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Letargo

Ci siamo già così abituati a sta menata delle mascherine che ormai ci scordiamo di togliercele anche in casa, o quando ci sediamo al ristorante e ci dobbiamo ficcare il cibo in bocca. È diventata l’ennesima roba scomoda che però ci tocca usare, come il casco, la cintura, il reggiseno, le scarpe fighe ma dure come il masso.
Dicono le signore in centro, dagli spalti, che a spaventare non è tanto il covid, quanto il fatto di essere presi per razzisti, che ormai non si può più dire niente, che è quello che fa davvero paura alla gente. Non capisco il punto e la logica, ma sono contenta di tirare dritto verso casa.
Fa freddo, mi viene voglia di bestemmiare dal freddo che fa. Beati voi che vi piace sta merda, io me ne andrei in letargo fino ad aprile come una tartaruga. Ho detto letargo, non coma, stai calmo Dio eh. Che qua, non si sa come, quando ti provi a desiderare un qualcosa di bello, col cazzone, ma se ti scappa una roba tipo “vorrei morire”, tac che ci resti secco.
Che cosa incredibile e geniale, il letargo. Mi risolverebbe un sacco di problemi: disordini alimentari, meteoropatia, tendenze autodistruttive di vario tipo. Cioè, cazzo, è come un rehab. Un mega detox. Ma ve lo immaginate se la razza umana andasse in letargo quanti vantaggi ne avremmo noi e l’intero pianeta? Altro che quarantena: zero ripercussioni economiche perché deh, checcazzo ce ne frega, stiamo a dormire fino a primavera, poi ci si ripensa.
Letargo, Dio. Pensaci, frè.

Fase 2

Le uscite nel territorio comunale concesse anticipatamente da Toti non è che me le sia godute granché: stavo approfittando del decreto emesso da uno che fosse per me non governerebbe manco un pollaio, che ha voluto farsi figo in previsione delle prossime elezioni, alla faccia dei dati non così confortanti riguardo i contagi nella nostra regione.
Mi rendo conto che non abbia alcun senso, ma mi sentivo in colpa, come se stessi rubando l’aria.
E poi fare un giro in bicicletta all’interno del comune non è tanto diverso da correre nel raggio di duecento metri da casa: ti costringe a fare inversione di fronte a cartelli sbarrati su cigli di strade aperte, strade che non sono franate o interrotte, ma che proseguono e sai benissimo dove potrebbero portarti. Oppure a battertene il belino e andare dove vuoi a tuo rischio e pericolo. Nessun rischio e nessun pericolo, in realtà: che io sappia, non gliene è fregato un cazzo a nessuno di dove andassero i ciclisti.
Ma io c’ho sto problema che i decreti me li leggo davvero e li devo seguire alla lettera. Che devo sempre sapere di essere in regola, nel giusto, di essere stata brava, di meritare un biscotto. Perché poi se mi ferma la legge vado in ansia pure se non ho fatto niente, figuriamoci se so di aver sconfinato di cento metri. E a mentire, a inventarmi delle storie, non sono capace. Oddio, in certi casi so mentire benissimo a me stessa, che effettivamente si traduce nel mentire anche agli altri, ma lì è una roba complicata, perché devo crederci tanto da essere convinta di dire la verità.

La libertà di andare (quasi) dove si vuole, di rivedere i posti nei quali si è sognato di trovarsi in queste lunghe settimane, quando le uniche gite concesse erano quelle al supermercato, è tutta un’altra storia.
Ritrovare tutto stranissimo, diversissimo, ma stranamente normale.
Non incontrare nessuno su sentieri e strade che solitamente, in questa stagione, sono già presi d’assalto dai turisti.
Le spiagge, viste dall’alto, deserte come se le stessi guardando su Google Earth.
Ma tutto al suo posto, immutato, bellissimo, profumato, forse più verde, più rigoglioso. O forse semplicemente verde e rigoglioso quanto è normale che sia una primavera che ha fatto il suo corso anche mentre non eravamo lì a guardarla.
Lunedì, sulla panoramica delle Cinque Terre, era tutto così silenzioso, così solo mio, che mi sono fermata a uno svincolo, sono scesa dalla bici e ho passeggiato in mezzo alla strada: si sentivano solo le api ronzare intorno a quei piccoli fiori gialli che credo essere ginestre, ma non sono sicura, perché i fiori sono fra quel milione di cose di cui non so niente.
Quando sono ripartita, guardando il mare e la costa sotto di me, mi è venuto spontaneo un “ti amo” a voce alta.
Buffo, se ci penso, aver detto “ti amo” a un paesaggio, a un posto, e non ricordare quando e quanto tempo prima lo avessi detto l’ultima volta.

