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Stupida ottusa legalista

Arrivo in stazione non proprio di corsa, trentacinque minuti al mio treno.
Fuori fa meno due, dentro saran duecento.
In sala d’attesa, divieto di sedersi giustamente ignorato da tutti, tranne che da me. Stupida ottusa legalista.
Passeggio nel sottopassaggio: sottopasseggio.
Controllo sull’orologio i passi accumulati da quando sono sveglia: 401, compresi quelli dal letto al cesso.
Salgo le scale, scendo le scale, risalgo le scale; mi dico che con questo zaino pesantissimo dev’essere un buon allenamento. Mi ripropongo di informarmi sulla pratica degli squat con zaino in spalla, consapevole che una tale idiozia mi procurerebbe soltanto delle gran culate in terra e un tris di ernie.
La Freccia di Stocazzo è in ritardo di soli cinque minuti, quindi in orario. Cinque minuti seduta sulla panchina senza schienale del binario 2, malgrado l’adesivo rosso sbiadito di divieto. L’ottusa legalista si sente così colpevole che quando le si avvicinano gli sbirri si vede già in galera.
“Green Pass e documento, prego”
“Signorsì, signori”
“Grazie e buon viaggio signora”
“Ma prego, grazie a voi, volete vedere anche la patente? Tessera sanitaria? C’ho pure quella della rumenta, sono una cittadina modello, io. Sono stata brava? Ditemi che sono brava, nessuno mi dice mai che sono brava”.
Ma niente, sono già passati oltre.
Arriva il treno, controllo per la quindicesima volta carrozza e numero di posto sul biglietto.
“Carrozza 3” mi ripeto mentre il treno rallenta.
“Carrozza 3”.
Si ferma: carrozza 4. Mi dirigo verso la porta successiva, la capotreno fischia, mi volto, accelero il passo, inciampo sui miei stessi piedi, lo zaino enorme, mi vedo pancia a terra, gambe annodate, spianata sotto al mio bagaglio, la tizia che fischia, il treno che parte, un’alba rosa sulle vette innevate, gli sbirri al bar a bere caffè, meno uno gradi, lasciatemi qui.
Carrozza 5. Cogliona.
Torno indietro, imbarazzata nel seguire contromano il percorso indicato sul pavimento. Stupida ottusa legalista.
Carrozza 3. Ricontrollo il posto sul biglietto, scontro un passeggero, chiedo scusa, mi manda a cagare con accento lombardo, trovo il mio posto, ripeto due volte il numero a voce alta, poso lo zaino, saluto le due donne con cui condividerò la prossima ora di viaggio, nessuna risposta.
La madre – sono madre e figlia – ha le gambe accavallate per lungo sotto al tavolino e non accenna a spostarle per far posto alle mie, che rannicchio in un angolo.
Sta leggendo un libro sul Kindle; il carattere è impostato a una dimensione tale che conto otto righe per pagina e tre parole per riga. Cerco di immaginare il volume di un libro cartaceo per adulti con ventiquattro parole a pagina.
Fra una pagina e l’altra, impartisce lezioni alla figlia – giovane, vai a sapere quanto – su come trovare lavoro tramite i social.
“Scrivigli su Messenger”
“Non puoi scrivergli te?”
“Eh no, devi farlo tu. Ma prima cambia foto profilo. Mica puoi cercare lavoro in costume da bagno”.
Finalmente scendono e posso avviare i lavori di ripristino della circolazione negli arti inferiori.
La prossima tocca a me.
Sono pronta e insacchettata dieci minuti prima del tempo. Mi dirigo verso l’uscita, stavolta seguendo diligentemente il percorso suggerito, ma mi fermo davanti alla porta adibita alla salita. Ci penso un attimo, poi mi dico che ma sì, scenderò da lì, tanto ormai sono una delinquente.

