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Come quei reggiseni stanchi

E allora mi sono sentita come quei reggiseni stanchi, scuciti e macchiati di sudore che si trovano inaspettatamente allo scoperto quando speravano di non essere notati da nessuno, gettati senza troppa cura su pavimenti sconosciuti e lì dimenticati, nascosti dalla polvere, dalla notte, dai vuoti di memoria, in attesa di diventare spazzatura o malinconici cimeli.

Silenzio

– Me ne vado – le dico.
– Come mai? – mi chiede.
– C’ho sonno – rispondo.
Ma poi mica dormo, a casa.
Mi taglio due pezzi di parmigiano, quattro crackers, apro una birra.
Mi siedo sul pavimento nel silenzio di casa che non è mai silenzio perché sotto ci stanno due pizzerie, un kebabbaro, una gelateria, due bar e un minimarket.
Mangio i crackers col parmigiano, nel silenzio che non è mai silenzio della piazza.
Bevo la birra, in questo silenzio che qualcun altro chiamerebbe – dio mio – i carabinieri, chiamerebbe.
E così resisto.
Mi arresto.
Resto distante.
E alla fine, in questo silenzio che non è mai silenzio, mi addormento.

C’è un ragno nel mio bagno

C’è un ragno nel mio bagno
ci incontriamo a tarda notte
che di giorno c’ha da fare, pare

ha le zampe di fustagno
un torace da autobotte
gli occhi rossi come un pazzo, cazzo.

C’è un ragno nel mio bagno
dice vuole fare a botte
che coi pugni ci sa fare, pare

gli do un colpo di calcagno
lui per poco non mi inghiotte
ora basta, io lo ammazzo, cazzo.

C’è un ragno nel mio bagno
non mi guarda, se ne fotte
c’ha dell’altro a cui pensare, pare.

Nel dubbio caco al buio.

Ho visto Paolo

– Oh, ma lo sai chi ho visto?
– Stocazzo?
– Ha.
– E chi?
– Paolo.
– Paolo chi?
– Paolo! Paolo, cazzo, ho visto Paolo.
– Paolo.
– Sì.
– Hai visto Paolo.
– Oh, l’ho visto. Era lui, sono sicuro.
– E dove?
– In piazzetta. C’aveva i jeans strappati, il cappellino, una di quelle sue magliette del cazzo.
– E che faceva?
– Non so, stava lì. Fumava, rideva…
– Da solo?
– Ma no, stava con uno.
– Uno chi?
– Ma che ne so… Oh, ti giuro. Pure la voce, i capelli… Il sorriso, cazzo.
– E gli hai parlato?
– No…
– Neanche un saluto?
– Sì, ma non mi ha visto.
– E perché non sei andato lì?
– Lo sai.
– Lo so.
– Però ti giuro…
– Lo so.

Pere

Siamo a tavola, io seduta di fronte a mia madre, come da formazione tipo. Alle sue spalle il piatto della frutta, sul quale sono rimaste soltanto due pere: due belle pere sode una a fianco all’altra, della stessa dimensione, quasi simmetriche.
L’argomento del momento potrebbe riguardare la storia dell’arte, la vita di qualche santo, come la nuova fidanzata del figlio di quel tizio che una volta abitava nel palazzo a fianco a quel fondo dove fino al 1997 c’era il giornalaio; ma a me non importa, sono rapita da quelle due pere.
“Certo che quelle pere sembrano proprio due pere” sento il bisogno di dire a voce alta, interrompendo bruscamente la conversazione in corso.
Madre, padre e fratello si zittiscono, mi guardano, si voltano verso il piatto della frutta.
“Eh, sono due pere…” Dice mia madre.
“Sì, ma sembrano proprio due belle pere”.
“Sono delle pere normali…”
Cinque minuti così.
Come il famoso aneddoto di me bambina con l’erre moscia che mi lamentavo perché le albicocche che mia mamma mi aveva dato erano “due”. E lei continuava a dirmi intanto di mangiare quelle, che se ne avessi voluta un’altra me l’avrebbe data.
“Sì, ma sono due!” E avanti così all’infinito.
La mia vita è una storia fatta di frutta e malintesi.
Che poi sapete che ci faccio io con la frutta? La compro, la metto lì, la lascio marcire e poi la butto via.