Oggi, che era estate, ho messo il berretto con le angurie e sono andata a trovare Montemarcello, che è fra i più stabili dei miei affetti.
Al solito punto panoramico non c’era nessuno, tranne il vecchio dei gatti, a cui mi è capitato di pensare durante la quarantena e che speravo di incontrare.
Ci siamo scambiati qualche considerazione sulla situazione, senza doverci dire “oh, ma hai visto cos’è successo?” perché deh, l’abbiam visto sì.
Mi ha detto di aver sofferto molto l’isolamento e la solitudine, e che ora che finalmente può uscire è pieno di dolori, perché è stato fermo per troppo tempo. Che il corpo ha bisogno di muoversi, di prendere il sole, di vitamina D.
E poi gli sono mancati i gatti. Soprattutto Black, la gatta nera che aveva chiamato così pensando che fosse un maschio. Che black in inglese valga pure al femminile, non glielo sono stata a dire.
Nelle ultime settimane a dar da mangiare alla Pezzata, al Selvatico e a Black ci ha pensato una signora di Ameglia, gattara certificata ai sensi di legge.
Ma se Black ora ha di nuovo un bel pelo lucido e folto è tutto merito delle cure del vecchio, che la pettina quotidianamente e le porta il nasello all’olio d’oliva di cui va matta. Sembrano parlarsi, quei due, e lei sembra anche piuttosto gelosa.
Sono congiunti, finalmente ricongiunti.

Resistenza

Stamattina sono andata a correre.
Rimanendo in quei duecento metri di merda da casa, creando un solco nella pavimentazione tale da accelerarne sensibilmente l’erosione, sotto gli occhi vigili dei Vigili, mi sento ogni volta come Piper Chapman nel cortile di Litchfield.
Sì, lo so che non siamo davvero in galera e che so un cazzo dell’inferno che è la galera (come del resto le tizie di Orange Is The New Black). E già che ci sono: sì, lo so che non siamo in guerra, e so un cazzo dell’inferno che è la guerra. Del resto pure chi sta in guerra e in galera sa un cazzo dell’Inferno.
Stamattina sono andata a correre e per la prima volta non ho incontrato nessun delatore, non ho incrociato nessuno sguardo di disapprovazione. Non che mi sia dispiaciuto, ma ho avuto la sensazione che fossimo tutti diventati pratici, abituati. E l’abitudine non è adattamento, come va tanto sbandierare di ‘sti tempi, come se fosse un superpotere dell’essere umano. L’abitudine è rassegnazione. Ci stiamo rassegnando.

A pranzo mi sono bevuta due spritz e durante il giorno ho fatto secca una bottiglia di vino rosso, ho ascoltato quelle quindici volte Bella Ciao e ho ballato i Modena City Ramblers come manco nel duemila.
Cioè, veramente manco nel duemila. Chi cazzo ha mai ballato in pubblico.
In effetti non ho mai ballato tanto quanto in questa quarantena.

Dopo cena sono andata a buttare la spazzatura e c’era una temperatura perfetta, un’aria fantastica, un profumo di fiori che mi chiedo perché non mi abbia fatto starnutire.
In giro nessuno, tranne i rider delle pizzerie e i padroni dei cani brutti, perché quelli che c’hanno i cani belli a quanto pare preferiscono sfoggiarli di giorno.
Sono andata a vedere se c’era ancora la macchina: c’era.
Sono andata a vedere se c’era ancora lo scooter: c’era.
Sono tornata alla macchina per vedere se la pioggia aveva lavato la merda di piccione: no.
Sono andata in Piazza Saint Bon a sentire se il profumo di fiori veniva da lì: sì.
Insomma, ho ripercorso gli stessi solchi tracciati al mattino correndo, per venti o forse trenta minuti, sentendomi sia benissimo che una fuorilegge, col terrore che ogni auto fosse quella degli sbirri manco stessi spacciando eroina fuori dalle scuole, respirando forte, guardando nelle finestre dei palazzi, notando le travi di legno nei soffitti, le diverse tonalità di luce, di vernice, i diversi accenti, le diverse lingue provenienti da ogni appartamento.
È rassicurante quando le strade sono vuote ma le case sono vive. Mi sembra che tutti veglino su di me. Che idiozia.
Poi ho pianto. Di fronte al confine invisibile dei duecento metri, invisibile e impalpabile, ma comunque invalicabile, come un muro magnetico o elettrificato, ho pianto.
Ho camminato per un altro po’ piangendo.
Ho incrociato un altro paio di padroni di cani brutti.
Incredibile ‘sta cosa che ci sia un orario per i cani brutti.
Dio quanto li amo, i cani brutti.