Certo che son belle le donne

– Certo che son belle le donne, eh.
– Eh sì.
– Anche quelle brutte, dico.
– E ma se son brutte…
– Ma sì, tipo hai presente la cassiera della Coop?
– Eh, ce n’è una, tanto…
– Dai, quella che c’è il sabato pomeriggio, vado sempre da lei anche quando c’è più coda che alle altre casse.
– Perché sei scemo.
– No, è che…
– Comunque no, non ce l’ho presente.
– Dai, quella con la faccia un po’ storta, pettinata come mia nonna.
– Non è morta tua nonna?
– Fai te.
– Mah.
– Non lo sai che i capelli crescono anche dopo che sei morto?
– Merda, bisognerà farsi trovare preparati allora.
– In che senso.
– No, dico, farsi uno di quei tagli per farli crescere in ordine.
– …
– Te lo chiedono sempre, i parrucchieri: che facciamo, li tagliamo o li facciamo crescere?
– Sì, e poi te li tagliano comunque e dopo un mese sei punto e a capo.
– Ma perché te vai dal barbiere di quando avevi sei anni. Ma poi c’hai due peli, che ne sai.
– Eh, appunto. Io li volevo far crescere.
– Per farti il riporto?
– Vai a cagare.
– Comunque ho capito qual è la cassiera.
– Ooh, sì?
– Sì, quella con quei capellacci lunghi rossicci senza un verso.
– E la faccia storta.
– Sì, non è proprio bellissima.
– Oh, che ti devo dire, io quando alza lo sguardo per salutarmi mentre mi mette lo scontrino nel sacchetto, che cazzo ne so, fa una faccia, c’ha un’espressione che io me la sposerei.
– Eeh, belin.
– Giuro. Ma pure quella lì…
– Quella alla fermata dell’autobus?
– Quale? Ah, sì, anche quella… Con quell’aria di una che c’ha avuto una giornata di merda. Non la trovi bella?
– Avrà il doppio dei tuoi anni.
– Ma che c’entra! Dico solo che è bella.
– Sì, va bene, io però preferisco le ventenni.
– Eh, ho capì.
– Sono fresche, piene di vita, di voglia di fare, di conoscere.
– Sì, sì…
– Le ventenni quella roba lì che ti deturpa il viso dopo una giornata di merda, mica ce l’hanno. Se la sciacquano via col Topexan.
– Dio, ma esiste ancora il Topexan?
– Ma che ne so. A me mi ci chiamavano da ragazzina, Topexan.
– Me lo ricordo.
– E certo, mi ci chiamavi pure te.
– E dai, eravamo fanti.
– Sarà per quello che adè vado dietro alle ventenni.
– Non ti seguo.
– Facevo cagare. Aggiungici tutta la sbatta di essere lesbica. Ora dai, c’ho il mio perché.
– …Ma resti umile.
– E dai, dico che ora è più facile. Quando cresci è più facile, ma ti resta come un buco nella cronologia degli eventi, se le cose non le vivi al momento giusto.
– No, aspetta, mi stai dicendo che ti piacciono le ventenni perché a sedici c’avevi i brufoli?
– Forse.
– Va già bene che non ti piacciono minorenni, allora.
– E vabbè, ma tutte le tempistiche si sfasano, capisci?
– Comunque guarda che mi piacciono anche a me le ventenni, eh.
– Eh, grazie, a te ti piace anche la cassiera coi capelli da morta.
– Dio, non farmici pensare.
– Te c’hai un problema.
– Oh, ma è sabato oggi?
– Sì, è sabato…
– Andiamo alla Coop?
– Ma c’abbiamo un aperitivo fra mezz’ora!
– Eh appunto, mica ci vorrai arrivare a mani vuote.
– …Al bar??
– Eh vabbè, metti che dopo rimediamo un invito a cena, c’abbiamo già il vino e non facciamo la figura dei cialtroni.
– Cinque minuti. Entri, prendi il vino e esci.
– Ok.
– Senza la cassiera.
– Dici che se pago col bancomat, la dà una sbirciata al nome sulla carta e se lo segna per cercarmi e contattarmi?
– Dico che se non è reato ci si avvicina.
– Solo per quello, dici.
– Essere così cretini, dovrebbe essere reato.

