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Il vecchio dei gatti

Sono qui da un po’, a riposare la schiena contro il muro assolato e scarabocchiato del casottino bianco che credo essere un osservatorio, quando lo sento parlare coi gatti. Mi affaccio da dietro il muro e lo saluto: mi pare scortese non fargli sapere che non è solo.
Parliamo sempre delle stesse cose: di come i gatti siano spaventati dalle persone che affollano il punto panoramico nei weekend, di cosa gli ha portato da mangiare, del suo rapporto speciale con Black, del mio rapporto speciale con questo posto, di quanto siano pericolose le strade in bicicletta e di quanto ci abbia rotto il belino la pandemia.
E soprattutto, anche se lo accenna soltanto, di come la morte della moglie lo faccia sentire solo. Non so da quanto tempo sia venuta a mancare, sta povera donna. Non so da quanto condividessero la loro quotidianità.
Non so perché lui abbia scelto proprio questo posto per lenire la tristezza e il vuoto che gli fanno abbassare lo sguardo e sorridere di tenerezza, come una tenerezza verso se stesso e la propria condizione di uomo solo disabituato alla solitudine.
“Sono andato dai cinesi a comprarmi delle presine, perché ogni volta che cucino mi brucio le mani”.
Di nuovo quello sguardo e quel sorriso.
“…Mi dureranno tre giorni. E un tappeto per il bagno, di quelli per non scivolare”.
Mi chiede perché vada già via, gli dico che ci rivediamo presto, mi risponde con un “grazie” pieno di malinconia e di incertezza.

Ferite

Ho una piccola ferita sulla pelle, da settimane, forse una puntura di zanzara.
Ogni giorno la cerco, la accarezzo, ne valuto dimensioni, rilievo e consistenza.
Poi cerco un ingresso, una scucitura, un punto debole.
Gratto i bordi, affondo l’unghia nella pelle, scalzo con cautela la crosta e la strappo senza fretta, cercando di non far uscire sangue.
Ma continuo a fallire, a sanguinare.
Aspetto che si riformi la crosta e poi torno a tormentarla, rischiando di infettare la ferita.
Le dimensioni della cicatrice aumentano, e io non trovo pace finché non l’ho vinta su quella crosta.
Dovrei aspettare che cada da sola, o che si riduca al punto da scomparire, ma è più forte di me: torno sempre lì.
Il mio pensiero, torna sempre lì.
Al mattino, appena sveglia.
Mentre guardo un film distrattamente.
Sdraiata al sole con gli occhi chiusi.
Le mie dita, tornano sempre lì.

Mosca senza testa

Alla Coop sono allo sbando, una mosca senza testa. Com’è poi sta storia delle mosche senza testa? Che anche con la testa non mi sembrano eccellere in senso dell’orientamento. Mi rendo conto ora che la mosca potrebbe essere il mio animale guida.
Mi aggiro fra le corsie senza sapere cosa volere, di cosa avere bisogno, cosa può sopravvivere alla mia voglia di non essere mai a casa e di mangiare di merda. Sulla lista della spesa una sola voce: “parmigiano”.
Sbatto contro finestre invisibili che mi rimbalzano altrove, in un’altra corsia, dove mi chiedo cosa voglio, di cosa ho bisogno, ma soprattutto perché e come cazzo ci sono arrivata.
Voi non ce l’avete un deja-vu? Io sì.
Una coppia litiga su come spendere non so quali buoni, se in casse d’acqua, magliette dello Spezia o pappette per un bimbo che, ad occhio e croce, dovrebbe nascere fra circa seimila mesi.
Una signora informa la sua amica signora che la sera prima “lo sai cosa mi sono fatta, che Franco voleva il pollo e allora ci ho fatto il pollo ma a me non mi andava il pollo e allora lo sai cosa mi sono fatta?”
“Eh”
“La pasta e fagioli. Ma sai come l’ho fatta?”
“Eh”
“I fagioli li ho mezi sfrulà”
Ahh, eh, belin che finale di stagione bomba, signora. Sa invece io come me la son fatta? L’ho cattà in vaschetta bèla pronta.
Poi l’ho fatta scadere e l’ho buttata nel cesso.
Voi non ce l’avete un deja-vu? Io sì.

