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Corri, Forrest, corri

Mi vesto per andare a correre: calzamaglia contenitiva che mia nonna ne aveva di più sexy, calzoncino stile calcetto, maglietta celeste.
Fidanzata: “brava, ti manca solo un bel 10 sulla schiena”.
La ignoro, sono carica, mi sento fighissima, oltretutto piove e belin come gaso ad andare a correre sotto la pioggia.
Completo l’outfit con giacca impermeabile gialla e cappellino da ciclista antifascista, che è pur sempre la vigilia del 25 aprile.
Nipote settenne della fidanzata: “sembri un nonno!”
Mi dirigo dunque grondante autostima alla conquista della ciclabile di Pegazzano, conquista fin troppo facile dal momento che, con mio stupore, non incrocio altri podisti. Neanche quel tizio strambo che da anni cammina come una lippa per chilometri e chilometri tutti i Cristo di giorni in tutte le Cristo di stagioni, da sempre con addosso le stesse Cristo di braghette rosa sbiadite.
Le uniche persone che incontro stanno smadonnando o cercando di convincere il cane a cagare, o entrambe le cose. Che poi mi pare logico che il cane sentendosi dare del Dio abbandoni ogni forma di sottomissione e dica “deh, bèlo, ma cagaci te a comando sotto la pioggia”.
Pioggia che si fa sempre più fitta mentre io continuo a correre.
Chissà se qualcuno mi fotograferà e farà di me un meme; o chiamerà il 112 preoccupato per i familiari di quel povero vecchio scappato di casa, che chissà quant’è che lo cercano; oppure si limiterà a sborbottarmi dietro un sempreverde “corri, Forrest, corri”.
O se invece, com’è più probabile, a me non farà caso nessuno.

Jessie Sala

Un paio di settimane fa, passeggiando nel bosco, ho notato questo ramo adagiato tra le foglie secche e mi è parso chiaro che fosse un mitra. L’ho raccolto, l’ho imbracciato e ho mimato una raffica di spari, poi mi sono ricordata di avere quarantuno anni, mi sono sentita idiota e l’ho gettato a terra, abbandonandolo lì dove l’avevo trovato.
Questo lunedì, correndo sullo stesso sentiero, ho poggiato malissimo un piede e ho preso una storta atomica a una caviglia: un rumore molto poco rassicurante e poi giù per terra come un sacco. Un male porco. Sono rimasta lì a lamentarmi per un tempo indefinito, come Peter in quella puntata dei Griffin in cui cade e si fa male a un ginocchio.
Poi mi sono di nuovo ricordata che maledizione ho quarantuno anni, e quindi mi sono detta che belin, dai, è una storta, datti un contegno. Ma dal momento che di stare in piedi non c’era verso, mi sono guardata intorno in cerca di un bastone della mia vecchiaia e dopo averne scartati due o tre, ho ritrovato lui: il mitra. E ho scoperto che non era un mitra, ma una stampella costruita su misura per me: l’altezza giusta, l’impugnatura posta alla distanza perfetta. Tanto provvidenziale quanto inquietante.
Mentre arrancavo verso la mia auto sorretta da quella gruccia di fortuna, mi sentivo come in uno di quei film il cui protagonista è un intrepido e scaltro eroe che braccato, disperso e ferito deve trovare la via della salvezza contando soltanto sulle proprie forze e il proprio ingegno.
Guidare con la caviglia destra rotta – ho scoperto – non è semplicissimo. Certo, avrei potuto lasciare l’auto al Parodi e chiamare l’aiuto da casa, ma il protagonista del film di cui sopra, maledetto lui, non l’avrebbe mai fatto.

Nella sala d’attesa del Pronto Soccorso di Spezia sembra di stare in un ambulatorio veterinario di quelli lerci, dove “tanto son bestie, le bestie son sporche”.
Aria maleodorante, sedie scrostate e arrugginite, porte cigolanti, tabelloni non funzionanti, tempi di attesa impronosticabili. Gente che è lì dal pomeriggio e ancora non sa di che morte morire. Una donna in sedia a rotelle, in stato di semi-incoscienza, viene rilasciata con addosso solo le calze e un camice trasparente; quando il suo accompagnatore chiede sbigottito dove siano i suoi vestiti, gli viene risposto che “eeehhh, a me me l’hanno data così”.
Finalmente mi chiamano per fare i raggi e penso dai, forse me la sfango prima del previsto.
Dopo i raggi mi rispediscono in sala d’attesa e passa un’ora e mezza prima che vengano ad informarmi che mi avrebbero portata in sala gessi. Sala gessi a me fa sempre ridere, perché penso a un italo-americano che si chiama Jessie Sala; però me lo tengo per me perché non riderebbe nessuno e mi sentirei di nuovo scema come quando giocavo col mitra nel bosco.
Da Jessie Sala mi ci porta un ragazzotto gentile con una cariola sgangherata che non c’ha manco gli appoggi per i piedi, e quindi devo tenerli per aria mentre attraversiamo i giardini dell’ospedale, che ogni volta mi chiedo chi stracacchio l’ha progettato sto ospedale idiota coi padiglioni buttati uno qua e uno là, che per andare da uno all’altro devi pure pigliarti del freddo.
L’infermiere Jessie Sala mi fa un’esaustiva lezione sull’anatomia del piede per aiutarmi a comprendere la mia situazione clinica, mentre con pacata meticolosità taglia i miei jeans lungo la cucitura. “Per evitare di buttarli”, dice; “tanto fanno cagare”, dico.