I maschi che sfilano vestiti da poveri stronzi

Allora l’altra notte non dormivo e mi sono messa a smanacchiare il telefono, come consigliato dall’OMS in caso di insonnia: un po’ di shopping compulsivo di cui al risveglio non avrei avuto memoria, qualche appunto per cose che non scriverò mai, cazzi di gente che manco conosco, video di bici, di gatti, di volpi, di polpi, di cani sciancanati, un video di un tizio che sfila vestito da povero stronzo, che vai a sapere come ci sono arrivata, fatto sta che mi stava così sul belino che ne ho dovuti guardare cento. E adesso sono giorni che quel minchia di algoritmo di Instagram ha deciso che sono una super fan dei maschi che sfilano vestiti da poveri stronzi e niente, sono murata di sta roba che non riesco a smettere di guardare. Non riesco, oh, non ce la faccio. Li devo vedere tutti.
Così ho imparato il mestiere del maschio che sfila vestito come un povero stronzo. Come prima cosa bisogna vestirsi come un povero stronzo: braghe attillate sopra la caviglia, meglio se a brandelli; magliette attillatissime o sbragonatissime, meglio se a brandelli; scarpe fuori contesto e fuori stagione; sciarpa, berretto di lana e maniche corte a brandelli sulla neve, super mega parka pelosissimo ai Caraibi; accessori random tipo mazze da baseball, cani feroci, palle da basket, auto di lusso.
Le mosse del maschio che sfila vestito da povero stronzo sono poche ma efficaci. Quella che insegnano al primo giorno di corso è la mossa delle mani giunte. La ritroviamo anche nelle foto pubblicitarie di profumi o abiti, come nei book fotografici di attori e modelli: consiste nell’unire i palmi delle mani e dirigere uno sguardo profondo verso l’obiettivo. Nella versione video le mani bisogna sfregarsele ben bene, come se facesse molto freddo o si stesse escogitando un piano diabolico.
La seconda mossa è quella di guardarsi intorno con aria circospetta, che dà quel senso di “come gaso, sono un cazzo di ricercato delinquente troppo sexy” e “belin come son furbo, non mi sgamerete mai”.
La terza mossa consiste nel togliersi gli occhiali da sole, mettersi gli occhiali da sole, ritogliersi gli occhiali da sole. Alcuni osano estrarli da un marsupio a tracolla, altri se li mettono in testa, poi in tasca, poi addosso, poi di nuovo in tasca mentre si guardano attorno, con le mani giunte, che non sai mai che tempo fa e che aria tira nel mondo dei maschi che sfilano vestiti come poveri stronzi.
E poi c’è la mossa da pro, che è quella di camminare a gambe molto larghe e molto rigide, perché si sappia che bel popò di carnazzone c’è lì in mezzo, anche se in realtà è che le braghe son troppo strette, sti poveri fanti son scomodissimi ma deh, quanto sesso che fanno, quanta voglia di comprare quei vestiti di merda ed essere come loro, di avvicinare al naso le mani giunte e scoprire che sanno di pecorino, di brandire mazze da baseball, di guardarsi intorno sperando di non essere visti mentre si brandisce una mazza da baseball fingendo di essere dei fustacchioni della madonna mentre vorremmo solo toglierci sta roba e metterci un pigiamino di flanella, una copertina, e vaffanculo la neve, i Caraibi, il pecorino, le auto di lusso e i vestiti da poveri stronzi.

Lo studio della mia nuova dottoressa

Lo studio della mia nuova dottoressa si trova nel palazzo in cui abito.
Il mio collega di attesa è un signore sulla sessantina, visibilmente infastidito dalle notizie del radiogornale: è tutto un “bah”, “pfff”, “ahah, seh, certo”.
Si alza e si siede impazientemente per poi dirigersi verso la finestra che affaccia sul cavedio:
“Fa un po’ vedere cosa si vede da qua… Ah, che schifo. Poveracci quelli che ci abitano”.
“Quella lì è la finestra della mia cucina”.
“Ma dico, se n’è accorta anche lei che non hanno detto niente della manifestazione?”
“Sono abbastanza sicura che ne abbiano parlato”.
“Ah, bé, meglio così. Cosa stava dicendo?”
“Che quella è la mia finestra”.
“Ah, ecco la dottoressa. Lei ha appuntamento?”
“Sì, ora”.
“Allora entro un attimo io. Faccio presto”.
Non capisco la logica e rispondo con la sempreverde mossa del cavatappi.
Mentre passano i minuti senza che nessuno esca da quella maledetta porta, mi alzo e mi siedo impazientemente, poi mi dirigo verso la finestra: effettivamente, bella merda.
Esce.
“Mi scusi eh, grazie, arrivederci”.
Grazie un cazzo.
“Si figuri, ci mancherebbe, arrivederci”.