C’ho in testa una canzone

– Framura –
C’ho in testa una canzone.
La canticchio, ribadisco il ritornello, in silenzio, sotto la mascherina, nella mia testa, sparo acuti che ciao.
– Bonassola –
C’ho in testa una canzone, e mica ci faccio caso a quale.
– Levanto –
Merda.
C’ho in testa una canzone e non vorrei ma non c’è verso. Non la copre il rumore del treno, né la musica da discoteca proveniente dal vagone accanto, né le chiacchiere dell’uomo borioso che va a caccia di non so che cazzo di marmi non so dove cazzo,
– Monterosso –
della tizia che vuole andare ad Alassio fortissimo, tanto da ripeterlo al fidanzato decine di volte, che alla fine ci viene fuori un’altra canzone, che però non copre la canzone di prima: “voglio andare ad Alassio – ho trovato un marmo che bla bla bla nel fondo di un fiume – voglio andare ad Alassio – e bla bla bla – voglio andare Alassio”, e sotto sta musica che tunz tunz tunz, ma che poi che minchia c’è ad Alassio?
– Vernazza –
C’ho in testa una canzone e ti ricordi quella volta che
– Corniglia –
era il mio compleanno, eravamo qui, nessuno voleva starci ma era il mio compleanno e
– Manarola –
Possiamo scendere qui e ubriacarci tantissimo?
– Riomaggiore –
Possiamo scendere qui come quando stavo malissimo e ho detto “Dio ti prego dammi un segno qualsiasi” e ho visto quella tipa là che mi ha fatto dire “oh, Dio, certo che ci sai fare quando ti ci metti eh”?
– Spezia –
C’ho in testa una canzone, e non la coprono le birre, né le ore che passano, né il tramonto, né la lava via la doccia, né me la scordo col sonno, sta canzone maledettissima, che se potessi gliela farei cantare altre diecimila volte, nel mio letto, blu come la tristezza.

Io li capisco

Io li capisco quelli che non vogliono più vivere. È una cazzo di fatica, vivere.
È come se ti dicessero: la vedi quella montagna là? Quella altissima e ripidissima che per arrivarci in cima ci sono duemila sentieri sbranati dai rovi, e scalinate di massi rotti, che se non c’hai un falcino, una bussola e una torcia ci sta che ti perdi e non ti trovano più manco con l’elisoccorso? Vai, mettiti sto par de zavatte e incamminati.
Però poi da là sopra c’è una vista, ma una vista che porca puttana eh.
Eh sì, ho capì, però è anche ‘n atimo che guardi giù e ti sfracelli.

Io li capisco quelli che rifuggono l’amore.
L’amore è una roba che se non te n’avessero mai parlato penseresti di averci un brutto male, tipo una grave cardiopatia, un tumore allo stomaco, un disturbo neurologico, una seria insufficienza respiratoria.
Verrebbe da dire che chi cazzo te lo fa fare, un po’ come guardare i film di paura: ma perché devo andarmela a cercare, la sensazione di paura, che è una sensazione di merda?
Però è anche come andare al Muzzerone, che c’è una vista, ma una vista che porca puttana eh.
Eh sì, ho capì, però è anche ‘n atimo che guardi giù e ti sfracelli.

Marzo è pazzo

Ho sbagliato a vestirmi, faceva più caldo l’ultima volta che sono uscita. Ok che marzo è pazzerello, ma pensavo avesse già raggiunto un livello di follia sufficientemente elevato, a ‘sto giro.
Metto in moto, parte la radio a bomba, non trovo il volume e neanche la frizione. Mi hanno invertito i pedali, ne sono certa.
Apro i finestrini per respirare, per sentire di nuovo la brezza primaverile fra i capelli, che ormai hanno raggiunto una circonferenza pressoché impenetrabile: ma quale brezza, quale primavera, fa un freddo porco. Richiudo tutto e imposto la temperatura a centottanta gradi, ventilato, sopra e sotto, dieci minuti.

