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Invasori

Ci rubano il posto in spiaggia, il parcheggio, l’ultimo pezzo di focaccia, il tavolo alla sagra del muscolo.
Ci rubano il mare, i panorami, i tramonti, gli hashtag su Instagram.
Ci rubano settembre nei giorni feriali.

Niccolò ha 5 anni ed è di Modena, ma passa tutte le estati a Bonassola.
Sua mamma è incinta di un bimbo che nascerà quando lui avrà 18 anni e la Ferrari che gli ha promesso papà.
Niccolò è un invasore.

Al bar di Montaretto ci sono solo vecchi. Smettono di parlare quando mi vedono arrivare, non so se straniti, incuriositi o indispettiti dalla presenza di qualcuno che non conoscono.
Sono un invasore.
Poso la bici, ordino un succo orrendo, mi siedo due tavoli più in là e finalmente riprendono a chiacchierare.
A Montaretto, frazione di Bonassola, provincia della Spezia, parlano più genovese che spezzino.
Il genovese suona un po’ come il portoghese, ma con meno saudade e più cinismo.
Se non ho capito male, la signora coi capelli color 5 centesimi deve assolutamente andare dalla parrucchiera, ma sarà un’impresa perché bisogna prendere l’autobus, son tutte curve e l’ultima volta si è sentita malissimo.

I turisti presumibilmente cinesi

Mi sveglio affamata e scopro che le uniche cose commestibili in casa sono un pacco di spaghetti mezzo finito e qualche scatola di fagioli. Per quanto non avrei troppi problemi ad iniziare la giornata con una colazione in stile Bud Spencer, l’idea della sbatta di cucinare supera quella di mettersi un paio di braghe, scrostarsi gli occhi alla bella e meglio e andare in cerca di qualcosa di più appropriato all’orario. Del resto la bilancia dice che la birra che non ho bevuto ieri mi ha fatto perdere ben trenta grammi, dunque me la sono meritata una pastazza zozza delle Dolci Magie.
Nell’androne del palazzo incontro una coppia di turisti, presumibilmente cinesi, fermi di fronte al portone come se stessero cercando di ricordare la parola d’ordine per farlo aprire. Poi l’esemplare di sesso maschile sembra avere un’illuminazione e comincia a frugarsi nel marsupio, probabilmente in cerca delle chiavi, mentre la femmina lo guarda speranzosa.
Vorrei aspettare per vedere come va a finire, ma rischiamo di stare lì finché non diventa l’ora giusta per la pasta e fagioli, quindi mi faccio avanti con un colpo di tosse e un “sorry” e allungo il dito sul bottone magico: quando il ponte levatoio si apre, mi guardano strabiliati senza riuscire a trattenere un “oooohhhh” di sorpresa, ammirazione e riconoscenza: sono finalmente liberi, salvi.
E io, che mi ero svegliata sentendomi una mentecatta, mi ritrovo a camminare per strada come Jim Carrey in Una Settimana da Dio, sorridendo e bullandomi come se non fossi la sbulinatona che sono, mentre il tizio con la pianolina davanti a Mister Molini suona “I’ve got the power”.

L’ospite inglese della vecchia

All’affittacamere della vecchia soggiorna un signore di 92 anni. Viene dall’Inghilterra, viaggia da solo, è qui da una settimana e ripartirà alla fine della prossima.
Pensare al numero di cose che io, a quarant’anni, ho paura di fare da sola, mi fa sentire idiota.
L’ospite inglese della vecchia esce ogni mattina alle 10:30 in punto, con panciotto e bastone, impeccabile, inglese; ogni mattina la saluta con un sorriso, che lei ricambia sfoderando l’unica cosa che sappia dire in una lingua a lui comprensibile: “good journey”, che pensa significhi “buona giornata”.
La vecchia è molto in apprensione per quest’ospite, che teme possa restarci secco nel sonno o su per qualche salita delle Cinque Terre.
“La vecchia” è un appellativo di comodo, perché in realtà ha soltanto sessant’anni: in pratica ha l’età giusta per diventare una mia fidanzata più di certe giovanotte che sogno segretamente di conquistare. Che peccatone che sia già “felicemente sposata con un uomo italiano” (cit.) e dedita al culto del cuore immacolato di Maria.

