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Il vecchio dei gatti

Sono qui da un po’, a riposare la schiena contro il muro assolato e scarabocchiato del casottino bianco che credo essere un osservatorio, quando lo sento parlare coi gatti. Mi affaccio da dietro il muro e lo saluto: mi pare scortese non fargli sapere che non è solo.
Parliamo sempre delle stesse cose: di come i gatti siano spaventati dalle persone che affollano il punto panoramico nei weekend, di cosa gli ha portato da mangiare, del suo rapporto speciale con Black, del mio rapporto speciale con questo posto, di quanto siano pericolose le strade in bicicletta e di quanto ci abbia rotto il belino la pandemia.
E soprattutto, anche se lo accenna soltanto, di come la morte della moglie lo faccia sentire solo. Non so da quanto tempo sia venuta a mancare, sta povera donna. Non so da quanto condividessero la loro quotidianità.
Non so perché lui abbia scelto proprio questo posto per lenire la tristezza e il vuoto che gli fanno abbassare lo sguardo e sorridere di tenerezza, come una tenerezza verso se stesso e la propria condizione di uomo solo disabituato alla solitudine.
“Sono andato dai cinesi a comprarmi delle presine, perché ogni volta che cucino mi brucio le mani”.
Di nuovo quello sguardo e quel sorriso.
“…Mi dureranno tre giorni. E un tappeto per il bagno, di quelli per non scivolare”.
Mi chiede perché vada già via, gli dico che ci rivediamo presto, mi risponde con un “grazie” pieno di malinconia e di incertezza.

Fase 2

Le uscite nel territorio comunale concesse anticipatamente da Toti non è che me le sia godute granché: stavo approfittando del decreto emesso da uno che fosse per me non governerebbe manco un pollaio, che ha voluto farsi figo in previsione delle prossime elezioni, alla faccia dei dati non così confortanti riguardo i contagi nella nostra regione.
Mi rendo conto che non abbia alcun senso, ma mi sentivo in colpa, come se stessi rubando l’aria.
E poi fare un giro in bicicletta all’interno del comune non è tanto diverso da correre nel raggio di duecento metri da casa: ti costringe a fare inversione di fronte a cartelli sbarrati su cigli di strade aperte, strade che non sono franate o interrotte, ma che proseguono e sai benissimo dove potrebbero portarti. Oppure a battertene il belino e andare dove vuoi a tuo rischio e pericolo. Nessun rischio e nessun pericolo, in realtà: che io sappia, non gliene è fregato un cazzo a nessuno di dove andassero i ciclisti.
Ma io c’ho sto problema che i decreti me li leggo davvero e li devo seguire alla lettera. Che devo sempre sapere di essere in regola, nel giusto, di essere stata brava, di meritare un biscotto. Perché poi se mi ferma la legge vado in ansia pure se non ho fatto niente, figuriamoci se so di aver sconfinato di cento metri. E a mentire, a inventarmi delle storie, non sono capace. Oddio, in certi casi so mentire benissimo a me stessa, che effettivamente si traduce nel mentire anche agli altri, ma lì è una roba complicata, perché devo crederci tanto da essere convinta di dire la verità.

La libertà di andare (quasi) dove si vuole, di rivedere i posti nei quali si è sognato di trovarsi in queste lunghe settimane, quando le uniche gite concesse erano quelle al supermercato, è tutta un’altra storia.
Ritrovare tutto stranissimo, diversissimo, ma stranamente normale.
Non incontrare nessuno su sentieri e strade che solitamente, in questa stagione, sono già presi d’assalto dai turisti.
Le spiagge, viste dall’alto, deserte come se le stessi guardando su Google Earth.
Ma tutto al suo posto, immutato, bellissimo, profumato, forse più verde, più rigoglioso. O forse semplicemente verde e rigoglioso quanto è normale che sia una primavera che ha fatto il suo corso anche mentre non eravamo lì a guardarla.
Lunedì, sulla panoramica delle Cinque Terre, era tutto così silenzioso, così solo mio, che mi sono fermata a uno svincolo, sono scesa dalla bici e ho passeggiato in mezzo alla strada: si sentivano solo le api ronzare intorno a quei piccoli fiori gialli che credo essere ginestre, ma non sono sicura, perché i fiori sono fra quel milione di cose di cui non so niente.
Quando sono ripartita, guardando il mare e la costa sotto di me, mi è venuto spontaneo un “ti amo” a voce alta.
Buffo, se ci penso, aver detto “ti amo” a un paesaggio, a un posto, e non ricordare quando e quanto tempo prima lo avessi detto l’ultima volta.

Oggi, che era estate, ho messo il berretto con le angurie e sono andata a trovare Montemarcello, che è fra i più stabili dei miei affetti.
Al solito punto panoramico non c’era nessuno, tranne il vecchio dei gatti, a cui mi è capitato di pensare durante la quarantena e che speravo di incontrare.
Ci siamo scambiati qualche considerazione sulla situazione, senza doverci dire “oh, ma hai visto cos’è successo?” perché deh, l’abbiam visto sì.
Mi ha detto di aver sofferto molto l’isolamento e la solitudine, e che ora che finalmente può uscire è pieno di dolori, perché è stato fermo per troppo tempo. Che il corpo ha bisogno di muoversi, di prendere il sole, di vitamina D.
E poi gli sono mancati i gatti. Soprattutto Black, la gatta nera che aveva chiamato così pensando che fosse un maschio. Che black in inglese valga pure al femminile, non glielo sono stata a dire.
Nelle ultime settimane a dar da mangiare alla Pezzata, al Selvatico e a Black ci ha pensato una signora di Ameglia, gattara certificata ai sensi di legge.
Ma se Black ora ha di nuovo un bel pelo lucido e folto è tutto merito delle cure del vecchio, che la pettina quotidianamente e le porta il nasello all’olio d’oliva di cui va matta. Sembrano parlarsi, quei due, e lei sembra anche piuttosto gelosa.
Sono congiunti, finalmente ricongiunti.

