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Prosegui dritto in direzione stocazzo

Ve lo ricordate Out Run? Dai, quel gioco fighissimo degli anni ottanta in cui guidavi una Ferrari rossa scapottata su stradoni infiniti costeggiati da palme, deserti e piantagioni di pixel, e dovevi stare attento a non schiantarti contro le altre auto da poveri mentre sfrecciavi senza meta insieme alla tua ragazza bionda coi capelli al vento, e intanto l’autoradio ti sparava dei midi pazzeschi. E chi stava meglio di te.
Scendendo da Via XX Settembre all’alba verso il molo, coi profili neri delle palme, il cielo rosa, il mare rosa, i riflessi rosa sulle auto ferme al semaforo, sembra di stare in un livello di Out Run.

Sedici chilometri dopo, inizio la salita. La strada è così sgombra e silenziosa che mi ricorda le prime uscite post quarantena.
Il giro ce l’ho in mente da tempo: salire ai Casoni e percorrere l’Alta Via Dei Monti Liguri fino al Passo del Rastello, che in alcuni cartelli chiamano Rastrello, ma tanto io c’ho l’erre moscia e non mi cambia niente. Da lì, raggiungere il mare, farmi un bagno, bermi ‘na birra e tornare a casa in treno.
La salita per i Casoni l’avevo fatta solo una volta, qualche anno fa, e me la ricordavo mortale. Ricordavo bene.
Quello che non ricordavo erano i tafani. Combattere coi tafani mentre cerchi di tenere la ruota anteriore a terra su una pendenza del venti per cento non è una roba comoda. Tafani sulle gambe, sulla faccia, sul sedere attraverso i vestiti. Ho sempre pensato di attrarli per via del sudore, mi sono anche chiesta se emanassi odori equini o bovini, poi Google mi ha detto che a sti stronzi piacciono i colori scuri, perciò vestirmi da becchino quando vado in bici a quanto pare non aiuta.
Quando arrivo su, mi fermo alla trattoria/bar per prendere da bere. Chiedo un Estatè al limone e due bottigliette d’acqua naturale e ottengo Estatè alla pesca e acqua frizzante, come in quella puntata dei Simpson in cui Marge ordina un caffè in un bar australiano e le danno della birra, e ogni volta che prova a scandire “caffè”, il tizio ripete “birra”.
Riparto con l’Estatè alla pesca in tasca e le borracce piene di acqua frizzante, che fanno quel rumore delle lumache quando le butti a bollire, che è tipo un “ghiiii” straziantissimo, che lo so che non è che fanno ghiiii perché strillano, ma è comunque uno strazio che dico come cazzo vi viene in mente di mangiarvi le lumache?
Sull’Alta Via non incontro nessuno, solo cavalli e mucche.
Cavalli sexy, con dei culi della madonna che mi fanno dire cosa ci vado a fare in bici per averci sto culaccio mollo qua. Il cavallo, dovevo fare.
E tantissime mucche libere che un po’ mi fanno soggezione, così tante e così vicine, ma tanto a loro frega solo di mangiarsi l’erbino buono. Mi fanno una gola che me lo mangerei pure io, quel cazzo di erbino.
Che bravone, le mucche. Se un gatto fosse grosso quanto una mucca, ti farebbe un culo così. Le mucche no, le mucche son dei bravi fanti.

A Sesta Godano il navigatore mi porta in una strada cieca che prometteva un castello e invece mi fa finire in un cimitero. Ma almeno c’è una fontana, dove mi rifornisco mentre “prosegui dritto in direzione…” Stocazzo. In direzione stocazzo. Riparto.
Sono già abbastanza demolita e comincia a fare caldo, ma mi dico che il peggio è passato e che da qui è quasi tutta discesa.
L’ultima salita è quella che da Mattarana porta al Bracco: un’ascesa dolce, con pendenze modeste, ma che ora mi sembra eterna.
So che devo raggiungere 580 metri di altitudine e comincio a fare un conto alla rovescia con gli occhi fissi sul Garmin. A voce alta: centoventuno… centoventi… centodician… centoventi… centodiciannove… centodiciotto!
Il bivio per Framura è una visione. Il mare, è una visione. Mi scoppia il cuore e non so se sto morendo o se sono felice o se sto morendo di felicità.
A Bonassola la spiaggia è semivuota e l’acqua calda, calma e trasparente.
È il nove di settembre. Ho quarantuno anni e un giorno.
Avere quarant’anni è come stare a cavalcioni su un muro e guardare un po’ da una parte e un po’ dall’altra; a quarantuno ti sparano una sassata e caschi giù dal muro. E così a ogni decade, perché siamo scemi, e ci facciamo condizionare dal tempo, dai numeri, dalle ricorrenze, dalle aspettative, dalla smania di significare qualcosa, di servire a qualcosa, di lasciare qualcosa.
Però che roba, settembre.
Che roba, essere al mondo.