Situazione tricologica

La mia situazione tricologica che lentamente e inesorabilmente degenera mi ricorda di quella volta che al Carnevale di Viareggio mi tirarono i capelli e mi fecero dei complimenti carichi di invidia e stupore per quanto la mia parrucca sembrasse vera.
Solo che non era una parrucca, bensì un putiferio di riccioli gonfissimi e rossissimi, perché ai tempi mi sentivo mezza punk, anche se il risultato era più quello di somigliare fortemente all’inquietante mascotte di una nota catena di fast-food.
Una ferita all’orgoglio che non si dimentica facilmente.
Come quell’altra volta in cui dei tizi per strada, additando me e le mie amichette borchiate, straccione e con le criniere variopinte, ci derisero sguaiatamente dandoci delle panchine.
Non faceva poi sto gran ridere, a ripensarci.
E a dire il vero forse ci eravamo anche un po’ gasate, sotto sotto, perché quando sei giovane e punk un po’ ti gasa sentirti incompreso.
Comunque, tornando all’attuale situazione tricologica, stamattina ero Wolverine.
Ora sono Fulvio Collovati.
Stasera chissà.
E domani, malgrado le apparenze, è un altro giorno.

Il covid è colpa mia

Il covid è colpa mia.
Non sono una persona espansiva, e tenere le distanze dal prossimo è una cosa a cui sono portata naturalmente.
Quella roba di doversi baciare quando ci si saluta a prescindere dal livello di confidenza, poi, non mi è mai piaciuta. Perché checcazzo, i baci sono importanti.
Ho provato negli anni le più svariate tecniche per sfuggire a questa usanza; quella che si è rivelata un minimo più efficace è salutare con la mano a paletta un po’ protesa in avanti, mentre si indietreggia e ci si volta lentamente in direzione opposta. Il messaggio che spero di comunicare è un “ciah, fermo lì, bòna eh”, che detto a parole rischierebbe di suonare un po’ maleducato.
Ora bacerei pure quell’uomo che alla Coop mi sgrida se non mi metto i guanti sopra ai guanti prima di palpare le arance.

Il covid è colpa mia.
I luoghi affollati non mi piacciono. Non mi sento a mio agio, non so cosa devo fare, con chi parlare, in che posizione stare per non sembrare una belinona. Non si sente niente, non ci vedo niente, mi perdo gli amici. Finisco sempre per sbronzarmi e andarmi a cercare un nascondiglio.
Stamattina mentre ascoltavo Amanda Palmer che fa le cover dei Radiohead all’ukulele, ho immaginato di essere alla Baracchetta a Lerici, verso il tramonto, con lei che suonava sotto al glicine, io seduta sulle scalette di fronte con in mano la terza Zadrapa, intorno a me un mare di gente in zavatte, e da qualche parte, anche se fuori dal mio raggio visivo, qualcuno dei miei amici.
“Magari”, ho pensato.

Il covid è colpa mia.
Non ce n’avevo manco per le balle, quest’anno, di aprire il b&b. Di tornare a condividere casa con perfetti sconosciuti, di dover interagire con loro, sforzarmi di essere simpatica, gentile e sorridente, fingere che mi piacciano sempre tutti per guadagnarmi recensioni tali che invoglino altre persone a prenotare un soggiorno da me. Altri perfetti sconosciuti con cui dividere casa e sforzarmi di essere simpatica, gentile e sorridente.
Ho ordinato una pizza, qualche sera fa: quand’è arrivato il fante a portarmela, ero così emozionata di parlare con qualcuno che la pizza gliela stavo lasciando a lui.

Il covid è colpa mia.
Da che ho memoria, il giorno di Pasqua l’ho sempre passato coi miei. Ma da ragazzina, il detto “Pasqua con chi vuoi”, se avesse avuto valenza di legge, mi avrebbe spesso portata altrove.
Oggi l’unica interazione umana non virtuale che ho avuto è stata col tizio che abita nel palazzo di fronte, con cui ci siamo scambiati dei sarcastici auguri, un paio di battute e qualche imprecazione a quel cielo blu che più blu non si può, che da qui scorgiamo appena e dal quale ci sentiamo unanimamente presi per il culo.
Se quel “Pasqua con chi vuoi” avesse valenza di legge, questa giornata, questa domenica infinita, la starei passando esattamente come ogni altra Pasqua di cui ho memoria, da quarant’anni a questa parte.

