le vite alte.
I polpacci stretti, pelosi, biondi,
abbronzati.
I talloni secchi, spanati, squadrati.
Le caviglie gonfie.
Le ritenzioni idriche.
Le carni bianchicce,
mollicce, venate di blu.
I ventenni vestiti uguali.
I trentenni vestiti da ventenni.
I quarantenni coi figli piccoli.
I vecchi coi figli piccoli dei figli quarantenni.
Le sere lunghe.
Le notti infinite.
Le biciclette sgangherate.
I monopattini.
I trolley.
La sveglia.
Non oggi.
No.

I cinque alti alle piante,
ai portoni,
alle saracinesche.
Cammino scomposta,
non piego le ginocchia.
Costruiscono strade sotto i miei passi.
Città sotto il mio naso.
Castelli nei miei polmoni,
che mi ostruiscono il respiro,
la vista,
il senso dell’orientamento.
Ho sete.
Dove sei.
Srotolano strade sotto i miei passi.
Casa mia scivola via,
alla Scorza,
alla Chiappa,
a Riccò del cazzo di Golfo.
Casa mia.
Dove sei.

Il panico, il vomito,
e Carlo
con quel suo cazzo di ombrellino
piantato in mezzo al petto.