Montimarzei #2

Dal punto panoramico di Montemarcello c’è una vista che se non ci sei abituato rischi che ti si spezzi il cuore. Se lo sei, invece, ti si spezza di sicuro. Nella mia personale classifica dei luoghi più belli del mondo, è senza dubbio al primo posto. Si potrebbe obiettare che non è che ne abbia visto poi molto, io, di mondo. Ma in fondo anche le nostre persone preferite, quelle a cui giuriamo che con nessun altro vorremmo passare la vita, le scegliamo fra una cerchia piuttosto ristretta di esseri umani, rispetto al totale della popolazione terrestre.
Al punto panoramico di Montemarcello, certe sere d’estate, non c’è un posto libero in cui sedersi a guardare il tramonto, come allo stadio durante la finale dei Mondiali, o al cinema il primo giorno di uscita del filmone coi controcazzi che determinerà il trend dei travestimenti carnevaleschi per l’annata in corso.
Nelle stagioni più fredde è più facile riuscire a godersi lo spettacolo in quasi totale solitudine, oppure, se si è fortunati, in compagnia dei tre gatti randagi che abitano la zona. Di loro si occupa un signore, con cui scambio spesso qualche parola. Mi ha raccontato che una volta erano tredici, poi alcuni sono stati adottati e altri sono morti. Ogni giorno porta loro pesce bollito e croccantini e si assicura che ingrassino abbastanza da sopravvivere all’inverno, perché ha imparato da un documentario che col freddo il corpo brucia di più.
Dice di essere solo e che questa cosa dei gatti lo tiene impegnato; lo ripete spesso, come se volesse che gli si chiedesse di parlarne. Io mi limito a fargli notare che in fondo è in ottima compagnia, i gatti sembrano volergli bene, e poi il posto non è dei peggiori. Gli racconto che vado lì da quando sono bambina e concordiamo sul fatto che quella vista non stanchi mai e che non esista un giorno che sia uguale a quello prima. Mi indica lo squarcio fra le nuvole grigie da cui filtra con prepotenza il sole, creando un riflesso incandescente sul mare: lo chiama “il faro”, dice che è raro.

Montimarzei

Le tre strade che portano a Montemarcello sono tra le più frequentate dai ciclisti locali e anch’io, che sono una ciclista finta che pedala solo per fare le foto fighe e avere una scusa per sfondarsi di focaccia, le percorro almeno una volta al mese.
I motivi sono semplici: da qualsiasi parte si salga o si scenda, la vista è sempre appagante; tre salite diverse permettono di diversificare e, avendone il tempo e volendo faticare di più, si può salire e scendere per poi risalire, senza comunque annoiarsi; per andare e tornare basta avere a disposizione un paio d’ore.

A Montemarcello ho trascorso tutte le estati della mia infanzia: passavo le giornate a lanciarmi giù dalle discesine del paese con lo skate o con un’orribile Graziella, oppure andavo al mare con mio papà, scendendo a piedi quei famosissimi 700 gradini che portano alla spiaggia di Punta Corvo, che a contarli avevo avevo già perso il filo dopo il decimo.
Ogni giorno, alle 16 in punto, dopo il rituale conciliabolo di famiglia in cui ognuno sceglieva quale gelato prendere, facevo merenda col Cialdone, mentre la sera andavo al baretto con mio zio (“oh bimbi, si va a vivere?”) a bere la spuma e a giocare ai videogiochi. Proprio nella sala giochi del bar, una volta diedi un pugno a un bambino, reo di avermi chiamata Maìna; avessi riservato lo stesso trattamento a tutti quelli che, nel corso della mia vita, mi hanno chiamato così per via della mia erre moscia, sarei probabilmente in galera, oltre che orfana.
A Montemarcello le signore del paese che incontravo mi chiedevano “de chi te sen?” (“di chi sei figlia?”), per scordare immediatamente la risposta e riproporre la stessa domanda ogni puntualissima volta, in un loop senza fine saturo di imbarazzo, monosillabi e guance in fiamme.
A Montemarcello sono ambientati la maggior parte degli aneddoti che mia mamma mi racconta da una vita, conditi da filastrocche ed espressioni dialettali che mi fanno sempre molto ridere, anche perché da lei, che parla quasi senza alcuna inflessione, il dialetto non te lo aspetti.
La casa in cui mia mamma è cresciuta, la stessa in cui passavamo le vacanze, non è più della nostra famiglia, ma è sempre lì, e ogni volta che ci passo davanti mi fermo e sbircio dentro al cortile, indugiando abbastanza a lungo da rischiare una denuncia.
A Montemarcello ho un sacco di parenti, ma sono tutti al cimitero, dove non vado né spesso né volentieri perché i cimiteri sono un’invenzione che non ho mai del tutto compreso.