L’acqua magica

– Quest’acqua è magica – mi dice quando mi avvicino alla fontana per riempire la borraccia. Sta seduto a prendere ombra su una panchina lì a fianco: ciabatte di plastica, bragoni chiari poco sotto il ginocchio, camicia celeste aperta su una canotta bianca. Non molto diverso dal mio outfit estivo, se non fosse per le ciabatte, che non uso volentieri perché mi stanno malissimo e mi fanno sentire una signorottona che va in Piazza del Mercato a comprare il tonno. Se state pensando che anche sembrare un vecchio che boccheggia su una panchina non sia un’ambizione degna di una giovanotta di quasi quarantadue anni, lasciatemi dissentire.
– Addirittura? – gli dico.
– Eh sì eh! Podenzana c’ha quasi vinto due campionati del mondo.
“In che senso? Fanno i campionati del mondo dell’acqua?” vorrei rispondere, ma per fortuna non faccio in tempo perché, forse notando il mio sguardo confuso, sente il bisogno di accertarsi:
– Conosce Podenzana, vero?
– Sì, sì, certo! – rispondo, anche se in realtà per me Podenzana è un posto dove si mangiano i panigacci buoni.
– Eh, lui si allenava sempre qui e beveva da questa fontana. Acqua magica!
– Ah, ma per me mi sa che non basta l’acqua magica.
– Perché, non ce la fa?
“A fare cosa?”, vorrei dire. Ma di nuovo mi fermo in tempo.
– Lei è professionista? – insiste.
– See, io sono una cialtrona!
– Cos’è?
– Una cialtrona! – Ripeto, ostentando un sorrisone.
Gira le spalle quasi deluso, alza le braccia mimando un cavatappi e si allontana lentamente, sospirando:
– Non si può essere tutti campioni.
Eh no, non si può. C’è bisogno di perdenti, perché esistano i campioni.
L’acqua magica, comunque, sapeva di ferraglia, e a me è rimasta solo una gran voglia di panigacci.

Stamattina sono andata in bici dopo due mesi

Stamattina sono andata in bici dopo due mesi, e mentre mi vestivo ho avuto una sgradevole sorpresa, che poi non è stata affatto una sorpresa: i calzoncini faticavano a salire, la giacca a chiudersi, anche le scarpe sembravano essere diventate più strette.
Merda, due mesi e non mi entra più niente.
Ma poi perché dico che non mi entra, quando sono io a non entrarci? È un chiaro tentativo di deresponsabilizzazione: è colpa loro, mica mia. Bastardi.
Ah, come sono fan della deresponsabilizzazione.
Ma torniamo a noi. A me.
A me che oggi sono andata in bici dopo due mesi e non ero buona da un belin di niente, ma porca puttana quanto ne avevo bisogno.
Di sudare, di avere il fiatone, di sentire il cuore pompare. Perché sì: sono andata fino a Lérse, mezz’ora a passo nonno e c’avevo già il fiatone. Ma cosa volete, in questi due mesi il mio massimo sforzo ginnico è stato camminare sulle stampelle, sollevare le birette e lavarmi il dente su un pé solo. ‘Na vitaccia.
Il cuore, comunque, è una roba assurda. Che c’ha bisogno di battere forte per smettere di battere forte. Come se ne avessimo più di uno, ognuno con una funzione diversa, tipo i polpi. Un cuore per l’ansia, uno per l’amore, uno per restare vivi.
Ma chissà cosa dico, c’ho più vino che saliva in bocca.
Un ultimo bicchiere, uno soltanto.
L’ultimo bicchiere di vino bevuto tutto d’un fiato prima di andare a letto è come una testata secca contro al muro, data di proposito, col preciso intento di crollare sul colpo e non risvegliarsi prima di averlo smaltito tutto, quel vino, e prima che tutto, ma proprio tutto, vada molto più che benissimo.
Così, da solo, senza nessuno sforzo.
Allora io mi metto qui un attimo a riposare gli occhi, giusto un attimo, poi arìvo eh.

