La Maìna

Vado in bici, ma non mi definirei ciclista.

Ho un nome che ricorda il mare e che non so pronunciare correttamente.

C’è mancato pochissimo che non nascessi negli anni ottanta.

I mostri non si scacciano

Uomo sull’ottantina,:
passi incerti ma impazienti.
Donna sulla trentina:
falcate sicure,
pratiche,
funzionali.
Asciugamani usati: 1.
Doccia: no.
Preservativi: 1.

“E tua sorella come sta?”
Mi spalanca gli occhi contro,
poi li abbassa, scuote la testa:
“I mostri non si scacciano”.
Abbasso gli occhi, li poso per terra:
“Mi dispiace”.
Rialza la testa,
ricompone lo sguardo:
“Vieni che ti pago”.

Via il calcare,
gli aloni dai vetri della doccia.
Via la polvere,
le briciole,
i capelli,
le macchie di vino.
Via il sangue,
via la merda.
Ma i mostri non si scacciano.

Le metastasi,
il dolore,
l’attesa di essere morti.
La vecchiaia,
la paura di morire,
la voglia di essere morti.

L’amore,
la paura di averlo,
la paura di non averlo.

I mostri non si scacciano.

Tieni duro

Tieni duro, corpo,
che è solo il 24.

Sembra la fila per l’ostia
la coda davanti al bancomat.

È un faro spento la ciminiera
contro cui sbatto lo sguardo:
mi oriento.
Mi ricordo dove sono.

Tieni duro, testa,
che è solo martedì.

Sembra la gamba di un elfo la ciminiera.
Un bastoncino di zucchero morsicato:
lo assaggio.
Mi ricordo dove sei.

La afferrerei con tutte e due le mani
e scaraventerei via la città.

Tieni duro, cuore,
che è solo la Vigilia.

Albero

– Hai fatto l’albero?
– Lo sto facendo,
non vedi?

Sono qui,
coi piedi piantati
nel cemento appena crepato,

incapace di spostarmi
in alcun modo
e in alcuna direzione.

Giusto i capelli
sono mossi un po’ dal vento,
che ogni tanto fa ciondolare
anche le mie braccia.

Esisto.
Cresco.
Invecchio.

Finché non muoio.

Lorenzo

Si tiene il cazzo come se lo sentisse cadere;
Trattiene il respiro per non restare senza.

Lorenzo,
Vent’anni un anno fa.

Occhi rotti come vetri,
Fissa il vuoto per memorizzarlo.

Cielo a strisce gialle e nere,
Addobbi sciatti alle finestre.

Occhi color dei cachi,
Fissa il muro per imitarlo.

Allenta la mano sul cazzo,
Si accovaccia e si abbraccia le ginocchia:

“Esisto ancora”,
Si dice.

Finalmente

Tornerai
ma non da me.

Non saranno le mie labbra
le labbra su cui

Posato lo zaino
Sfilate le scarpe

Stamperai un “finalmente”.

Scala di grigi

Mi schiacciasse il mare,
mi annegasse il cielo,
mi trovasse una tormenta.

Che un fulmine mi accenda,
mi si sciolga tra le mani il sole,
non mi rivolga più parola il vento.

Rallento:
la corrente mi trattiene.
Sbando

Sull’ultimo gradino
della scala di grigi
che da me porta a te.

Erba

Sembra prezzemolo fra i denti
l’erba che cresce sopra i tetti.
Come ci stai, erba?
Di che ti nutri?
Di certo è un buon modo
per non farsi calpestare.

