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La mattina

La mattina sa di zucchero a velo
su soffritti digeriti male

Sa di chiuso
di lenzuola umide
del vomito del gatto
sul tappeto della cucina.

La mattina sa di grasso di catena
su polpacci depilati in fretta

Sa di rabbia
di vento negli occhi
di colpi di grancassa
sotto la maglia sudata.

La mattina sa di fiori morti
nei bidoni dei cimiteri

Sa di incertezza
di lacrime secche
dei baci appena sveglie
che non ci diamo più.

Questo messaggio è stato eliminato

Giacca di plastica
le solite Vans gialle
la destra un po’ slacciata

Birra rossa Fior Fiore
tè deteinato
caffè, ma non per me

Un comodino nuovo
cuscini per il divano
uno schermo da 32 pollici

“Mi manchi”
*Questo messaggio è stato eliminato*
“Scusa, non era per te”

Elastici per i capelli
pile scariche e qualche spicciolo
nel posacenere pulito

Vorrei ucciderti nel sonno

Vorrei ucciderti nel sonno

Tagliarti la gola
le arterie
la strada

Soffocarti con un calzino
con la maglietta dei CCCP
con le lenzuola stropicciate da un’altra

Ucciderti

Farti paura da morire
farti a pezzi tutti uguali
farti cadere male

Nel mio sonno
che non arriva
che non mi sveglia

Che mi lascia sola

Te sei te, e noi non siamo un cazzo

Cerchi di vino rosso sul tavolo
e su una multa da pagare.
Poca luce dalle persiane chiuse
mi ricorda dove sono.
“Sei sveglia”, mi dice.
“Lo sono?”, le dico.
“Le nove”, mi dice.

Cerchi di vino rosso attorno agli occhi
e alla testa
che vorrei sbattere contro le persiane chiuse
mentre nella poca luce cerco te
che sei sempre te
mentre noi – me e te –
non siamo un cazzo.

Il vecchio dei gatti

Sono qui da un po’, a riposare la schiena contro il muro assolato e scarabocchiato del casottino bianco che credo essere un osservatorio, quando lo sento parlare coi gatti. Mi affaccio da dietro il muro e lo saluto: mi pare scortese non fargli sapere che non è solo.
Parliamo sempre delle stesse cose: di come i gatti siano spaventati dalle persone che affollano il punto panoramico nei weekend, di cosa gli ha portato da mangiare, del suo rapporto speciale con Black, del mio rapporto speciale con questo posto, di quanto siano pericolose le strade in bicicletta e di quanto ci abbia rotto il belino la pandemia.
E soprattutto, anche se lo accenna soltanto, di come la morte della moglie lo faccia sentire solo. Non so da quanto tempo sia venuta a mancare, sta povera donna. Non so da quanto condividessero la loro quotidianità.
Non so perché lui abbia scelto proprio questo posto per lenire la tristezza e il vuoto che gli fanno abbassare lo sguardo e sorridere di tenerezza, come una tenerezza verso se stesso e la propria condizione di uomo solo disabituato alla solitudine.
“Sono andato dai cinesi a comprarmi delle presine, perché ogni volta che cucino mi brucio le mani”.
Di nuovo quello sguardo e quel sorriso.
“…Mi dureranno tre giorni. E un tappeto per il bagno, di quelli per non scivolare”.
Mi chiede perché vada già via, gli dico che ci rivediamo presto, mi risponde con un “grazie” pieno di malinconia e di incertezza.

Ci baciavamo

Ci baciavamo sulle mura
a febbraio
C’avevamo il Sì
gli occhi celesti
le maglie a righe
e gli occhiali con le lenti blu

Ci baciavamo in auto
alle sei del mattino
C’avevamo sonno
l’odore di fumo
i pantaloni bruciati
e i capelli rasati

Ci baciavamo al cinema
di pomeriggio
C’avevamo la sete
la voglia
e una bottiglia di vino
nascosta nella giacca

Ci baciavamo in spiaggia
la notte
C’avevamo paura
la smania
i denti bianchissimi
e un sacco di domande

Ci baciavamo in bagno
nei locali la sera
C’avevamo un segreto
le cene saltate
i vestiti stropicciati
e le mani sudate

Ci baciavamo al tramonto
sul ciglio della strada
C’avevamo i sorrisi
gli sguardi dementi
le frasi d’amore
e il riflesso del mare

Ci baciavamo ai semafori
sul Liberty
C’avevamo una casa
dei gatti
un passato di merda
e nessuna speranza

Ci baciavamo nei sogni
ai tavolini dei bar
C’avevamo i cuori spezzati
le vite incerte
l’ansia del futuro
e troppa fantasia