Le mie ospiti russe

Le mie ospiti russe sono madre e figlia e parlano solo russo, e io in russo non so dire neanche Svetlana, che a quanto pare si pronuncia comodamente come se non contenesse manco uno straccio di vocale.
Provo con l’inglese, ma niente. Propongo altri idiomi di cui ricordo dai sei ai dieci vocaboli, tipo il francese e lo spagnolo, ma niente. Spezzino? Niente. Non sapendo più che pesci pigliare, butto lì che so un po’ di carrarino perché conosco un sacco di gente di Sarzana che pensa di essere di Carrara, ma oh, niente: sguardi vacui e facce a forma di punto interrogativo.
Per un po’ comunichiamo come se fossimo tre sordomute che sono state abbandonate nella foresta appena nate; poi a Svtln compare una lampadina sopra la testa, tira fuori il cellulare dalla tasca e mi scrive sull’app di Airbnb, che ha la traduzione automatica. Fottuto genio russo. Certo, se prima sembrava il gioco dei mimi, ora siamo come due adolescenti che chattano a una cena di famiglia per dirsi le cose segrete che gli altri non devono sentire. Solo che siamo in piedi in salotto, l’una di fronte all’altra, come due belinone, mentre la madre di Svtln (Ttn) non so dove sia finita, ma sospetto stia facendo la cacca.

Le mie ospiti argentine

Le mie ospiti argentine dicono che girare l’Italia è faticoso e mangiare fuori costa un puttanaio, quindi hanno prenotato un paio di giorni da me, che c’è un bel pavimento vintage molto fotogenico, nonché una spettacolare vista su ben due pizzerie.
La loro cosa prefe è passare i pomeriggi in cucina a telefonare a casa, parlando delle Cinco Terras che non vedranno mai; ma tanto per gasare i parenti argentini basta aver visto qualche post su Instagram e sfogliato un paio di depliant con foto di uva e case colorate.
Tengono le preziosità in dei marsupi tatticissimi nascosti sotto ai magliettoni della salute, e quando chiedo loro i documenti mi dicono “wait” e si vanno a nascondere di là, rumegandosi nelle vesti.
Quando ci incrociamo le saluto in varie lingue ma non rispondono mai, e io comincio a sospettare di essere come Bruce Willis nel Sesto Senso.

I miei ospiti guatemaltechi

I miei ospiti guatemaltechi sono padre e figlio e arrivano trascinando un borsone a ruote che contiene le loro due bici. Quando vedono la mia parcheggiata in salotto mi chiedono di chi sia, perché giustamente a me non mi danno due lire. Per riscattarmi, alla domanda su quale sia il mezzo migliore per visitare le Cinque Terre, rispondo “raga, avete voluto la bicicletta, adè pedalate”. Loro si gasano, si danno un cinque altissimo e poi fanno quella roba di picchiarsi i petti l’uno contro l’altro, come i maschi scemi nei film americani quando tipo sono sbronzi, parlano di figa o segnano un touch down. Vorrei stare tutto il giorno con loro a girare in bici, darci i cinquoni, parlare di sport idioti e di donne che non avremo mai, bere le birre e fare le gare di rutti.
Ma il vero motivo per cui ho scritto tutto ciò è che non avevo mai avuto ospiti guatemaltechi e non avevo mai usato la parola “guatemalteca”, che è una parola bellissima che mi fa venire fame.

Le mie ospiti taiwanesi

Le mie ospiti taiwanesi hanno prenotato mesi fa dicendo che sarebbero arrivate alle dieci di sera. Le contatto un paio di giorni prima per avere conferma dell’orario, e non ricevendo mai risposta penso “sticazzi, arriveranno alle dieci di sera”.
Mi scrivono alle quattro e mezza per dirmi che sarebbero arrivate alle sei e io, che nel frattempo sono affanculo in bicicletta, mi scapicollo per rientrare in tempo per docciarmi e riceverle con un outfit un minimo più consono. Alle cinque e mezza mi informano che sono ancora a Pisa e non saranno a Spezia prima delle otto. Le odio già, e mentre rispondo a monosillabi come una fidanzata stizzita, comincio a pensare alla pessima recensione che scriverò su Airbnb.
Alle otto scendo a recuperarle in piazza perché si sono smarrite: le riconosco dalle valigie enormi e dal tipico guardarsi intorno a vanvera, malgrado abbiano numero civico e foto con tanto di frecce che indicano palazzo e portone. Mi avvicino chiamandole con degli “hey”, perché con la pronuncia dei nomi taiwanesi non è che me la cavi benissimo. Quando si accorgono della mia presenza alle loro spalle, si voltano e porca puttana sono bellissime: due sorrisi da restarci secchi, i lunghi capelli scuri mossi da una coreografia impeccabile, al rallentatore, come nello spot di uno shampoo. E all’improvviso ciao odio, ciao disappunto, ciao recensioni di merda, ciao meritocrazia, ciao ciao dignità.

