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La Maìna

Vado in bici, ma non mi definirei ciclista.

Ho un nome che ricorda il mare e che non so pronunciare correttamente.

C’è mancato pochissimo che non nascessi negli anni ottanta.

Come quei reggiseni stanchi

E allora mi sono sentita come quei reggiseni stanchi, scuciti e macchiati di sudore che si trovano inaspettatamente allo scoperto quando speravano di non essere notati da nessuno, gettati senza troppa cura su pavimenti sconosciuti e lì dimenticati, nascosti dalla polvere, dalla notte, dai vuoti di memoria, in attesa di diventare spazzatura o malinconici cimeli.

Sono morta per i morti

Sono morta per i morti
non è stata una sorpresa
Sono morta un po’ alla volta
come un fiore in un bicchiere

Sono morta il due novembre
non è stato un dispiacere
Stavo immobile seduta
sola tra le coccinelle

Sono morta a novant’anni
non è stata una gran cosa
L’aspettavo ed è arrivata
come il fischio a fine gara

come gli stronzi

e allora saremo come gli altri
come gli stronzi
come quelli tra carne e pesce
fatti di nulla
di polvere
di suoni scordati
di pareri discordanti
di pareti crepate
come la terra in estate
come le mani in inverno
come i cuori dimenticati
stesi
ad asciugare

43

– September came…
– My ribcage bent. Sì, la so. La canti ogni anno.
– Che palle.
– Dimmelo a me…
– Settembre andiamo è tempo di migrare?
– E dove te vè?
– So un belino, non c’ho manco il passaporto.
– E alora.
– Sto diventando grande anche se non mi va?
– Eh, bòna.
– Ma lo sai che i fratelli Righeira son nati quasi quando me?
– E belin, quanti anni c’hai?
– E dai, il giorno.
– Ma tutti e due?
– No, uno, ma l’altro a ottobre.
– E quindi?
– E quindi per quello che diventavan grandi alla fine dell’estate.
– E non gli andava…
– Eh!
– Come a te.
– Eh!!
– Quindi una vita a fare l’indie snob, e poi la tua canzone-guida è L’Estate Sta Finendo.
– Guarda che è un pezzaccio, eh!
– Sì, sì…
– Ma sai che m’è successo oggi?
– Cosa.
– M’han dato del lui!
– Di nuovo…
– Delle suore!
– E quindi?
– E quindi c’ho le tette e la cellulite, suore di merda!
– Sì, ma ti succede ogni giorno da quando sei al mondo.
– Da meno, dai.
– Perché da bambina c’avevi i capelli lunghi e ti mettevano quelle gonnacce scozzesi e i sandaletti con gli occhietti.
– Quanta conformità tra le bimbe degli anni ottanta.
– Però non ti davano del lui.
– Forse avrei voluto.
– Ah sì?
– Sì, perché i maschi li vestivano meglio.
– Ma insomma…
– Tipo il grembiule nero a giubbottino l’avrei troppo voluto. E invece no.
– Grembiulino lungo a quadrettini rosa e caminare.
– Chemmerda.
– Per quello che ora ti vesti da H&M bimbo?
– Forse. Come quando vai a vivere da solo e campi a merendine e schifezze perché i tuoi non te le facevano mangiare.
– Ci sta.
– Belin.
– Biretta?
– Belin!
– Ma quant’è che ne fai?
– 43.
– Belin.
– Lo so.

Mare

Non capisco quelli che al mare ombrellone, lettino, cappello sulla faccia, spruzzino per star freschi, al bar ogni mezz’ora, doccia dopo il bagno, oimeo che caldo, oimeo si muore, oimeo si stava meglio a ca’.
Io al mare sono un tomino alla griglia, sono grasso che cola.
Mi piace sentire la pelle bruciare, il leggero solletico provocato dalle gocce di sudore mentre scendono lungo il corpo, tuffare il dito nella pozza che si crea nell’ombelico.
Il segno dei sassi sulla pancia, la ricerca dello scoglio perfetto, modellare la sabbia perché si adatti alle mie forme.
Mi piace immergere in acqua le punte delle dita e poi piano piano tutta la mano e sentirla sgonfiarsi lentamente.
Raggiungere una temperatura corporea tale che quando entro in mare immagino alzarsi una nube di fumo come quando lavi una padella appena tolta dal fuoco; cambiare colore da rosso a blu come nei cartoni animati.
Mi piace il sale sulla pelle, sotto ai vestiti,
mi piacciono i capelli sconvolti ma definiti.
Mi piace perdere quantitativi considerevoli di liquidi e reintegrarli a fine giornata con l’equivalente in birra. O in vino bianco. O in bruschette al pomodoro.