Gravel

Esco senza fantasia e senza una meta, affidandomi al caso e all’improvvisazione.
Non sono mai stata quel tipo di sportiva invasata con la dieta sana ed equilibrata, gli allenamenti mirati, le ripetute, i lunghi e i corti programmati, le schede, le tabelle. Mi piace improvvisare e mi piace divertirmi, facendo esattamente quello che ho voglia di fare in quel momento, alla velocità di cui mi sento capace in quel momento, senza le ansie da record. La verità è che sono una comodona, tendenzialmente pigra e carente in forza di volontà.
Non sono mai stata una sportiva, in effetti, anche se ho sempre amato giocare agli sport. Calcio, pallavolo, basket, ping-pong… Da bambina giocavo a tutto ciò che prevedesse l’uso di una palla, e in alcune cose ero anche piuttosto brava; ad esempio ero campionessa mondiale assoluta di palleggio coi piedi. Fui anche notata da un talent scout che mi propose di andare a giocare in una squadra di calcio femminile, ma rifiutai perché era troppa sbatta. Successe lo stesso con la pallavolo, qualche anno dopo: mi indispose da subito il fatto che il tizio avesse cercato di correggere la postura dei miei bagher, e non mi capacitavo di cosa gliene fregasse di quanto le mie gambe stessero più o meno divaricate e le mie ginocchia piegate, se la palla comunque andava dove doveva andare.

L’improvvisazione è uno dei motivi per cui ho scelto di abbandonare la bici da corsa per le gravel: la possibilità di lasciarmi incuriosire da un sentiero o da una strada sterrata, con un approccio più rilassato, più esplorativo, quasi turistico; di uscire dal traffico anche solo per pochi chilometri, anche solo per trovare un posto tranquillo dove riposarmi o dove pisciare, cosa che solo una donna ciclista in salopette può capire quanto sia complicata. Ma del resto, come ho sentito dire fin troppo spesso, “la bici è roba da uomini”. Certo, come le auto, la birra, i rutti e i peli sotto le ascelle.

La domenica, d’estate, è una lotta per la sopravvivenza. Per guadagnarsi un angolo di spiaggia, un posto sotto le frasche o una pozzanghera dove poter inzuppare un po’ i pe’, si è disposti a tutto: a svegliarsi prestissimo con la faccia da coglioni che la sera han fatto i leoni, a infrattarsi in luoghi improbabili dall’atmosfera giunglesca, a scarpinare o guidare per ore sotto al sole. Tutto per arrivare prima degli altri e guadagnare la coccardina con su scritto 1, apparecchiarsi il proprio lembetto di terra, sedersi, guardarsi un po’ intorno soddisfatti, rompersi il belino dopo un’ora, venirsene via e tornare a casa stressati e spossati.
La domenica, in estate, la solitudine è un lusso.