Laggente

Più dell’isolamento, della solitudine, della costante ansia ipocondriaca, della claustrofobica mancanza d’aria, della nostalgia delle persone, dei luoghi e della libertà, dello sconforto, della sensazione che non se ne possa che uscire malissimo e mai più, della carrettata di sensi di colpa derivanti dal fatto di provare mio malgrado tutti questi sentimenti, anche quando cerco di considerare la situazione con un minimo di ottimismo e di relatività. Più di tutto questo, c’è una roba che mi è venuta veramente a nausea (e lungi da me pensare di esserne immune), ed è l’abuso di frasi che iniziano con “la gente”. La gente non ha capito, la gente se ne frega, la gente esce senza motivo, la gente fa questo, la gente non fa quello. La gente è un’entità a noi esterna ed estranea su cui riversare ogni colpa, mentre noi siamo gli unici ad essere dotati di buon senso, di empatia, di intelligenza. Gli unici ad essere onesti, a rispettare le regole, ad avere il dono della comprensione, della cortesia, della bontà. Gli unici a pagare le tasse, a saper guidare, a sapere dove mettere la X in cabina elettorale. Gli unici che sanno cos’è giusto e cos’è sbagliato. Genitori perfetti, amici leali, figli amorevoli, lavoratori encomiabili, valorosi membri di una società a cui prestiamo il nostro prezioso e incommensurabile senso civico, ma della quale non facciamo realmente parte, essendoci autoproclamati esseri superiori.
Sono la prima a caderci. Sono la prima a guardarvi tutti con diffidenza, a non sentirmi in buone mani quando le mani in cui mi trovo sono quelle di tutti voi, su cui l’unico potere che posso esercitare è la fiducia. Non mi piace, mi fa cagare e ne voglio uscire.
Detto ciò, a quelli che scraciano per terra, una calcagnata nella nuca gliela darei.

Se potessi uscire ora

Se potessi uscire ora, andrei dai miei genitori, ad assicurarmi che stessero davvero bene, perché sono quel tipo di persone che quando succede qualcosa te lo dicono sempre dopo, per non farti preoccupare. Ci diremmo le stesse cose che ci diciamo tutti i giorni al telefono, ma sentendoci più vicini, più sereni, più al sicuro.
Non siamo gente che si abbraccia moltissimo, di solito, ma credo che il copione lo preveda, in casi come questo; e nessuno, ne sono certa, avrebbe da obiettare.

Se potessi uscire ora, prenderei la bici con le ruote verdi, una birra chiara, e andrei a Montemarcello, al solito punto panoramico, a controllare che la Palmaria fosse ancora al suo posto.
Metterei il berretto che uso in estate, quello con l’anguria sotto la visiera.
Farei più fatica dell’ultima volta, ma mi peserebbe meno di ogni altra volta.
I polmoni e gli occhi si riempirebbero di primavera e la mia bocca di insetti, perché avrei un sorriso larghissimo e imbecille piantato in faccia senza rimedio.

Con lo stesso sorriso larghissimo e imbecille e pieno di insetti, se potessi uscire ora e per caso ti incontrassi, ti saluterei da lontano.
Poi mi siederei da qualche parte, vicino al mare, e aspetterei il tramonto.

Marzo è pazzo

Ho sbagliato a vestirmi, faceva più caldo l’ultima volta che sono uscita. Ok che marzo è pazzerello, ma pensavo avesse già raggiunto un livello di follia sufficientemente elevato, a ‘sto giro.
Metto in moto, parte la radio a bomba, non trovo il volume e neanche la frizione. Mi hanno invertito i pedali, ne sono certa.
Apro i finestrini per respirare, per sentire di nuovo la brezza primaverile fra i capelli, che ormai hanno raggiunto una circonferenza pressoché impenetrabile: ma quale brezza, quale primavera, fa un freddo porco. Richiudo tutto e imposto la temperatura a centottanta gradi, ventilato, sopra e sotto, dieci minuti.

Al supermercato sono l’unica senza guanti, senza mascherina, senza un elmo di Scipio, uno scudo laser, niente. Non so come facciano ad averli tutti, dove li trovino, a chi li freghino o quanti mesi fa abbiano cominciato a farne scorta. Mi metto i guanti del reparto frutta e verdura, taglia Incredibile Hulk; per aprire i sacchetti mi deve aiutare un gendarme perché non c’ho grip.
Una voce dagli altoparlanti ricorda le misure anticontagio: stare ad almeno un metro gli uni dagli altri, niente strette di mano, niente limoni ma una strizzatina a una chiappa, purché a debita distanza, perché no.