Fatto male

M’hai fatto male
Madre

Per pigrizia
Per la fretta di finirmi

M’hai fatto senza bocca
Senza orecchie
Senza cuore

Per stanchezza
Per un calo d’attenzione

M’hai fatto poco furbo
Poco sveglio
Poco svelto

M’hai fatto male
Madre

M’hai fatto senza mani
Senza sogni
Senza denti

Senza grazia
Né talenti

Per amore
Soltanto per amore

M’hai fatto male
Madre

Senso di colpa

Stamattina, in bicicletta, nel tragitto lavoro1-lavoro2 ho rischiato di essere investita due volte: la prima da un uomo anziano con baffone ispido e una bella cucuzza lustra delimitata posteriormente da ciuffi disordinati color cemento a spazzolare il collo proteso in avanti. Mi ha tagliato la strada mentre percorrevo una ciclabile, l’ho mandato a cagare, a me s’è alzata la pressione, lui non se n’è manco accorto.
La seconda da un signorinello di mezza età, ovvero circa della mia età, ovvero un fante, dai, che mi ha quasi speronata con lo scooter in prossimità di un semaforo, ma poi sfoderando un sorriso che pareva Gael Garcia Bernal a vent’anni ha attivato il mio lato etero quindi bona, perdonato.
Nella mezz’ora di pausa tra lavoro2 e lavoro3 sono andata all’Esselunga per comprarmi il pranzo.
Nel reparto frutta e verdura (che ho percorso solo di passaggio perché ne ho già il frigo pieno, di vegetali stanchi marci), ho piantato il cestino nello stinco di un uomo, che si è scusato prima che potessi farlo io, che allora mi sono riscusata, e lui di nuovo, e allora toh, guarda, te lo cioccherei anche nell’altro stinco, mollami, dai, lasciami godere di questo familiarissimo senso di colpa.
Come ogni stramaledetta volta ho finito per prendere più roba di quanta ne potessi ficcare nello zaino, perciò nel tentativo di ottimizzare lo spazio e nella foga inefficiente di quando si ha poco tempo, ho tirato fuori cose, rimesse dentro, ridistrubuito, ritirate fuori, rimesse dentro, finché non l’ho avuta vinta sulla fisica.
Scoprirò due ore più tardi, a fine lavoro3, che no, non l’avevo avuta vinta sulla fisica. Avevo lasciato il portafoglio lì, su un muretto davanti al supermercato; e dunque ho ipotizzato di essere riuscita a chiudere lo zaino grazie alla sottrazione dal bagaglio di quell’oggetto dalle dimensioni apparentemente insignificanti, ma invece tali da consertirmi di chiudere a fatica la cerniera.
Come da copione, ho iniziato a imprecare, a frignare, a ripetere a voce alta quanto sia stufa di essere me. “Adè vado alla Polizia, ma mica per fare denuncia, mi faccio dio bono arrestare”.
Ho ripreso la bici, sono tornata all’Esselunga e il portafoglio era ancora lì, esattamente dove e come l’avevo lasciato. L’ho raccolto, ho controllato il contenuto: c’era tutto. Me lo sono ficcato in tasca e quasi mi sono messa a piangere.
Ma cosa piangi, cretina, vai a casa e mettiti a letto fino a domani, che non ce la fai più.
Va bé, il fatto ora è che sta cosa ho iniziato a scriverla pensando a una morale, ma nel frattempo l’ho dimenticata, probabilmente davanti all’Esselunga. Se la trovate, fatemelo sapere.

Rovi

“Vieni” Mi dice cambiando improvvisamente direzione. “Voglio portarti in un posto segreto”.
Si infila sicura in un sentiero pieno di rovi, la seguo col passo incerto di chi i boschi li frequenta poco.
“Tanto non ricorderai mai come arrivarci”.
È già più di qualche metro avanti a me e io in effetti non ho idea di dove ci troviamo. Avesse deciso di uccidermi o di abbandonarmi come un cane, non avrei nessuna possibilità di salvezza.
“Non vuoi uccidermi, vero?” Le dico raggiungendola quando si ferma ad osservare un tronco che blocca il passaggio. Sorride, si volta, mi stampa un bacio sull’angolo della bocca.
“Speriamo si passi. Ora qui possiamo scavalcare”
“E se non si passa?”
“Torniamo indietro. Ma vedrai che si riesce”
“Sarà sicuro?” Sto per chiedere, ma mi trattengo per non mostrarmi troppo ansiosa.
“Ok” rispondo invece, ricacciandomi giù per la gola ogni altra domanda mi venga da fare: “quanto manca? Abbiamo tempo prima che faccia buio? A lupi qua come siamo messi?”
Il sentiero prosegue un po’ disordinato ma senza ulteriori ostacoli.
“Siamo arrivate”, annuncia fermandosi ai piedi di un rudere in gran parte nascosto dai rovi.
“Dov’è che siamo arrivate esattamente?”
“Nel mio posto preferito”.
Costeggia il muro di pietra fino a trovare una finestra nella quale si infila: “vieni, si entra di qua”.
Quattro pareti diroccate, una finestra, nessun soffitto e un pavimento di sterpaglie.
“Ti piace?” Mi chiede.
“Dunque è qui che morirò?”
“Tu ci vivresti qui con me?”
“Io con te starei ovunque, ma forse dovremmo avere almeno un tetto”.
Alza lo sguardo verso il cielo sopra le nostre teste: “Non ti basta?”
“Cristo, no”.
“Ti amo”.
“Possiamo tornare a casa ora?”
“No, ora devo ucciderti”.
“Ah, già”.

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