Maturità

Al primo esame di maturità fui bocciata. Alle private, che non è da tutti.
Al secondo mi sedetti, lessi il titolo del tema, mi alzai e chiesi se potevo andarmene.
Mi dissero di sì, ma che avrebbe significato mandare a puttane tutto l’esame. Con altre parole, probabilmente, ma io ricordo solo il senso, e il senso era quello.
Forse provarono a convincermi a restare, forse no, fatto sta che me ne andai.
Uscita dall’edificio mi misi a piangere e camminai veloce verso la stazione di Brignole. Veloce per allontanarmi da lì, da quel posto, da quella scelta del cazzo. Veloce come la luce sperando che ciò mi rendesse invisibile.
Ero a Genova perché la scuola privata che frequentavo non era abilitata agli esami di maturità. E andava pure bene, perché l’anno precedente li feci a Cortina D’Ampezzo e quindi, insomma, sì: costrinsi i miei a un’evitabilissima vacanza a Cortina D’Ampezzo per oltretutto farmi bocciare.
Di Cortina D’Ampezzo ricordo il peso delle nubi, l’assenza del mare, gli sciatori con gli sci a rotelle.
Alla stazione di Brignole stringevo il telefonino che mi avevano dato i miei genitori perché potessi chiamarli: un Sony CMD Z1 con microfono estraibile. Stupendo. Erano ancora gli anni novanta, eh.
Stringevo questo telefono e piangevo, ed ero a Brignole su non so quale binario ad aspettare un treno che non volevo prendere, cercando il coraggio di fare una chiamata che non volevo fare.
Ma che alla fine feci.
“Mamma, sto venendo a casa”
“Così presto?”
“Già”.
Probabilmente non fu questo il dialogo esatto, ma ricordo solo il senso, e il senso era quello.

Silenzio

– Me ne vado – le dico.
– Come mai? – mi chiede.
– C’ho sonno – rispondo.
Ma poi mica dormo, a casa.
Mi taglio due pezzi di parmigiano, quattro crackers, apro una birra.
Mi siedo sul pavimento nel silenzio di casa che non è mai silenzio perché sotto ci stanno due pizzerie, un kebabbaro, una gelateria, due bar e un minimarket.
Mangio i crackers col parmigiano, nel silenzio che non è mai silenzio della piazza.
Bevo la birra, in questo silenzio che qualcun altro chiamerebbe – dio mio – i carabinieri, chiamerebbe.
E così resisto.
Mi arresto.
Resto distante.
E alla fine, in questo silenzio che non è mai silenzio, mi addormento.