A casa mi levo le scarpe, lascio le borse all’ingresso, mi lavo le mani quelle sei-sette volte.
Mentre sistemo i prodotti mi chiedo se sia il caso di pulirli tutti uno per uno, ma decido di limitarmi a quelli con cui prevedo di avere rapporti più intimi e frequenti, perciò le birre.
L’ultima volta che ho fatto la spesa settimanale, le birre me le sono finite tutte il giorno stesso, ma in compenso sono riuscita a non far marcire nulla; evento assolutamente inedito, nella mia onoratissima carriera di single.

Andrà tutto bene

Ho sbagliato a vestirmi, faceva più freddo l’ultima volta che sono uscita.
L’auto è una serra, oltre che il cacatoio preferito da ogni volatile del circondario.
Apro i finestrini, parte un disco dei Cake, mi prendo un attimo per ricordarmi come si mette la retro. L’avevo appena riscoperto, il piacere di guidare.
Il sole sulle braccia, la brezza quasi primaverile fra i capelli e nelle maniche della maglietta.
Per andare all’Ipercoop faccio il giro lungo.
Vado piano. Mi godo i semafori. Qualcuno sul molo cammina.
Mi viene voglia di scappare; mi sento come in quei film in cui il protagonista evade dalla galera, ruba una macchina e se ne va affanculo a caso, che l’importante è essere liberi.
Mi viene voglia di scappare, ma sarebbe come quando si fugge da qualche guaio, da un amore finito, da un cazzo di disagio interiore che per quanto lontano e veloce tu possa andare, non c’è verso che te ne liberi.
Sorrido.
Dentro al supermercato sembra di stare in uno stramaledettissimo videogioco. Siamo tutti nemici. Strategia, pericolo, contagio: c’è tutto.
Mi viene l’ansia. Compro la metà delle cose che mi servono e me ne vado.
Ripartono i Cake. Vorrei che il tragitto di ritorno fosse più lungo.
Mi viene da piangere.
Piango.
Mi fermo al semaforo e piango.
Mi guardano e piango.
Riparto. Parcheggio. Sono a casa. Piango.

Per essere la prima settimana sta andando alla grande, mi pare.

Siam pronti alla morte

Oggi dopo aver accuratamente studiato le direttive di quel patatone carinone di Conte sul sito del Governo, decido di andare a correre.
Mi vedono gli sbirri, non mi multano, non mi sparano, manco una pacca sul culo. Peccato.
Mi infratto su per i Colli, passando per la Cernaia. Due tizi su un terrazzo cantano quella canzone di Toto Cutugno, quella dell’italiano vero che se la canta e se la suona di essere un italiano vero. Anche se ho letto di quella storia della musica sui balconi e so che non è uno spettacolo improvvisato solo per me da perfetti sconosciuti, mi sembra come una serenata al contrario e mi fa sorridere. Gli ciocco un bel pollicione e penso che si potrebbe far tornare di moda le serenate, in questi tempi di contatti contati.
In Via XXVII Marzo vengo accolta dall’Inno d’Italia sparato a bomba dalle casse di un’auto in sosta, mentre dalle terrazze e dalle finestre un pubblico di quarantenizzati canta e batte le mani.
Per strada neanche una macchina, tanto da consentirmi di correre in mezzo alla carreggiata: una libertà inedita e irresistibile.
Mi sembra di stare alle Olimpiadi, sono gasatissima. E sto senza dubbio vincendo, perché non c’è nessun altro.
La situazione ha del surreale e, lo ammetto, mi commuove. Anche se al “siam pronti alla morte” mi parte un COLCAZZO.
Proseguo la mia corsa lenta, lasciandomi la musica, il tifo e la gloria alle spalle. Passo davanti alle case dei miei amici, dei miei genitori; non ho il telefono con me e non posso che sperare che si affaccino per caso, ma nessuno si affaccia. Potrei azzardare delle serenate, ma sono stonata come la merda.
Questa roba dell’isolamento, delle distanze, del non toccarsi mi fa venire in mente Pushing Daisies: una serie il cui protagonista, Ned, ha il dono di riportare in vita le persone toccandole, ma se le toccasse un’altra volta morirebbero. Un giorno [spoiler alert] Ned resuscita la ragazza che ama, e non potranno mai più toccarsi. Uno strazio che ciao.
L’isolamento da single è un po’ triste e alienante, e mi fa venire una voglia di abbracci che non ho mai avuto prima. Ma almeno non rischio di fare la fine di quelli che giocano a Monopoli.