Questo messaggio è stato eliminato

Giacca di plastica
le solite Vans gialle
la destra un po’ slacciata

Birra rossa Fior Fiore
tè deteinato
caffè, ma non per me

Un comodino nuovo
cuscini per il divano
uno schermo da 32 pollici

“Mi manchi”
*Questo messaggio è stato eliminato*
“Scusa, non era per te”

Elastici per i capelli
pile scariche e qualche spicciolo
nel posacenere pulito

Jessie Sala

Un paio di settimane fa, passeggiando nel bosco, ho notato questo ramo adagiato tra le foglie secche e mi è parso chiaro che fosse un mitra. L’ho raccolto, l’ho imbracciato e ho mimato una raffica di spari, poi mi sono ricordata di avere quarantuno anni, mi sono sentita idiota e l’ho gettato a terra, abbandonandolo lì dove l’avevo trovato.
Questo lunedì, correndo sullo stesso sentiero, ho poggiato malissimo un piede e ho preso una storta atomica a una caviglia: un rumore molto poco rassicurante e poi giù per terra come un sacco. Un male porco. Sono rimasta lì a lamentarmi per un tempo indefinito, come Peter in quella puntata dei Griffin in cui cade e si fa male a un ginocchio.
Poi mi sono di nuovo ricordata che maledizione ho quarantuno anni, e quindi mi sono detta che belin, dai, è una storta, datti un contegno. Ma dal momento che di stare in piedi non c’era verso, mi sono guardata intorno in cerca di un bastone della mia vecchiaia e dopo averne scartati due o tre, ho ritrovato lui: il mitra. E ho scoperto che non era un mitra, ma una stampella costruita su misura per me: l’altezza giusta, l’impugnatura posta alla distanza perfetta. Tanto provvidenziale quanto inquietante.
Mentre arrancavo verso la mia auto sorretta da quella gruccia di fortuna, mi sentivo come in uno di quei film il cui protagonista è un intrepido e scaltro eroe che braccato, disperso e ferito deve trovare la via della salvezza contando soltanto sulle proprie forze e il proprio ingegno.
Guidare con la caviglia destra rotta – ho scoperto – non è semplicissimo. Certo, avrei potuto lasciare l’auto al Parodi e chiamare l’aiuto da casa, ma il protagonista del film di cui sopra, maledetto lui, non l’avrebbe mai fatto.

Nella sala d’attesa del Pronto Soccorso di Spezia sembra di stare in un ambulatorio veterinario di quelli lerci, dove “tanto son bestie, le bestie son sporche”.
Aria maleodorante, sedie scrostate e arrugginite, porte cigolanti, tabelloni non funzionanti, tempi di attesa impronosticabili. Gente che è lì dal pomeriggio e ancora non sa di che morte morire. Una donna in sedia a rotelle, in stato di semi-incoscienza, viene rilasciata con addosso solo le calze e un camice trasparente; quando il suo accompagnatore chiede sbigottito dove siano i suoi vestiti, gli viene risposto che “eeehhh, a me me l’hanno data così”.
Finalmente mi chiamano per fare i raggi e penso dai, forse me la sfango prima del previsto.
Dopo i raggi mi rispediscono in sala d’attesa e passa un’ora e mezza prima che vengano ad informarmi che mi avrebbero portata in sala gessi. Sala gessi a me fa sempre ridere, perché penso a un italo-americano che si chiama Jessie Sala; però me lo tengo per me perché non riderebbe nessuno e mi sentirei di nuovo scema come quando giocavo col mitra nel bosco.
Da Jessie Sala mi ci porta un ragazzotto gentile con una cariola sgangherata che non c’ha manco gli appoggi per i piedi, e quindi devo tenerli per aria mentre attraversiamo i giardini dell’ospedale, che ogni volta mi chiedo chi stracacchio l’ha progettato sto ospedale idiota coi padiglioni buttati uno qua e uno là, che per andare da uno all’altro devi pure pigliarti del freddo.
L’infermiere Jessie Sala mi fa un’esaustiva lezione sull’anatomia del piede per aiutarmi a comprendere la mia situazione clinica, mentre con pacata meticolosità taglia i miei jeans lungo la cucitura. “Per evitare di buttarli”, dice; “tanto fanno cagare”, dico.