I sentieri che costeggiano il fiume, dove di solito, al massimo, incontro qualcuno che porta il cane a cacare e a rotolarsi sulle carogne, sono murati di auto e moto parcheggiate nei modi più fantasiosi.
Le vie lungomare sono un delirio di traffico che toglie la voglia di respirare.
L’unica soluzione per avere un po’ di pace è imbriccarsi su per qualche colle. Le gambe mi portano, non senza proteste, a Montedivalli: un paese il cui nome suona come un ossimoro. Un paese che non è nemmeno un paese, ma un insieme di piccolissimi agglomerati di case, situati lungo una salita di circa 8 chilometri.
Alla fine della salita la strada incrocia l’Alta Via dei Monti Liguri, che non ho ancora mai battuto perché ad andare per boschi da sola c’ho sempre mille paranoie: e se incontro i cinghiali? O i lupi? Se cado e m’amazo e mi ritrovano mai più? Se vado a finire affanculo e non so più tornare indietro? Oppure trovo un cadavere e mi tocca chiamare gli sbirri, star lì ad aspettare con in testa tutte le peggio scene di tutti i film di paura visti in tutta la vita; e poi dover testimoniare, rischiare di essere accusata di omicidio perché le divise mi fanno sentire colpevole anche quando non ho fatto niente, e sentirmi colpevole mi fa convincere di esserlo, e toh, eccolo lì: volevo fare un giro in bici e sono finita a invecchiare in gattabuia.
L’ultima volta che per un attimo lo spirito di avventura ha prevalso sulla cagasottaggine e mi sono lasciata ingolosire da quello sterratone largo, pedalabile, in mezzo al bosco, sono tornata indietro alla velocità della stramaledetta luce dopo aver chiesto informazioni ad un tizio in trattore, che una volta avvicinatosi si è rivelato essere il sosia di Michele Misseri.
Dunque arrivo alla vetta, se 600 metri si possono definire così, con l’idea di proseguire lungo la strada asfaltata che mi avrebbe riportata a valle in sicurezza: niente lupi, niente galera, “niente allarmi e niente sorprese”. Ma quando vedo un’auto sbucare da una nube di polvere alla mia destra mi dico che va bé, belin, se ci vanno le auto ci posso andare anch’io. Quindi mi avventuro, il Garmin dice che sto andando in direzione Bolano: è l’ultimo (o il primo, a ritroso) tratto dell’Alta Via, sulla carta il meno bello di tutti.
La strada in realtà scorre abbastanza divertente e senza troppo impegno; il panorama è quasi sempre nascosto dalla vegetazione, ma quando si apre e mi mostra il Golfo, Portovenere e l’isola Palmaria, sono in pace. La Palmaria è la mia stella polare: uno sguardo a quell’isoletta mi dà la misura del percorso che ho fatto e la direzione da prendere per tornare a casa.
Certo, devo sforzarmi di non pensare a Michele Misseri, alla fauna, al fatto che qualcuno mi avesse parlato di un losco traffico di droga proprio qui, lungo questo sentiero. “Ciclista di mezza età trovata in stato confusionale nei boschi di Bolano: dei balordi le avevano sciolto la droga nella borraccia”.

Invasori

Ci rubano il posto in spiaggia, il parcheggio, l’ultimo pezzo di focaccia, il tavolo alla sagra del muscolo.
Ci rubano il mare, i panorami, i tramonti, gli hashtag su Instagram.
Ci rubano settembre nei giorni feriali.

Niccolò ha 5 anni ed è di Modena, ma passa tutte le estati a Bonassola.
Sua mamma è incinta di un bimbo che nascerà quando lui avrà 18 anni e la Ferrari che gli ha promesso papà.
Niccolò è un invasore.

Al bar di Montaretto ci sono solo vecchi. Smettono di parlare quando mi vedono arrivare, non so se straniti, incuriositi o indispettiti dalla presenza di qualcuno che non conoscono.
Sono un invasore.
Poso la bici, ordino un succo orrendo, mi siedo due tavoli più in là e finalmente riprendono a chiacchierare.
A Montaretto, frazione di Bonassola, provincia della Spezia, parlano più genovese che spezzino.
Il genovese suona un po’ come il portoghese, ma con meno saudade e più cinismo.
Se non ho capito male, la signora coi capelli color 5 centesimi deve assolutamente andare dalla parrucchiera, ma sarà un’impresa perché bisogna prendere l’autobus, son tutte curve e l’ultima volta si è sentita malissimo.

Quando si potevano varcare i confini regionali

Quando un ligure varca i confini regionali e cerca una focaccia decente per placare la fame e la nostalgia, trova solo delle gran delusioni e gli gira il belino perché dai, cos’è stammerda, piuttosto mi mangiavo un pacchetto di Rodeo. Però allo stesso tempo gli scatta l’orgoglio campanilistico e si gasa, perché deh, aloa, la fugassa, me chì, me là… anche se lui non sa manco accendere il forno.
Quindi va bene se sei a Fidenza o a Casalpusterlengo e al posto della focaccia ti rifilano un panaccio alto, asciutto e intriso di strutto. Ma non a Spezia. A Cadimare. A San Terenzo. A Monterosso. Al Canaletto. No, è inaccettabile. Perché la focaccia, se sei spezzino, se sei ligure, è una roba importante, almeno quanto il mare. E nella focaccia, razza di criminali, ci va lo stramaledetto olio.