Al supermercato sono l’unica senza guanti, senza mascherina, senza un elmo di Scipio, uno scudo laser, niente. Non so come facciano ad averli tutti, dove li trovino, a chi li freghino o quanti mesi fa abbiano cominciato a farne scorta. Mi metto i guanti del reparto frutta e verdura, taglia Incredibile Hulk; per aprire i sacchetti mi deve aiutare un gendarme perché non c’ho grip.
Una voce dagli altoparlanti ricorda le misure anticontagio: stare ad almeno un metro gli uni dagli altri, niente strette di mano, niente limoni ma una strizzatina a una chiappa, purché a debita distanza, perché no.

A casa mi levo le scarpe, lascio le borse all’ingresso, mi lavo le mani quelle sei-sette volte.
Mentre sistemo i prodotti mi chiedo se sia il caso di pulirli tutti uno per uno, ma decido di limitarmi a quelli con cui prevedo di avere rapporti più intimi e frequenti, perciò le birre.
L’ultima volta che ho fatto la spesa settimanale, le birre me le sono finite tutte il giorno stesso, ma in compenso sono riuscita a non far marcire nulla; evento assolutamente inedito, nella mia onoratissima carriera di single.

Siam pronti alla morte

Oggi dopo aver accuratamente studiato le direttive di quel patatone carinone di Conte sul sito del Governo, decido di andare a correre.
Mi vedono gli sbirri, non mi multano, non mi sparano, manco una pacca sul culo. Peccato.
Mi infratto su per i Colli, passando per la Cernaia. Due tizi su un terrazzo cantano quella canzone di Toto Cutugno, quella dell’italiano vero che se la canta e se la suona di essere un italiano vero. Anche se ho letto di quella storia della musica sui balconi e so che non è uno spettacolo improvvisato solo per me da perfetti sconosciuti, mi sembra come una serenata al contrario e mi fa sorridere. Gli ciocco un bel pollicione e penso che si potrebbe far tornare di moda le serenate, in questi tempi di contatti contati.
In Via XXVII Marzo vengo accolta dall’Inno d’Italia sparato a bomba dalle casse di un’auto in sosta, mentre dalle terrazze e dalle finestre un pubblico di quarantenizzati canta e batte le mani.
Per strada neanche una macchina, tanto da consentirmi di correre in mezzo alla carreggiata: una libertà inedita e irresistibile.
Mi sembra di stare alle Olimpiadi, sono gasatissima. E sto senza dubbio vincendo, perché non c’è nessun altro.
La situazione ha del surreale e, lo ammetto, mi commuove. Anche se al “siam pronti alla morte” mi parte un COLCAZZO.
Proseguo la mia corsa lenta, lasciandomi la musica, il tifo e la gloria alle spalle. Passo davanti alle case dei miei amici, dei miei genitori; non ho il telefono con me e non posso che sperare che si affaccino per caso, ma nessuno si affaccia. Potrei azzardare delle serenate, ma sono stonata come la merda.
Questa roba dell’isolamento, delle distanze, del non toccarsi mi fa venire in mente Pushing Daisies: una serie il cui protagonista, Ned, ha il dono di riportare in vita le persone toccandole, ma se le toccasse un’altra volta morirebbero. Un giorno [spoiler alert] Ned resuscita la ragazza che ama, e non potranno mai più toccarsi. Uno strazio che ciao.
L’isolamento da single è un po’ triste e alienante, e mi fa venire una voglia di abbracci che non ho mai avuto prima. Ma almeno non rischio di fare la fine di quelli che giocano a Monopoli.