Ho scritto tanto sulla sabbia

Ho scritto tanto
sulla sabbia

Ho contato il tempo in passi
non proprio felpati

La bellezza sta negli occhi
di chi gli occhi ce li ha belli

I gradini fino a casa
sono ancora ventisei

Paura di cadere

Ci trova in piedi in mezzo alla sterrata che porta alla vetta della Castellana, intenti ad architettare una scenografia che renda giustizia fotografica a quei centottanta gradi di panorama a cui sembra non mancare niente. A volte immagino che un giorno ci svegliamo, guardiamo verso il mare da Lerici, da Tellaro, da Marina di Massa, da diocristo Fosdinovo, e la Palmaria non c’é più: ci sono il Tino, il Tinetto, la punta di Portovenere con San Pietro, e nel mezzo nulla. Sparita, affondata, sgretolata, confiscata da un governo ladro. “Ma te lo immagini sto panorama senza la Palmaria?”
Michele non sembra particolarmente preoccupato da questa eventualità. Sta ispezionando l’ambiente circostante in cerca di supporti affidabili per le nostre biciclette: rami, massi, pile di sassi. Mentre io mi accontento di un equilibrio precario e fugace, lui sembra ricercare un’inalterabile stabilità: valuta l’irregolarità del suolo, la cedevolezza del terreno, la direzione dei venti, la compatibilità delle pietre raccolte al fine di creare costruzioni efficaci e capaci di resistere a un terremoto.
Mentre gli spiego che il segreto per trovare un buon equilibrio è quello di non aver paura di cadere, la mia bici rovina prevedibilmente a terra, procurandosi l’ennesima cicatrice.
“Lo fa sempre, sta scema”, dico al ciclista che si avvicina allarmato come
se non avesse visto un grosso pezzo di alluminio cadere, ma una persona svenire e battere pericolosamente la testa.
Ci trova così, dunque, sto tizio dall’inesauribile voglia di chiacchiere.
Parla un toscano che alle mie orecchie suona come una sconclusionata accozzaglia di vocali, tanto che devo chiedergli più volte di ripetere le frasi, e finisco comunque per annuire fingendo di aver capito. Annuire, abbozzare un sorriso da Gioconda e distogliere immediatamente lo sguardo: questa é la tecnica che mi ha permesso di spacciarmi per quasi 43 anni per un essere umano senziente.
Dice che la sua, di bici, è tutta fatta su misura: c’ha un motore della Madonna, due batterie con un’autonomia di trecento chilometri e un set di ruote che vengono prodotte soltanto in Svizzera. C’ha un monocorona che però è come se ce n’avesse tre, di corone, o almeno è quello che capisco io mentre ci stordisce con una sassaiola di vocali e termini tecnici cercando di spiegarci l’ingegnoso funzionamento del cambio.
Annuire, abbozzare un sorriso da Gioconda e distogliere lo sguardo.
Ci racconta dov’è stato, dove andrà, quante ore al giorno passa in sella, quanto spende per i vestiti. Non ci risparmia un pippone sull’efficienza dei pedali a sgancio rapido, notando che noi usiamo quelli liberi. Ci mostra le scarpette dicendo che ne ha un paio per ogni stagione, che ha sbagliato a mettere quelle, oggi, perché ha caldo. Gli suggerisco di farsi innestare le tacchette direttamente nelle piante piedi, ma non coglie la battuta e risponde che no, per l’estate c’ha i sandali.
Detto tutto quello che aveva voglia di dire, riaggancia finalmente le suole ai pedali e riparte. Lo ribecchiamo pochi minuti dopo, due tornanti più avanti, impegnato in una discesa lenta e cauta.
Mi prodigo allora in un sorpasso arrogante perché deh, te ti cioccherai anche trecento chilometri al giorno con quella motoretta lì, ma in discesa ti faccio il culo. Il segreto per vincere in discesa, del resto, è non aver paura di cadere.
Merda.

Corri, Forrest, corri

Mi vesto per andare a correre: calzamaglia contenitiva che mia nonna ne aveva di più sexy, calzoncino stile calcetto, maglietta celeste.
Fidanzata: “brava, ti manca solo un bel 10 sulla schiena”.
La ignoro, sono carica, mi sento fighissima, oltretutto piove e belin come gaso ad andare a correre sotto la pioggia.
Completo l’outfit con giacca impermeabile gialla e cappellino da ciclista antifascista, che è pur sempre la vigilia del 25 aprile.
Nipote settenne della fidanzata: “sembri un nonno!”
Mi dirigo dunque grondante autostima alla conquista della ciclabile di Pegazzano, conquista fin troppo facile dal momento che, con mio stupore, non incrocio altri podisti. Neanche quel tizio strambo che da anni cammina come una lippa per chilometri e chilometri tutti i Cristo di giorni in tutte le Cristo di stagioni, da sempre con addosso le stesse Cristo di braghette rosa sbiadite.
Le uniche persone che incontro stanno smadonnando o cercando di convincere il cane a cagare, o entrambe le cose. Che poi mi pare logico che il cane sentendosi dare del Dio abbandoni ogni forma di sottomissione e dica “deh, bèlo, ma cagaci te a comando sotto la pioggia”.
Pioggia che si fa sempre più fitta mentre io continuo a correre.
Chissà se qualcuno mi fotograferà e farà di me un meme; o chiamerà il 112 preoccupato per i familiari di quel povero vecchio scappato di casa, che chissà quant’è che lo cercano; oppure si limiterà a sborbottarmi dietro un sempreverde “corri, Forrest, corri”.
O se invece, com’è più probabile, a me non farà caso nessuno.