Montimarzei #2

Dal punto panoramico di Montemarcello c’è una vista che se non ci sei abituato rischi che ti si spezzi il cuore. Se lo sei, invece, ti si spezza di sicuro. Nella mia personale classifica dei luoghi più belli del mondo, è senza dubbio al primo posto. Si potrebbe obiettare che non è che ne abbia visto poi molto, io, di mondo. Ma in fondo anche le nostre persone preferite, quelle a cui giuriamo che con nessun altro vorremmo passare la vita, le scegliamo fra una cerchia piuttosto ristretta di esseri umani, rispetto al totale della popolazione terrestre.
Al punto panoramico di Montemarcello, certe sere d’estate, non c’è un posto libero in cui sedersi a guardare il tramonto, come allo stadio durante la finale dei Mondiali, o al cinema il primo giorno di uscita del filmone coi controcazzi che determinerà il trend dei travestimenti carnevaleschi per l’annata in corso.
Nelle stagioni più fredde è più facile riuscire a godersi lo spettacolo in quasi totale solitudine, oppure, se si è fortunati, in compagnia dei tre gatti randagi che abitano la zona. Di loro si occupa un signore, con cui scambio spesso qualche parola. Mi ha raccontato che una volta erano tredici, poi alcuni sono stati adottati e altri sono morti. Ogni giorno porta loro pesce bollito e croccantini e si assicura che ingrassino abbastanza da sopravvivere all’inverno, perché ha imparato da un documentario che col freddo il corpo brucia di più.
Dice di essere solo e che questa cosa dei gatti lo tiene impegnato; lo ripete spesso, come se volesse che gli si chiedesse di parlarne. Io mi limito a fargli notare che in fondo è in ottima compagnia, i gatti sembrano volergli bene, e poi il posto non è dei peggiori. Gli racconto che vado lì da quando sono bambina e concordiamo sul fatto che quella vista non stanchi mai e che non esista un giorno che sia uguale a quello prima. Mi indica lo squarcio fra le nuvole grigie da cui filtra con prepotenza il sole, creando un riflesso incandescente sul mare: lo chiama “il faro”, dice che è raro.

Montimarzei

Le tre strade che portano a Montemarcello sono tra le più frequentate dai ciclisti locali e anch’io, che sono una ciclista finta che pedala solo per fare le foto fighe e avere una scusa per sfondarsi di focaccia, le percorro almeno una volta al mese.
I motivi sono semplici: da qualsiasi parte si salga o si scenda, la vista è sempre appagante; tre salite diverse permettono di diversificare e, avendone il tempo e volendo faticare di più, si può salire e scendere per poi risalire, senza comunque annoiarsi; per andare e tornare basta avere a disposizione un paio d’ore.

A Montemarcello ho trascorso tutte le estati della mia infanzia: passavo le giornate a lanciarmi giù dalle discesine del paese con lo skate o con un’orribile Graziella, oppure andavo al mare con mio papà, scendendo a piedi quei famosissimi 700 gradini che portano alla spiaggia di Punta Corvo, che a contarli avevo avevo già perso il filo dopo il decimo.
Ogni giorno, alle 16 in punto, dopo il rituale conciliabolo di famiglia in cui ognuno sceglieva quale gelato prendere, facevo merenda col Cialdone, mentre la sera andavo al baretto con mio zio (“oh bimbi, si va a vivere?”) a bere la spuma e a giocare ai videogiochi. Proprio nella sala giochi del bar, una volta diedi un pugno a un bambino, reo di avermi chiamata Maìna; avessi riservato lo stesso trattamento a tutti quelli che, nel corso della mia vita, mi hanno chiamato così per via della mia erre moscia, sarei probabilmente in galera, oltre che orfana.
A Montemarcello le signore del paese che incontravo mi chiedevano “de chi te sen?” (“di chi sei figlia?”), per scordare immediatamente la risposta e riproporre la stessa domanda ogni puntualissima volta, in un loop senza fine saturo di imbarazzo, monosillabi e guance in fiamme.
A Montemarcello sono ambientati la maggior parte degli aneddoti che mia mamma mi racconta da una vita, conditi da filastrocche ed espressioni dialettali che mi fanno sempre molto ridere, anche perché da lei, che parla quasi senza alcuna inflessione, il dialetto non te lo aspetti.
La casa in cui mia mamma è cresciuta, la stessa in cui passavamo le vacanze, non è più della nostra famiglia, ma è sempre lì, e ogni volta che ci passo davanti mi fermo e sbircio dentro al cortile, indugiando abbastanza a lungo da rischiare una denuncia.
A Montemarcello ho un sacco di parenti, ma sono tutti al cimitero, dove non vado né spesso né volentieri perché i cimiteri sono un’invenzione che non ho mai del tutto compreso.