A casa ci arriviamo all’una di notte.
Prima di deciderci ad andare al Pronto Soccorso, rassegnandoci al fatto che la mia caviglia non potesse aspettare fino al giorno seguente, avevamo ordinato un quantitativo di cibo tale che nel sacchetto erano stati messi quattro biscotti della fortuna e quattro paia di bacchette, malgrado fossimo in due.
Ne ho ancora una parte in frigo, a fare i bighi.
Il mitra è nell’ingresso, vicino alla porta. Farà i bighi anche lui, ma è evidente che fosse destinato a venire a casa con me.

Chilometri

Parcheggio al Telegrafo al solito posto e mi incammino verso l’inizio del percorso che sono solita fare: 800 metri di sterrato, ritorno al punto di partenza, 1 km di saliscendi su strada in direzione Sant’Antonio, ritorno passando dal bosco, di nuovo lo sterrato di prima fino a tornare all’auto, per un totale di circa 5km di corsa.
Mi piace conoscere le distanze esatte, sapere in ogni momento quanta strada ho fatto e quanta me ne manca e poter regolare il passo di conseguenza. Avere costantemente la stima di quanto mi separi dalla salvezza, nel caso incontrassi un animale ferocissimo, o un pazzo col fucile carichissimo, o scoppiasse un temporale fortissimo, oppure il mio cuore.
Sapere quali tratti aggiungere nel caso volessi aumentare la distanza di un determinato numero di chilometri (difficilmente più di due).
Cinque chilometri sono la mia comfort zone: un dignitoso minimo sindacale.
Stavolta decido di fare il percorso al contrario, ma dopo il primo chilometro di asfalto mi piglia di andarmi ad infrattare sulla sterrata che porta a Campiglia, che di solito percorro in bici e di cui ho memorizzato una lunghezza di circa tre chilometri. Se la faccio tutta, finisce che mi ciocco un totale di otto chilometri, me deh, pffff, cosa vuoi che sia.
Mentre affronto il primo tratto in salita, che ricordavo molto meno duro, avverto già un vago desiderio di morte e penso che forse andrei più veloce se mi rassegnassi a camminare. Ma non desisto e proseguo, finché la salita non diventa discesa, a tratti piuttosto ripida.
Non ho né la tecnica né le scarpe adatte per correre in discesa sul ghiaino e devo sembrare abbastanza ridicola. Se non avessi lasciato il telefono in macchina mi farei un video.
Arrivo a Campiglia esaltata ma schioppata. Quattro chilometri, di cui metà in discesa, e bona, ciao, sono morta. E adè?
Mi fermo a guardare il panorama. No: fingo di fermarmi a guardare il panorama.
Faccio abbassare un po’ i battiti, poi mi faccio forza e riparto, ma quella che prima era una discesa piuttosto ripida ora è un cazzo di muro. Quindi mi arrendo e cammino, e camminando mi viene freddo, e penso eccolo lì, adè mi viene il raffreddore, e sono tempi di merda per averci il raffreddore, e io non mi ci voglio svegliare l’otto settembre col raffreddore, che ce n’ho già abbastanza di rogne quel giorno lì.
Quando la salita si addolcisce un po’, riaccenno una corsa, ma una fitta al fianco destro mi costringe ad abbandonare l’idea. Cosa m’è venuto in mente di mangiare la crostata mezz’ora prima di uscire? Ma soprattutto, ancora una volta, cosa m’è venuto in mente di correre?
Mancano due chilometri e c’ho la maglia ghiacciata.
Dai, due chilometri son come andare dai Pescatori al faro e tornare ‘ndré.
Starnutisco di nascosto a un gruppo di escursionisti. Manca un chilometro.
Ai miei ospiti che chiedevano dove parcheggiare l’auto dicevo che potevano farlo gratuitamente a solo un chilometro da casa: certi rinunciavano a prenotare, alcuni preferivano pagare 10€ al giorno, i più si accontentavano.
Io, intanto, sono salva.
È importante conoscere le distanze esatte.
Sono importanti, i chilometri.