A casa ci arriviamo all’una di notte.
Prima di deciderci ad andare al Pronto Soccorso, rassegnandoci al fatto che la mia caviglia non potesse aspettare fino al giorno seguente, avevamo ordinato un quantitativo di cibo tale che nel sacchetto erano stati messi quattro biscotti della fortuna e quattro paia di bacchette, malgrado fossimo in due.
Ne ho ancora una parte in frigo, a fare i bighi.
Il mitra è nell’ingresso, vicino alla porta. Farà i bighi anche lui, ma è evidente che fosse destinato a venire a casa con me.

Mi ricordo

Mi ricordo montagne bianche
come i miei capelli
bianchi
fra le tue dita.

Mi ricordo coperte verdi
con la tasca per i piedi
che ne contiene quattro
solo se strettissimi.

Mi ricordo la brina
creparsi sui vetri
e il tormento, solido
farsi più tenue.

Dignità

A Senato c’è un signore, avrà ottant’anni, pigiama celeste, fantasia di ancore.
Fa ginnastica a bordo strada, poco distante da casa, incalzato dalla moglie che in piedi davanti alla porta gli grida qualcosa che non riesco a sentire: forse che è pronto il caffè, o che lo vogliono al telefono, o forse soltanto che è un cretino.
Respira forte mentre alza ed abbassa le braccia assorto, e i polmoni gli si riempiono di smog.

Sul Canale Lunense c’è un ragazzetto, avrà quindici anni, tuta sgargiante, bici da montagna.
Si molleggia sui pedali, fa salti sul posto e quando ci incrociamo impenna: sono invidiosissima, che io a impennare non ho mai imparato.
Mi scappa un “bomber!”, mi manda a cagare, ma poi sento che ride.

Viale XXV aprile, c’è una puttana, avrà cinquant’anni, mascherina chirurgica, piumino viola.
Raggiunge la sua postazione di lavoro attraverso la sterrata che costeggia la strada: testa alta, passo stanco ma sicuro, una grossa borsa in una mano e una sedia pieghevole nell’altra.
“Che dignità”, penso.
“Che pensiero di merda”, mi dico poi.

Te sei te, e noi non siamo un cazzo

Cerchi di vino rosso sul tavolo
e su una multa da pagare.
Poca luce dalle persiane chiuse
mi ricorda dove sono.
“Sei sveglia”, mi dice.
“Lo sono?”, le dico.
“Le nove”, mi dice.

Cerchi di vino rosso attorno agli occhi
e alla testa
che vorrei sbattere contro le persiane chiuse
mentre nella poca luce cerco te
che sei sempre te
mentre noi – me e te –
non siamo un cazzo.

Il vecchio dei gatti

Sono qui da un po’, a riposare la schiena contro il muro assolato e scarabocchiato del casottino bianco che credo essere un osservatorio, quando lo sento parlare coi gatti. Mi affaccio da dietro il muro e lo saluto: mi pare scortese non fargli sapere che non è solo.
Parliamo sempre delle stesse cose: di come i gatti siano spaventati dalle persone che affollano il punto panoramico nei weekend, di cosa gli ha portato da mangiare, del suo rapporto speciale con Black, del mio rapporto speciale con questo posto, di quanto siano pericolose le strade in bicicletta e di quanto ci abbia rotto il belino la pandemia.
E soprattutto, anche se lo accenna soltanto, di come la morte della moglie lo faccia sentire solo. Non so da quanto tempo sia venuta a mancare, sta povera donna. Non so da quanto condividessero la loro quotidianità.
Non so perché lui abbia scelto proprio questo posto per lenire la tristezza e il vuoto che gli fanno abbassare lo sguardo e sorridere di tenerezza, come una tenerezza verso se stesso e la propria condizione di uomo solo disabituato alla solitudine.
“Sono andato dai cinesi a comprarmi delle presine, perché ogni volta che cucino mi brucio le mani”.
Di nuovo quello sguardo e quel sorriso.
“…Mi dureranno tre giorni. E un tappeto per il bagno, di quelli per non scivolare”.
Mi chiede perché vada già via, gli dico che ci rivediamo presto, mi risponde con un “grazie” pieno di malinconia e di incertezza.