I miei ospiti salernitani

I miei ospiti salernitani sono del 92 e mi danno del lei.
Vivono qui da cinque giorni e ci vivranno ancora per altri due; girano per casa in costume e cucinano dopo la doccia col turbante in testa, ascoltando quelle canzoni finto-indie italiane che vanno di moda adesso, che mi fanno cagare ma che mi viene comunque da fischiettare nel tragitto dalla mia camera al bagno, perché porca puttana le so tutte. E mi danno del lei.
Ma io non sono mica una signora, una con tutte stelle nella vita, ma per chi mi avete presa? Cioè, dai, bella raga, facciamoci i selfoni, postiamo le stories, beviamo le birre, diamoci i cinque altissimi, datemi del fottutissimo tu, vi prego.
Ma niente. Mi sento come quelle mamme imbarazzanti che rappano nelle pubblicità delle merendine, pensando di sembrare delle giustone agli occhi dei figli adolescenti, che invece vorrebbero palesemente morire male.
I miei ospiti salernitani sono del 92 e tengono il Nero d’Avola in frigo, e vorrei tanto dirglielo che non si fa, che è una schifezza, ma poi mi direbbero di farmi i cazzi miei e di tornare a postare i buongiornissimi su Facebook, ovviamente dandomi rispettosamente del lei, e allora bona, vado a letto che alla mia età è l’ora.

I miei ospiti neozelandesi

I miei ospiti neozelandesi sono dei fottutissimi fighi: altissimi, biondissimi, pettinatissimi, freschissimi; dentature da competizione, arti perfettamente proporzionati, la giusta percentuale di massa grassa e massa magra; sguardi luminosi, sorrisi convincenti, movenze da atleti.
I miei ospiti neozelandesi gradiscono l’uso condiviso della cucina, ma confondono la condivisione con l’usucapione, la cucina con l’intero immobile e me con loro madre: non puliscono, non riordinano, gli gira il cazzo se mi vedono in casa e non si fanno domande su chi abbia levato la frittata dallo scarico del lavandino.
I miei ospiti neozelandesi seguono una dieta ferrea che comprende esclusivamente uova, latte, Snickers e CocaCola.
I miei ospiti neozelandesi mi inoltrano le loro richieste via Whatsapp e non rispondono mai, né con un grazie né con un vaffanculo.
I miei ospiti neozelandesi saranno i miei coinquilini di merda per i prossimi quattro giorni e mi hanno già rotto i coglioni.
Però belin che fighi.

Le mie ospiti cinesi

Le mie ospiti cinesi arrivano prima dell’orario di check-in e la camera è ancora occupata dai miei ospiti costaricani. Posano le valigie, si accomodano in soggiorno e con una rapida scansione dell’ambiente circostante individuano tutte le prese elettriche disponibili; quindi estraggono pc, tablet, macchine fotografiche, GoPro, smartphone, smartwatch, smartband, una Smart e mettono tutto in carica. Poi chiedono di fare una doccia ma dico loro che nel mio bagno giusto una pisciata veloce e, se proprio devono, possono lavarsi una mano a testa.
Nel frattempo la stanza si è liberata e posso iniziare a pulire, mentre le ragazze avviano le pratiche per ottenere la residenza nel mio salotto.
Facendo avanti e indietro per prendere ciò che mi serve, le sento ridere fra loro ma il mio cinese è un po’ arrugginito.
Quando finalmente, stravolta marcia come se avessi pulito l’intero condominio, annuncio che è tutto pronto: “oh my God, you take cleaning so seriously!”, e giù a ridere come i pazzi mentre girano video verticali col cellulare, nei quali dichiarano che “it’s so clean I have to take a video”.
Mi aspetto una recensione del tipo: “posizione comoda, camera spaziosa ma un po’ troppo pulita”.