Resistenza

Stamattina sono andata a correre.
Rimanendo in quei duecento metri di merda da casa, creando un solco nella pavimentazione tale da accelerarne sensibilmente l’erosione, sotto gli occhi vigili dei Vigili, mi sento ogni volta come Piper Chapman nel cortile di Litchfield.
Sì, lo so che non siamo davvero in galera e che so un cazzo dell’inferno che è la galera (come del resto le tizie di Orange Is The New Black). E già che ci sono: sì, lo so che non siamo in guerra, e so un cazzo dell’inferno che è la guerra. Del resto pure chi sta in guerra e in galera sa un cazzo dell’Inferno.
Stamattina sono andata a correre e per la prima volta non ho incontrato nessun delatore, non ho incrociato nessuno sguardo di disapprovazione. Non che mi sia dispiaciuto, ma ho avuto la sensazione che fossimo tutti diventati pratici, abituati. E l’abitudine non è adattamento, come va tanto sbandierare di ‘sti tempi, come se fosse un superpotere dell’essere umano. L’abitudine è rassegnazione. Ci stiamo rassegnando.

A pranzo mi sono bevuta due spritz e durante il giorno ho fatto secca una bottiglia di vino rosso, ho ascoltato quelle quindici volte Bella Ciao e ho ballato i Modena City Ramblers come manco nel duemila.
Cioè, veramente manco nel duemila. Chi cazzo ha mai ballato in pubblico.
In effetti non ho mai ballato tanto quanto in questa quarantena.

Dopo cena sono andata a buttare la spazzatura e c’era una temperatura perfetta, un’aria fantastica, un profumo di fiori che mi chiedo perché non mi abbia fatto starnutire.
In giro nessuno, tranne i rider delle pizzerie e i padroni dei cani brutti, perché quelli che c’hanno i cani belli a quanto pare preferiscono sfoggiarli di giorno.
Sono andata a vedere se c’era ancora la macchina: c’era.
Sono andata a vedere se c’era ancora lo scooter: c’era.
Sono tornata alla macchina per vedere se la pioggia aveva lavato la merda di piccione: no.
Sono andata in Piazza Saint Bon a sentire se il profumo di fiori veniva da lì: sì.
Insomma, ho ripercorso gli stessi solchi tracciati al mattino correndo, per venti o forse trenta minuti, sentendomi sia benissimo che una fuorilegge, col terrore che ogni auto fosse quella degli sbirri manco stessi spacciando eroina fuori dalle scuole, respirando forte, guardando nelle finestre dei palazzi, notando le travi di legno nei soffitti, le diverse tonalità di luce, di vernice, i diversi accenti, le diverse lingue provenienti da ogni appartamento.
È rassicurante quando le strade sono vuote ma le case sono vive. Mi sembra che tutti veglino su di me. Che idiozia.
Poi ho pianto. Di fronte al confine invisibile dei duecento metri, invisibile e impalpabile, ma comunque invalicabile, come un muro magnetico o elettrificato, ho pianto.
Ho camminato per un altro po’ piangendo.
Ho incrociato un altro paio di padroni di cani brutti.
Incredibile ‘sta cosa che ci sia un orario per i cani brutti.
Dio quanto li amo, i cani brutti.

Siam pronti alla morte

Oggi dopo aver accuratamente studiato le direttive di quel patatone carinone di Conte sul sito del Governo, decido di andare a correre.
Mi vedono gli sbirri, non mi multano, non mi sparano, manco una pacca sul culo. Peccato.
Mi infratto su per i Colli, passando per la Cernaia. Due tizi su un terrazzo cantano quella canzone di Toto Cutugno, quella dell’italiano vero che se la canta e se la suona di essere un italiano vero. Anche se ho letto di quella storia della musica sui balconi e so che non è uno spettacolo improvvisato solo per me da perfetti sconosciuti, mi sembra come una serenata al contrario e mi fa sorridere. Gli ciocco un bel pollicione e penso che si potrebbe far tornare di moda le serenate, in questi tempi di contatti contati.
In Via XXVII Marzo vengo accolta dall’Inno d’Italia sparato a bomba dalle casse di un’auto in sosta, mentre dalle terrazze e dalle finestre un pubblico di quarantenizzati canta e batte le mani.
Per strada neanche una macchina, tanto da consentirmi di correre in mezzo alla carreggiata: una libertà inedita e irresistibile.
Mi sembra di stare alle Olimpiadi, sono gasatissima. E sto senza dubbio vincendo, perché non c’è nessun altro.
La situazione ha del surreale e, lo ammetto, mi commuove. Anche se al “siam pronti alla morte” mi parte un COLCAZZO.
Proseguo la mia corsa lenta, lasciandomi la musica, il tifo e la gloria alle spalle. Passo davanti alle case dei miei amici, dei miei genitori; non ho il telefono con me e non posso che sperare che si affaccino per caso, ma nessuno si affaccia. Potrei azzardare delle serenate, ma sono stonata come la merda.
Questa roba dell’isolamento, delle distanze, del non toccarsi mi fa venire in mente Pushing Daisies: una serie il cui protagonista, Ned, ha il dono di riportare in vita le persone toccandole, ma se le toccasse un’altra volta morirebbero. Un giorno [spoiler alert] Ned resuscita la ragazza che ama, e non potranno mai più toccarsi. Uno strazio che ciao.
L’isolamento da single è un po’ triste e alienante, e mi fa venire una voglia di abbracci che non ho mai avuto prima. Ma almeno non rischio di fare la fine di quelli che giocano a Monopoli.