Marcella

Quand’eravamo fanti c’era sta signora nel quartiere, sta vecchia, che si chiamava Marcella.
La Marcella c’aveva i capelli grigi, un po’ unti, mi pare ricci, un taglio corto acconciato senza cura né criterio.
La stessa cura caratterizzava il suo outfit: pantofolone sfondate, calzettoni corti e spessi, vestitone a fioroni fin sotto le ginocchia, di quelli spenti e senza forma tipici di molte donne di una certa età, che mi chiedo sempre quand’è che succede di preciso che ti svegli e dici “adè vado da Fulmine e mi catto un vestitone a fioroni”. Me lo chiedo con seria preoccupazione, perché io ora sono nella fase “adè vado da Decathlon e mi catto ‘na giacchetta gialla” e ho paura che fra l’una e l’altra non ci sia spazio per molte altre fasi.
La Marcella c’aveva la faccia di una che nella vita non era mai stata felice. C’aveva la faccia di una che ogni passo le faceva male, e quel male la faceva incazzare.
Non c’aveva un buon odore, la Marcella. Mi sa che un buon motivo per lavarsi non lo trovava da un po’.
La Marcella se la chiamavi per nome ti rispondeva “merda”, sempre, secco, di botto, senza voltarsi né alzare lo sguardo da terra. Non so come lo avessimo scoperto né da quanto andasse avanti sta storia, ma da bravi pezzi di stronzetti che eravamo, ogni volta che la vedevamo, giù a chiamarla solo per sentirci rispondere “merda” e ridere come dei matti. E allora ancora. E “merda”. E giù a ridere. E ancora. Fino a che non spariva dentro al portone di casa.
E così ogni giorno:
“Marcella!”
“Merda.”
“Marcella!”
“Merda.”
“Marcella!”
“Merda.”
Avrebbe potuto durare in eterno, senza che mai quel “merda” acquisisse toni o sfumature differenti, che cambiasse intonazione, che esprimesse un qualcosa di diverso da quello che a noi non sembrava altro che un tic esilarante.
Era un po’ come schiacciare ripetutamente la lettera J del Grillo Parlante per sentirlo ripetere “ilòta”.
Ilòta mi fa ancora ridere.
La Marcella sarà bella che morta, a quest’ora. E io non lo so che problema avesse, che vita le fosse toccata, non lo so cosa cazzo l’aspettasse una volta sparita in quel portone.
Ma ci penso spesso. E mi dispiace.
Quando mi guardo e penso “eccolo lì, sono la Marcella”, mi dispiace.

Mi pento e mi dolgo

– Mi pento e mi dolgo…
– Ti penti e ti duoli?
– Oh, cazzo… E te che ci fai qua?
– Ma come che ci faccio?
– È casa mia.
– C’ho l’ubiquità.
– Ma è casa mia. Camera mia. È…
– Ubiquità, frè.
– “Frè”? Ma come cazzo parli?
– Ma come parli tu, oh.
– Va bene, scusa.
– Dunque, dicevi?
– Che mi pento e mi dolgo…
– Di che?
– Dei miei… No, scusa, così non ce la faccio.
– A fare?
– A continuare… Dai, frè, te ne puoi andare?
– “Frè”? Ma come cazzo parli?
– …
– Dai, vai avanti, fai finta che non ci sono. Non è così che funziona?
– Sì, ma…
– Ma cosa?
– Ma… Non lo so, dai. Così è strano.
– Ma sono sempre io.
– Sì, però dai, cioè…
– Cioè che?
– Cioè che dai, è roba privata…
– Lo sai che la verrò a sapere comunque, vero?
– Sì, però… Anzi, a proposito: com’è che funziona? Telecamere nascoste? Microfoni? Microchip? Origliatori professionisti, tipo gli occhi e le orecchie del re?
– Te l’ho detto, frè: ubiquità.
– See, bona.
– E bona… O ci credi o non ci credi.
– Non ci credo.
– E allora mollami.
– Ma c’ho bisogno… C’ho… Mi sento in colpa, mi sono… Non sto bene, dai, dammi una mano.
– Ma se non ci credi non funziona.
– Allora ci credo. Ci credo, giuro. Ci credo. Aiutami, dai.
– Mmm…
– E dai, frè…
– Cerchi di diventare mio amico per avere dei favori da me?
– Sì.
– Non funzionerà.
– Perché?
– Ubiquità, ricordi?
– E allora?
– Pensaci bene.
– Certo che sei permalosetto, oh.
– Stocazzo.
– Ma…
– Ma stocazzo.
– Ok, scusa, dai. Biretta?
– Mh.
– E dai… C’ho la Poretti 4 malti…
– 4?
– 4.
– Va bene.
– Però prima puoi andare un attimo di là?
– Va bene. Ma ti ricordi la faccenda dell’ubiquità?
– Sì. Tu ti ricordi che non ci credo?
– Ah, già.
– Vuoi anche due patatine?
– Magari.

Ho mangiato il tuo budino

– Ho mangiato il tuo budino.
– Il MIO budino?
– Sì, quello in frigo.
– Quale frigo?
– Il mio.
– Ma non ci vediamo da due anni, come fa ad esserci un MIO budino nel tuo frigo?
– Infatti era scaduto.
– Ah, ecco.
– Però era buono.
– Mh. E perché non l’hai mangiato prima?
– Non mi andava.
– Potevi buttarlo.
– Mi dispiaceva.
– Hai tenuto un budino scaduto in frigo per due anni perché ti dispiaceva buttarlo?
– Era tuo…
– E in due anni non ti è mai andato, ma stasera improvvisamente…
– Avevo voglia di dolce e non avevo nient’altro.
– Capito.
– E allora poi ti ho pensato.
– E mi hai scritto. Dopo due anni. Per dirmi del budino.
– Sì.
– Vuoi dirmi qualcos’altro?
– No.
– …
– Buonanotte.
– Ciao.