Nuova Zelanda

Da qui non si vede niente
due pizzerie
un cortile interno lordo
un vicolo cieco
dove la gente va a pisciare

Niente colline
o monti innevati
niente vallate
né orizzonti sconfinati

Non si vede il cielo
e se cerchi il mare
non sai da che parte guardare

Ma se chiudo gli occhi
e se tu chiudi i tuoi
sulla nostra pelle il mare
il cielo, le colline
i monti e la neve

E se poi li aprissi
e anche tu li aprissi
noi, da qui
vedremmo pure la Nuova Zelanda

Ferite

Ho una piccola ferita sulla pelle, da settimane, forse una puntura di zanzara.
Ogni giorno la cerco, la accarezzo, ne valuto dimensioni, rilievo e consistenza.
Poi cerco un ingresso, una scucitura, un punto debole.
Gratto i bordi, affondo l’unghia nella pelle, scalzo con cautela la crosta e la strappo senza fretta, cercando di non far uscire sangue.
Ma continuo a fallire, a sanguinare.
Aspetto che si riformi la crosta e poi torno a tormentarla, rischiando di infettare la ferita.
Le dimensioni della cicatrice aumentano, e io non trovo pace finché non l’ho vinta su quella crosta.
Dovrei aspettare che cada da sola, o che si riduca al punto da scomparire, ma è più forte di me: torno sempre lì.
Il mio pensiero, torna sempre lì.
Al mattino, appena sveglia.
Mentre guardo un film distrattamente.
Sdraiata al sole con gli occhi chiusi.
Le mie dita, tornano sempre lì.

C’ho in testa una canzone

– Framura –
C’ho in testa una canzone.
La canticchio, ribadisco il ritornello, in silenzio, sotto la mascherina, nella mia testa, sparo acuti che ciao.
– Bonassola –
C’ho in testa una canzone, e mica ci faccio caso a quale.
– Levanto –
Merda.
C’ho in testa una canzone e non vorrei ma non c’è verso. Non la copre il rumore del treno, né la musica da discoteca proveniente dal vagone accanto, né le chiacchiere dell’uomo borioso che va a caccia di non so che cazzo di marmi non so dove cazzo,
– Monterosso –
della tizia che vuole andare ad Alassio fortissimo, tanto da ripeterlo al fidanzato decine di volte, che alla fine ci viene fuori un’altra canzone, che però non copre la canzone di prima: “voglio andare ad Alassio – ho trovato un marmo che bla bla bla nel fondo di un fiume – voglio andare ad Alassio – e bla bla bla – voglio andare Alassio”, e sotto sta musica che tunz tunz tunz, ma che poi che minchia c’è ad Alassio?
– Vernazza –
C’ho in testa una canzone e ti ricordi quella volta che
– Corniglia –
era il mio compleanno, eravamo qui, nessuno voleva starci ma era il mio compleanno e
– Manarola –
Possiamo scendere qui e ubriacarci tantissimo?
– Riomaggiore –
Possiamo scendere qui come quando stavo malissimo e ho detto “Dio ti prego dammi un segno qualsiasi” e ho visto quella tipa là che mi ha fatto dire “oh, Dio, certo che ci sai fare quando ti ci metti eh”?
– Spezia –
C’ho in testa una canzone, e non la coprono le birre, né le ore che passano, né il tramonto, né la lava via la doccia, né me la scordo col sonno, sta canzone maledettissima, che se potessi gliela farei cantare altre diecimila volte, nel mio letto, blu come la tristezza.

Io li capisco

Io li capisco quelli che non vogliono più vivere. È una cazzo di fatica, vivere.
È come se ti dicessero: la vedi quella montagna là? Quella altissima e ripidissima che per arrivarci in cima ci sono duemila sentieri sbranati dai rovi, e scalinate di massi rotti, che se non c’hai un falcino, una bussola e una torcia ci sta che ti perdi e non ti trovano più manco con l’elisoccorso? Vai, mettiti sto par de zavatte e incamminati.
Però poi da là sopra c’è una vista, ma una vista che porca puttana eh.
Eh sì, ho capì, però è anche ‘n atimo che guardi giù e ti sfracelli.

Io li capisco quelli che rifuggono l’amore.
L’amore è una roba che se non te n’avessero mai parlato penseresti di averci un brutto male, tipo una grave cardiopatia, un tumore allo stomaco, un disturbo neurologico, una seria insufficienza respiratoria.
Verrebbe da dire che chi cazzo te lo fa fare, un po’ come guardare i film di paura: ma perché devo andarmela a cercare, la sensazione di paura, che è una sensazione di merda?
Però è anche come andare al Muzzerone, che c’è una vista, ma una vista che porca puttana eh.
Eh sì, ho capì, però è anche ‘n atimo che guardi giù e ti sfracelli.